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Porturi: Marea Mediterană devine din ce în ce mai centrală, Italia gestionând 511 milioane de tone de marfă.

Presentato il rapporto annuale Italian Maritime Economy di Srm, Centro Studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo. Secondo lo studio, le tensioni geopolitiche stanno modificando la geografia del commercio mondiale

Porturi: Marea Mediterană devine din ce în ce mai centrală, Italia gestionând 511 milioane de tone de marfă.

Le crisi dello Stretto di Hormuz, del Mar Rosso e del Canale di Suez, insieme alla riorganizzazione delle catene globali del valore, stanno modificando la geografia del commercio mondiale e il ruolo delle grandi rute maritime. È quanto emerge dal tredicesimo rapporto annuale Economia Maritimă Italiană presentato venerdì da Srm, Centro Studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo dal titolo “Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale”. In questo scenario, porti, shipping e logistica diventano sempre più decisivi per la competitività dei sistemi produttivi e per la sicurezza degli approvvigionamenti, mentre il Mediterraneo diventa sempre più centrale per gli scambi globali.

Porti: cresce la centralità del Mediterraneo

Il report analizza la crescente centralità del Mediterraneo negli scambi marittimi globali, con i porti italiani che nel 2025 hanno realizzato una performance superiore alla media europea.

Nel dettaglio, nonostante le sempre più forti tensioni geopolitiche e l’utilizzo ridotto del Canale di Suez, i principali porti container hanno movimentato oltre 72 milioni di Teu (Twenty-foot Equivalent Unit, l’unità di misura standard utilizzata nel trasporto marittimo e nella logistica, ndr.), con un aumento del 5,9%, mentre lo spazio euro-mediterraneo ha raggiunto un peso pari al 31% del commercio mondiale per un valore vicino a 7.600 miliardi di dollari. 

La ricerca sottolinea come, le stime al 2030 indichino una crescita del traffico container mediterraneo del 15% nel quinquennio, pari a un tasso medio annuo del 2,8%, superiore alla media mondiale. 

Porti italiani movimentano 511 milioni di tonnellate di merci

Sulla base dei dati delle Autorità del Sistema Portuale, il rapporto evidenzia come nel 2025 i porti italiani abbiano movimentato complessivamente  511 milioni di tonnellate di merci (+3,5%), con 186 milioni di rinfuse liquide, 132 milioni di tonnellate di container e 122 milioni del traffico Ro-Ro (il trasporto marittimo di mezzi pesanti). Il traffico container ha raggiunto i 12,8 milioni di Teu (+7,1%), sostenuto soprattutto dalla forte crescita delle attività di transhipment (+13,3%). 

În acest context, l’Italia si conferma leader europeo nello Short Sea Shipping, ovvero il trasporto marittimo di merci a corto raggio, con 304 milioni di tonnellate movimentate e una quota di mercato pari al 15,6%. 

Anche i principali partner marittimi italiani sono Paesi mediterranei: Turchia e Spagna si piazzano infatti ai primi due posti per movimentazione di merci, “a conferma della crescente importanza dei traffici regionali e della centralità del Mediterraneo per il sistema logistico nazionale”, sottolinea Srm secondo cui il trasporto marittimo continua a rappresentare “una componente essenziale dell’interscambio nazionale, incidendo per il 25% sul commercio estero in valore e per il 49% in quantita’”.

Gros-Pietro: “Il mare è una chiave per comprendere l’evoluzione dell’economia

“Mai come oggi il mare rappresenta una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’evoluzione dell’economia mondiale”, ha commentato il preşedintele Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros Pietro, secondo il quale “le rotte marittime, i porti, gli stretti strategici e le infrastrutture logistiche non sono soltanto elementi del sistema dei trasporti: sono i luoghi nei quali si intrecciano commercio internazionale, sicurezza energetica, politica industriale e nuovi equilibri geopolitici. È anche per questa ragione che il settore dei trasporti marittimi e della logistica riveste per Intesa Sanpaolo una valenza strategica

“Attraverso il mare – ha continuato il manager – transitano le esportazioni delle nostre imprese, gli approvvigionamenti energetici, i flussi turistici e una quota crescente degli investimenti che sostengono la crescita del nostro Paese. In definitiva, una parte rilevante della competitività dell’Italia si gioca proprio sull’efficienza e sulla capacità del suo sistema logistico-portuale, infrastruttura essenziale per sostenere crescita, apertura internazionale e resilienza economica”.

Noile provocări

La geografia dei porti italiani coincide sempre più con quella delle principali aree di crisi globali, secondo il report. In particolare, gli scali dell’Adriatico e del Nord-Est risultano maggiormente esposti agli sviluppi nell’area del Marea Neagră, che influenzano gli scambi di cereali, prodotti siderurgici, energia e materie prime.

Inoltre, i porti maggiormente integrati nei traffici transatlantici e nelle catene del valore manifatturiere risentono più direttamente degli effetti delle politiche commerciali statunitensi e delle tensioni internazionali. Anche le nuove normative ambientali europee, tra cui Ets e FuelEU Maritime, avranno un impatto crescente sul sistema portuale e armatoriale, interessando in particolare i traffici di cabotaggio e lo short sea shipping.

Lo studio si concentra sull’intermodalità ferro-mare, considerata una delle leve per rendere più competitivo il sistema logistico italiano e per la quale sono stati rafforzati gli incentivi per il periodo 2023-28 a partire dai 130 milioni di euro per il Sea Modal Shift (per gli autotrasportatori che utilizzano le navi Ro-Ro o Ro-Pax) e i circa 122 milioni di euro del Ferrobonus (per usare trasporto su rotaia). In parallelo il sistema portuale italiano “può contare su oltre 13 miliardi di euro di investimenti programmati, destinati a migliorare l’accessibilita’ marittima, potenziare i collegamenti dell’ultimo miglio, accelerare la digitalizzazione degli scali e rafforzarne la resilienza climatica”, sottolinea il report. 

Închiderea Strâmtorii Hormuz

“Le tensioni in Medio Oriente, gli attacchi nel Mar Rosso e la crisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro dell’attenzione il ruolo strategico delle rotte marittime e la necessità di catene logistiche globali sempre più resilienti, sottolinea Srm. 

Prima della crisi, attraverso lo Strâmtoarea Hormuz transitavano il 37% del commercio mondiale di greggio, il 28% del Gpl, il 19% del Gnl, il 19% dei prodotti raffinati, il 13% dei prodotti chimici e il 9% dei veicoli. Non solo, il Golfo resta un hub strategico anche per fertilizzanti, elio, zolfo, metanolo e materie prime critiche indispensabili per numerose filiere industriali, dall’energia all’agroalimentare fino alla manifattura avanzata. un terzo dell’offerta mondiale di elio e fertilizzanti azotati (urea e ammoniaca) proviene dall’area del Golfo, mentre per altre materie prime supera il 50%.

L’esplosione della guerra ha comportato la chiusura quasi totale dello Stretto. Gli effetti sono stati dirompenti: la serrata di Hormuz ha interrotto il transito di volumi equivalenti a circa il 10% della produzione mondiale di petrolio e al 5% di quella di gas, coinvolgendo inoltre l’1,4% della flotta container globale. L’impatto si è tradotto in un aumento dei costi energetici, dei premi assicurativi e dei noli marittimi. 

“Per garantire la continuità delle supply chain, le compagnie di navigazione hanno reagito rapidamente con deviazioni di rotta, un maggiore ricorso al transhipment e soluzioni intermodali che combinano trasporto marittimo e terrestre, come i servizi mare-strada sviluppati da Msc e Cma Cgm. Gli effetti più immediati della crisi si sono riflessi anche sugli hub logistici degli Emirati Arabi Uniti,” analizza la ricerca, secondo cui. “Con il graduale superamento della crisi, una parte significativa dei traffici potrebbe progressivamente tornare a utilizzare le rotte tradizionali attraverso Hormuz”.

Il commercio globale si riorganizza

In questo contesto è in corso una riorganizzazione commercio globale che riguarda innanzitutto le relazioni Usa-Cina: nel 2025 le importazioni statunitensi dalla Cina si sono ridotte del 30%, mentre quelle provenienti dai Paesi Asean sono aumentate del 29% con una riallocazione delle attivita’ produttive verso Vietnam, Thailandia e Cambogia; la Cina ha compensato la contrazione degli scambi con gli Stati Uniti rafforzando la propria presenza in altri mercati, con esportazioni in crescita verso l’Africa (+25,8%) e il Sud-Est asiatico (+13,4%). Allo stesso modo, l’Unione europea sta diversificando la propria strategica commerciale attraverso gli accordi con India, Asean e Mercosur.

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