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Produttività e finanza, quanto pesa la zavorra delle imprese zombie

FIRSTonline

Nonostante le ondate di entusiasmo per questa o quella nuova tecnologia, al momento la produttività sta crescendo poco. E senza aumento della produttività non c’è crescita sostenibile dell’economia e dell’occupazione. Tre pesi massimi tra le organizzazioni internazionali si sono incontrati/scontrati a Parigi su un tema di fondamentale importanza: a 10 anni dalla grande crisi finanziaria, reddito, investimenti e occupazione non sono tornati al trend di prima della crisi. Come mai? Ovvero, le prospettive di crescita nel medio periodo, malgrado la ripresa ciclica attuale, sono oscurate dalla mancata ripresa della produttività, in mancanza della quale non sono possibili sostanziali aumenti dei salari.

È sempre colpa della crisi finanziaria o le politiche per contrastarla sono divenute parte del problema? In Europa, le politiche di bilancio adottate, ovvero il precoce consolidamento fiscale è considerato il maggior responsabile della seconda crisi europea e della peggiore performance rispetto agli Stati Uniti. Infatti negli SU ci si è occupati subito di ripulire i bilanci delle banche e delle aziende che si erano sovraindebitate e si è usata la spesa pubblica ovunque necessario –dalla produzione di auto alle banche- mentre in Europa ci si è concentrati troppo presto sul consolidamento fiscale, tralasciando la pulizia dei bilanci, ovvero cedendo all’ideologia di alcuni paesi e ignorando la storia recente (caso del Giappone).

La conferenza verteva sul ruolo dei fattori finanziari e delle politiche relative nel determinare il rallentamento della produttività totale, che riflette l’efficienza con la quale i fattori di produzione sono impiegati. Già nel periodo precedente alla crisi, la crescita della produttività totale si era ridotta all’1% all’anno, ma dopo la crisi, senza considerare gli anni 2008-10, si è ridotta di 0,7 punti percentuali, allo 0,3% annuo.

La repentinità e grandezza di questo calo della produttività dopo la crisi finanziaria richiede un ampliamento della discussione finora confinata all’innovazione e agli investimenti delle imprese. Pertanto l’OCSE ha analizzato un altro meccanismo che rallenta la produttività: la moltiplicazione di imprese decotte, zombie che assorbono credito e altri fattori di produzione, creando una vera e propria congestione che impedisce al credito di fluire verso le imprese più produttive. C’è una correlazione chiara tra l’aumento nel numero e la durata delle imprese zombie e il basso livello del tasso d’interesse. Con tassi d’interesse prossimi allo zero, le banche, per rispettare i requisiti di capitale, preferiscono rinnovare i prestiti alle imprese anche se queste non riescono a pagare gli interessi sul loro debito.

Che la crisi provochi il fallimento delle imprese (e delle banche) più deboli è noto, ma qual è il meccanismo per la creazione di zombie? Dipende dal debito eccessivo accumulato prima della crisi? Sicuramente l’enorme crescita e cattiva allocazione degli investimenti in settori quali la costruzione risale a prima della crisi (vedi USA e Spagna) e non dalla politica monetaria successiva alla crisi. L’eccessivo credito a settori/imprese poco dinamici mette in discussione il management delle banche nell’allocazione dei prestiti piuttosto che il tasso d’interesse determinato dalla politica monetaria. Non chiarire che il debito è causa di bassa produttività se è indirizzato a imprese e settori arretrati facilita la conclusione –errata- che la politica monetaria accomodante è causa della cattiva allocazione delle risorse, alias congestione di zombie.

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), per bocca del suo chief economist, ha sottolineato non solo la correlazione tra bassi tassi d’interesse e creazione di zombie, ma anche l’aumento del debito e il rischio di una nuova crisi finanziaria.

Il chief economist del FMI invece ha ricordato il più lento riconoscimento in Europa dei prestiti deteriorati e della necessità di aumentare il capitale delle banche rispetto agli Stati Uniti. Di qui l’aumento delle imprese zombies e la mancata riallocazione di capitale alle imprese a più alta produttività: per correggere questa cattiva allocazione delle risorse occorre usare strumenti specifici come una sorveglianza bancaria più efficace e la riforma delle leggi sull’insolvenza. L’OCSE calcola in 0,6% il guadagno complessivo di produttività dalla risoluzione di zombie e riallocazione delle risorse, ovvero quanto la TFP ha perso ogni anno nel periodo 2011-16.

Ci sarebbe dunque un guadagno limitato se si utilizzasse la politica monetaria a questo scopo, mentre i costi sarebbero importanti: perdite di produzione e occupazione, rischi di deflazione e perdita di credibilità della Banca Centrale. Il chief economist della Bank of England ha stimato che se la BoE avesse tenuto il tasso d’interesse al 4,25% invece di portarlo allo 0,25 la produttività sarebbe stata più elevata, ma i disoccupati sarebbero saliti di 1 milione e mezzo, ovvero il 5% dell’occupazione in UK. Il FMI ha ricordato i successi della politica monetaria dopo la crisi finanziaria nel sostegno della domanda di consumi e di conseguenza gli investimenti, seppur ridotti, che ha permesso di evitare le conseguenze non solo economiche, ma anche sociali e politiche della Grande Crisi del ‘29.

La conferenza di Parigi ha analizzato se sono le banche più deboli ad avere come clienti le imprese zombie, ma senza raggiungere una conclusione per le regole di riservatezza che impediscono di legare i prestiti di una banca a una specifica impresa. Altri papers illustrano come la produttività dipenda da caratteristiche delle imprese come R&D e management. Altri ancora mostrano l’effetto dell’amministrazione pubblica sulla produttività tramite le leggi sull’insolvenza, ma anche della “distanza da Washington/Francoforte” ovvero gli effetti di lobbyig sui supervisori bancari.

In conclusione, per l’aumento della produttività totale occorre agire sulle cause specifiche 1) a livello d’impresa: innovazione, management, investimento in nuove tecnologie; meritocrazia; 2) a livello di potere pubblico: riforma del regime d’insolvenza, degli incentivi alle imprese, dell’educazione e, negli USA, maggiore attenzione alla concentrazione della proprietà e alla concorrenza; 3) a livello del sistema finanziario: le banche devono mettere in ordine i bilanci e la sorveglianza deve agire sulla regolamentazione micro e macroprudenziale.

Insomma è ora di svezzarsi dalla politica monetaria che troppo a lungo è stata-in particolare in Europa- the only game in town. Ha già abbastanza da fare per raggiungere l’obiettivo d’inflazione e sostenere crescita e occupazione.

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