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Referendum, il No di Bersani è il primo passo verso la scissione del Pd

La decisione di Pierluigi Bersani di prendere parte attiva alla campagna per il No (cosa che nel Pci di cui è stato dirigente non gli sarebbe mai stato consentito di fare) segna, ne sia consapevole o meno il Bersani medesimo, il primo decisivo passo verso la scissione del Pd. Lo sfregio alla Costituzione e i pericoli per la democrazia che Bersani adduce a giustificazione della propria discesa in campo sanno troppo di pretesto per essere davvero credibili. Se Bersani fosse veramente convinto che la riforma Renzi-Boschi rappresenta una minaccia per la democrazia, dovrebbe allora spiegare perché l’ha votata in Parlamento. La verità è che, come per D’Alema e Speranza, anche per Bersani la vera posta in gioco nel referendum non è (o non è soltanto) il futuro della Costituzione quanto piuttosto il futuro della “ditta”, cioè del Pd.

Se vince il Si la leadership di Renzi si rafforza e il Pd può affermare in modo sempre più chiaro il proprio carattere riformista e di governo e la sua vocazione maggioritaria, condannando in tal modo la minoranza alla insignificanza politica e culturale. Se a vincere dovesse essere invece il No allora si aprirebbe all’interno del Pd una battaglia per la vita e per la morte sulla “identità” del Partito destinata a concludersi, comunque vadano le cose, con una scissione. E’ questo il principale problema politico che l’esito del referendum porrà all’ordine del giorno del paese a riprova del fatto che, almeno in Italia, è impensabile separare la riforma istituzionale dalla trasformazione del sistema politico. Le due cose, come aveva capito a suo tempo Craxi, vanno di pari passo e questo vale per le forze politiche di sinistra come per quelle di destra.

Il Pd è in realtà una incompiuta, una sorta di work in progress, come lo sono del resto anche Forza Italia e Cinque stelle. E’ nato dall’incontro fra i post-comunisti (quelli che, secondo Pierluigi Battista, sono transitati dal Comunismo alla Democrazia senza però elaborare il lutto, senza avere fatto cioè i conti sino in fondo con la propria storia) e i post-democristiani di sinistra (Rosy Bindi) che col riformismo e il liberalismo cattolico non avevano, e ancora oggi non hanno, molta dimestichezza. Questo “amalgama”, come ebbe a dire D’Alema, non è riuscito molto bene. Il Pd in questi anni ha continuamente oscillato fra riformismo e antagonismo, fra cultura di governo e spirito di opposizione, fra l’accettazione piena del mercato, del capitalismo e della globalizzazione (al netto ovviamente delle critiche che sempre si possono fare) e l’affiancamento ai movimenti antagonistici tipo No Global e No a tutto. A prevalere, nei momenti cruciali, è stata quasi sempre la sindrome del “nessun nemico a sinistra”.

Anche Bersani, che pure essendo emiliano qualche credenziale riformista poteva vantarla, alla fine ha ceduto a questa tendenza suicida e anche per questo è riuscito nella non facile impresa di perdere due elezioni già vinte a tavolino. Prima c’è stata la foto di Vasto (Bersani, Vendola e Di Pietro), poi il disastroso streeming con i Cinque Stelle nell’insensato tentativo di dare vita con loro ad un governo di cambiamento e, infine, l’affiancamento al variegato fronte anti-riformatore del No. Una parabola politica impressionante!. Da ultimo, Bersani ha affermato che “il Pd deve essere alternativo alla destra ma concorrenziale con i Cinque stelle”, come a dire che con i Cinque stelle si può competere ma anche collaborare, mentre con la destra no. L’idea che si debba invece lavorare ad una convergenza delle forze riformatrici e moderate di sinistra e di destra sulle riforme da fare per contrastare il vero pericolo per la nostra democrazia rappresentato dal populismo dei Cinque Stelle e dall’estremismo xenofobo di Salvini, evidentemente non gli sfiora neppure il cervello. La verità è che con leader come Bersani e D’Alema il Pd non aveva più alcun futuro.

L’arrivo di Matteo Renzi ha cambiato le cose e ha ridato al Pd un ruolo e una prospettiva. Renzi ha avuto il coraggio di archiviare una cultura politica esangue e infeconda ma, soprattutto, ha capito che il ‘900 è davvero finito e che le istituzioni politiche che lo hanno caratterizzato hanno esaurito la loro spinta propulsiva e vanno perciò cambiate. La riforma Renzi-Boschi non sarà la Grande Riforma di cui il Paese avrebbe bisogno ma segna certamente un primo significativo passo nella direzione giusta a cui altri passi dovranno e potranno seguire se a vincere saranno le forze riformiste del Si.

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