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Ricostruire l’Europa: dal Chicken Game allo zefiro keynesiano

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Siamo al Chiken Game tra le nazioni europee? Se lo chiede Barbara Spinelli, evocando la mitica sfida tra le due auto, che corrono una contro l’altra, in Gioventù Bruciata, un film sulle intemperanze bulliste dell’America di provincia. Chi sarà il pollo che si ritira dalla competizione, per paura, accettando implicitamente la sua sconfitta: Monti o la Merkel? Preferiamo la risposta più pacata di Alesina: “In questi giorni l’Europa sta rischiando di perdere qualcosa di ben più importante della moneta unica: la cooperazione economica, se non addirittura una cooperazione politica pacifica. Il livore antitedesco che si respira nel Sud Europa e in Francia è molto pericoloso, stucchevole e in gran parte infondato”.

Ma le cinque successive considerazioni di Alesina, pur essendo necessarie, non sono ancora sufficienti per disegnare un risultato affidabile del vertice europeo. Un risultato che deve offrire una ragionevole base di sostegno alla fuoriuscita dell’economia europea dalla sua crisi ed alla nuova convergenza politica che possa governare i modi ed i tempi di quella fuoriuscita. Ai tedeschi, sostiene Alesina, si imputano cinque colpe che non hanno: non sono stati più generosi con la Grecia e altri paesi in difficoltà; si sono arricchiti con le esportazioni verso i paesi mediterranei; si sono avvantaggiati da un euro «basso» rispetto al livello di un ipotetico marco; dovrebbero consumare di più, un’altra chimera; hanno colpe gravi, infine, le banche tedesche, quelle che si sono buttate nel marasma del subprime americano. Ma tanti sbagli hanno fatto anche le banche spagnole, greche, irlandesi e francesi. 

Alesina ha ragione, nella sua difesa dei tedeschi, perché ritiene che essi abbiano usato davvero l’euro come uno scudo: una difesa, protetti dalla quale, essi si sono impegnati a riorganizzare il regime di produttività della propria economia reale con energiche riforme, capaci di riordinare i processi lavorativi e la produttività di sistema del loro paese. Molti paesi dell’Europa latina, che oggi sono in difficoltà con le proprie finanze pubbliche, hanno lasciato perdere ogni tentativo di riordinare la propria economia reale e di aumentare la produttività di sistema, riordinando la pubblica amministrazione ed il sistema delle infrastrutture. La moneta unica, l’euro, è stato uno scudo utile anche per loro, perché diminuiva il livello dei tassi di interesse e permetteva di aumentare progressivamente il livello del debito pubblico con disavanzi crescenti. Se questi disavanzi, tuttavia, avessero generato investimenti  – per razionalizzare la pubblica amministrazione aumentare la capacità di ricerca della scuola e delle università, migliorare la sanità e la magistratura, dilatare la rete della banda larga ed altro ancora – allora anche i “cattivi” paesi latini avrebbero conseguito i risultati della esportazione e della crescita che ha conseguito la Germania. 

Dunque il problema non è il disavanzo, che diventa debito pubblico e rimane imposta differita nel tempo, ma è la incapacità di investire e di gestire la crescita, aumentando la produttività media di sistema. Il problema è reale ed il debito è necessario per finanziare la crescita, quando si è capaci di gestirla evidentemente. Se si rifiuta il debito come tale si perde anche la opportunità della crescita. Perché è proprio la leva del debito che alimenta l’accelerazione della crescita: perché il debito, se speso bene, è il biglietto di ingresso in un futuro migliore.

Mario Monti lo ha riconosciuto in parte come un dato positivo, ricordando alla Camera dei Deputati che “gli investimenti pubblici produttivi sono una mia antica convinzione teorica”. Antonella Rampino lo rimanda a Keynes, un liberale che non era liberista, ma nell’accento di Monti si sente l’eco di Adamo Smith che scriveva, appunto, nelle pagine de La Ricchezza delle Nazioni, come le opere pubbliche fossero infrastrutture di sistema: le guardava, insomma, dal lato dell’offerta e non da quello della domanda  effettiva. Monti, in effetti, ha anche ricordato al Parlamento la sua lettera alla Commissione ed al Consiglio di Europa firmata da Cameron e da molti altri capi di Stato e di Governo. Probabilmente il gesto, simbolico ma anche di contenuto, più significativo che egli abbia compiuto in direzione ed a sostegno della crescita. Ma un gesto che rimane nella prospettiva di un’apertura alle opportunità della globalizzazione, che crea nuovi mercati e nuove soluzioni tecnologiche e che, aumentando la competizione, comprime per questa strada la molla dell’inflazione. Ma non ancora quella della crescita.

Ora siamo all’indomani dell’incontro del quadrilatero: Germania e Francia da una parte, Italia e Spagna dall’altra. L’asse, che ha retto l’Europa, è il primo delle due coppie ma l’Italia è certamente la prima tra i paesi latini mentre la Spagna le rimane seconda. Dunque, fermo restando il criterio di Alesina, non sono cattivi i tedeschi ma sono maldestri una larga parte degli altri popoli europei. Ma dobbiamo anche capire cosa non ha funzionato nella costruzione, ambiziosa e fragile, dell’Europa e della sua moneta unica: orfana di una vera e propria banca centrale. Perché, se quella costruzione fosse stata davvero affidabile, allora non saremmo ridotti come siamo, nonostante la crisi americana. E quello che non ha funzionato è proprio l’aver trascurato la lezione di Keynes: la percezione della moneta come relazione sociale e non come valore intrinseco, la convinzione che la base della crescita non sia il risparmio che diventa investimento ma una spesa, intelligente, che allarga la dimensione del reddito e crea nuove risorse, che possano coprire il debito che quella spesa ha reso possibile. Allargando la massa monetaria disponibile in periodi di recessione, anche se resta stagnante una liquidità che è solo l’altra faccia della disoccupazione. 

Cosa dovrebbero dire, e poi realizzare, i gruppi politici che dirigono l’Europa, allora, nel summit che inizia oggi? Non beccarsi tra loro come i polli di Renzo; non beccarsi tra europei ed americani, nella speranza di trovare la colpa della crisi sempre a casa degli altri. Oggi Stati Uniti ed Europa devono stare uniti, al centro del centro del mondo, e non contrapporsi per accusarsi reciprocamente delle colpe altrui. Ma sarebbe interessante che lo spirito della crescita e la magia, che trasforma il debito in investimenti capaci di ripagarlo, una brezza keynesiana e non solo liberale, possa aiutare la ricostruzione di una Europa capace di ricondurre le banche e le finanze pubbliche verso una soluzione che non sia il divorzio tra potere statale e governo della massa monetaria. Una vigilanza sulle banche rimandata alla BCE, come quando Einaudi portò alla Banca d’Italia l’ispettorato e la vigilanza sulle banche italiane, ed un Fondo Salva Stati che possa sottoscrivere, in emissione, quote di nuovo debito sovrano da parte degli Stati, ed una cessione di attività reali, che riduca lo stock dei debiti pubblici senza aumentare la pressione fiscale per generare avanzi primari, sarebbero tutte buone notizie e segnali chiari di questo zefiro keynesiano. Bisogna, insomma, che le cose, che verranno annunciate, siano chiaramente avvertibili come un percorso diverso ed altro rispetto a quello che ha dato luogo all’euro nei dodici anni alle nostre spalle. Se i mercati avvertiranno questa diversità se ne faranno una ragione e lasceranno i Governi liberi di lavorare per il cambiamento.

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