Il percorso espositivo – aperto fino al 28 giugno – si sviluppa come un viaggio che parte dalla struttura geometrica dei cristalli di neve e arriva fino agli effetti del cambiamento climatico e dell’overtourism nelle aree montane. Accanto a opere d’arte, fotografie, video e installazioni contemporanee trovano spazio preziose testimonianze etnografiche e scientifiche provenienti da diverse parti del mondo. Un ruolo centrale è affidato alle popolazioni artiche e della Terra del Fuoco, con approfondimenti dedicati ai loro sistemi di adattamento agli ambienti estremi e alle pratiche spirituali legate allo sciamanesimo. Tra i pezzi più significativi figurano un raro tamburo sciamanico Sami proveniente dal Museo delle Civiltà di Roma e la prima ricostruzione completa di un corredo da cacciatore Selk’nam, con il prezioso mantello in pelliccia di guanaco conservato nei Musei Civici di Reggio Emilia. Molti dei manufatti esposti arrivano dai musei aderenti alla rete MIPAM – Musei Italiani con Patrimonio dal Mondo, nata nel 2025 su iniziativa del MUDEC per promuovere dialogo, trasparenza e buone pratiche nella gestione delle collezioni extraeuropee. Diverse opere saranno visibili al pubblico per la prima volta.
Tre sezioni per raccontare la neve
L’esperienza inizia già nell’Agorà del museo con l’installazione site-specific O momento em que a neve derrete dell’artista giapponese Chiharu Shiota. Una cascata di fili e fogli di carta evoca una nevicata simbolica che riflette sulle relazioni umane, destinate a nascere, trasformarsi e dissolversi come la neve al sole.
La neve tra scienza e crisi climatica
La prima sezione è dedicata alla ricerca scientifica. Dai pionieristici studi fotografici di Wilson “Snowflake” Bentley, autore nel 1885 della prima microfotografia di un cristallo di ghiaccio, alle classificazioni elaborate dal fisico giapponese Ukichiro Nakaya, il percorso racconta il fascino esercitato dalla perfezione geometrica dei fiocchi di neve. Ma la riflessione si sposta rapidamente sull’Antropocene e sugli effetti della crisi climatica. Lo scioglimento dei ghiacciai e delle nevi perenni modifica paesaggi considerati immutabili e pone interrogativi sul futuro degli ecosistemi. Artisti contemporanei come Shimabuku, Francesco Clerici, Walter Niedermayr e Philipp Messner affrontano il tema della trasformazione ambientale e dell’impatto del turismo di massa sulle montagne. Zhang Huan rilegge invece le Olimpiadi di Cortina del 1956 attraverso l’opera The Warm Snow.
Dall’Artico alla Terra del Fuoco
La seconda sezione conduce i visitatori nelle regioni più estreme del pianeta. Qui la neve e il ghiaccio diventano chiavi di lettura per comprendere culture, credenze e modalità di sopravvivenza sviluppate da popolazioni come Inuit, Sami, Ciukci, Selk’nam e Yaghan. Attraverso oggetti d’uso quotidiano, strumenti di caccia e manufatti rituali emerge il ruolo dello sciamano come figura di mediazione tra il mondo umano e quello spirituale. Grande attenzione è dedicata anche alle strategie di adattamento ai climi rigidi: dagli iglù alle slitte, dagli sci tradizionali agli abiti che ancora oggi influenzano l’equipaggiamento degli sport invernali. La sezione presenta inoltre la Collezione Mario e Andrea Totolo di oggetti Inuit, recentemente oggetto di nuovi studi e oggi conservata in comodato presso il MUDEC.
La neve nell’arte, dal Rinascimento alla contemporaneità
L’ultima parte della mostra ripercorre la rappresentazione della neve nella storia dell’arte. Comparsa inizialmente come semplice elemento scenografico nelle opere del Quattrocento, la neve diventa protagonista tra Seicento e Romanticismo, soprattutto nei paesaggi del Nord Europa. Dipinti di artisti come Gysbrecht Leytens dialogano con le celebri stampe ukiyo-e giapponesi di Hiroshige, Kuniyoshi e Kunisada, nelle quali la neve assume significati simbolici legati alla purezza e al trascorrere delle stagioni. Tra Ottocento e Novecento il tema si arricchisce di valenze emotive e simboliste nelle opere di Angelo Morbelli ed Emilio Longoni, mentre artisti come Antonio Ligabue e Alighiero Boetti ne offrono interpretazioni profondamente diverse, tra figurazione e metafora concettuale. Fotografia, video e installazioni ampliano ulteriormente il racconto contemporaneo. Tra le opere in mostra spiccano la storica performance Dry Ice Environment di Judy Chicago e i lavori di Pia Arke, che affrontano questioni legate alla colonizzazione delle regioni artiche e all’identità delle popolazioni indigene. Il percorso si conclude con When Fox is a Thousand, l’inedita installazione dell’artista Summer Mei-Ling Lee: 85 rotoli di garza di cotone trasformano le vetrine del primo piano in un paesaggio innevato popolato da figure mitologiche ispirate alla tradizione pittorica sumi-e. Una mostra che, attraverso il linguaggio universale della neve, invita a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, memoria e cambiamento, tradizione e futuro.
Immagine di copertina: Wilson Bentley
Flocos de neve
início do século XX
microfotografie
Museu de Ciência de Búfalo