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Tabacci: „Dacă reforma electorală a lui De Gasperi a fost etichetată pe nedrept drept o lege frauduloasă, cea a lui Meloni este o lovitură împotriva democrației.”

Intervista a BRUNO TABACCI, presidente del Centro Democratico – “Se la legge elettorale di De Gasperi che prevedeva un premio di maggioranza modesto veniva ingiustamente bollata come legge-truffa, che cosa dovremmo dire della legge Meloni?”. “Da mesi lavoro con Ernesto Maria Ruffini per elaborare un programma da proporre a tutta la coalizione di centrosinistra con l’Europa come asse centrale”. E poi: “Sì a primarie aperte di coalizione per scegliere il leader”

Tabacci: „Dacă reforma electorală a lui De Gasperi a fost etichetată pe nedrept drept o lege frauduloasă, cea a lui Meloni este o lovitură împotriva democrației.”

“La premier Giorgia Meloni dovrebbe riflettere seriamente sullo smacco subito dalla sua maggioranza sulle preferenze. Non può cavarsela con un’ironia di cattivo gusto. Certo è che la legge elettorale appena approvata dalla Camera non va nella direzione di un equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione e se la legge elettorale proposta da Alcide De Gasperi nel 1953 veniva ingiustamente bollata come legge truffa pur prevedendo un modesto premio di maggioranza, che cosa dovremmo dire della legge Meloni? La verità è che questa legge elettorale è un randellum contro la democrazia rappresentativa”. Bruno Tabacci, presidente del Centro Democratico alleato del centrosinistra e parlamentare di lungo corso, non ha perso la passione per la battaglia politica e sulla legge elettorale, appena approvata dalla Camera, non risparmia giudizi taglienti. Ma interessanti sono anche le sue riflessioni sulla costruzione di un centro nella coalizione di centrosinistra a cui sta lavorando con Enrico Maria Ruffini. Ecco la sua intervista a FIRSTonline.

Con l’approvazione della legge elettorale alla Camera, il centrodestra tende a ridimensionare la sconfitta sulle preferenze catalogandola come semplice incidente parlamentare da superare al Senato. Ma è proprio così oppure quel voto contrario di martedì a Montecitorio è il segno che per la premier Giorgia Meloni non è finita solo la luna di miele con il Paese – come testimoniato dal referendum – ma anche quella con la sua maggioranza che sembra divisa al suo interno in almeno sei gruppi (FdI, Vannacci, Lega tendenza Salvini e Lega tendenza anti-Salvini, Forza Italia tendenza Tajani e FI tendenza Marina Berlusconi)?

“Il voto dell’Aula sulle preferenze, così come prefigurato con l’emendamento FdI, non è stato certamente un semplice incidente parlamentare della maggioranza. Quando 50 parlamentari in un voto segreto rovesciano i rapporti di forza espressi nella stessa seduta in ripetuti voti palesi significa che c’è un malessere profondo nella stessa maggioranza. Invece di fare malcelata ironia sulla palude parlamentare, sarebbe stato meglio che la presidente Meloni avesse avviato una riflessione tra le forze della sua coalizione, in considerazione del fatto che l’emendamento presentato sollevava questioni sull’esclusione del capolista dal confronto sulle preferenze e sulla parità di genere negate nell’individuazione degli stessi capilista. Appariva come una presa in giro aggravata dalla eliminazione dei collegi uninominali cancellando nei fatti il residuo rapporto con l’opinione pubblica elettorale che già aveva manifestato disagio con la crescente disaffezione dalla partecipazione al voto”.

Come pensa che la premier affronterà quella che lei stesso ha definito la “palude” parlamentare? Cercherà di governare fino alla fine della legislatura rischiando il logoramento giorno dopo giorno o cercherà di convincere il Presidente della Repubblica a sciogliere anticipatamente il Parlamento?

“In un passaggio parlamentare così delicato, la saggezza del Presidente Mattarella le potrebbe essere utile: lo scioglimento delle Camere non avviene su semplice richiesta del presidente del Consiglio in carica. È una procedura complessa che per fortuna è nelle mani del Capo dello Stato, le cui prerogative vanno rispettate. E questa nuova legge elettorale con il premierato nascosto non va nella direzione dell’equilibrio dei poteri fissato dalla Costituzione”.

Cosa pensa che succederà sulla legge elettorale al Senato? Qual è il suo giudizio complessivo sulla legge?

“Non so cosa capiterà in Senato. Mi auguro subentri un soprassalto di responsabilità. Ma non mi faccio illusioni. Non si può cambiare la natura della Repubblica parlamentare con una semplice legge elettorale. Il confronto con la cosiddetta legge “truffa”, che tale non era, voluta da De Gasperi è impietoso. Quella sarebbe scattata al 50% più uno della coalizione con un premio di 25 voti ogni 100 validamente espressi. Questa scatta al raggiungimento del 42% della coalizione e quindi la presidente Meloni pretende un premio di 42 voti ogni 100. Ma, a differenza del 1953, gli elettori sono scappati. Nel 1953 i non votanti erano un milione e 800 mila, nel 2022 sono stati 16 milioni e 600 mila. Se quella che prefigurava un premio fu definita truffa, questa è scellerata perché il premio appare come un randellum contro la democrazia rappresentativa”.

Di recente, pur restando nel centrosinistra, lei ha lasciato il gruppo del Pd per entrare nel gruppo misto: perché? Che cosa non la convince più del Pd?

“Non sono mai entrato nel Pd. Sono stato eletto a Milano in un collegio uninominale in rappresentanza dell’intera coalizione di centrosinistra quando nel dicembre 2012 ho fondato Centro Democratico, dopo aver partecipato alle primarie di centrosinistra con Bersani, Renzi e Vendola. Il gruppo parlamentare si chiama Partito democratico – Italia democratica e progressista. Se la nuova legge elettorale cancella i collegi uninominali, è più corretta la collocazione del gruppo Misto”.

Lei ha dichiarato che d’ora in poi intende principalmente dedicarsi all’organizzazione del Centro che manca al Campo largo: su che basi politiche e con chi? Non le pare che nel Centro ci siano troppi galli e galletti e che sia difficile fare sintesi? Secondo lei quali dovrebbero essere le discriminanti programmatiche su cui costruire un Centro in grado di trattare senza sudditanze l’alleanza con la Sinistra?

“Da mesi lavoro a un programma politico e istituzionale valido per l’intero Paese con Ernesto Maria Ruffini. A settembre definiremo le modalità del nostro contributo alla coalizione di centrosinistra anche alla luce delle evoluzioni di queste settimane, legge elettorale compresa. Come dimostra l’iniziativa di Napoli, il campo largo in quella configurazione non basta. Più convincente l’iniziativa di Magi di mercoledì in Piazza Montecitorio sulla legge elettorale alla quale ha partecipato l’intera opposizione al governo Meloni. Quel che è certo è che occorre definire una base programmatica seria e profonda avendo al centro l’Europa con i suoi problemi istituzionali, economico-sociali e produttivi, politica estera comprensiva di difesa e sicurezza. A quel punto, con quella piattaforma, si possono immaginare primarie aperte di coalizione per la scelta della leadership”.

È favorevole o contrario alle primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra? In quel caso lei voterebbe per Schlein, per Conte o per un terzo candidato?

“Vedremo come si svilupperanno i contenuti programmatici. Non si può certo partire da pregiudiziali sui nomi”.

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