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Piero Borghini: “Referendum regionali inutili e dannosi”

FIRSTonline

“Io sono tra quelli che domenica non andranno a votare nel referendum consultivo sull’autonomia regionale perchè lo considero inutile, ozioso, dispendioso e perfino dannoso perchè guarda al passato ed elude i veri problemi del decentramento”. Riformista da sempre, Piero Borghini, già presidente del Consiglio Regionale della Lombardia e già sindaco di Milano e prima ancora vicedirettore dell’Unità e ora animatore dell’ala migliorista del Pd renziano, non fa mistero del suo dissenso sul referendum promosso dalla Lega, anche a costo di distinguersi dai sindaci di area Pd di Milano e Bergamo. Il perchè lo spiega in questa intervista a FIRSTonline.

Borghini, domenica si voterà in Lombardia e nel Veneto al referendum consultivo sull’autonomia regionale promosso dalla Lega: l’impressione generale, al di là dei promotori, è che la consultazione popolare serva a poco o nulla perché sarà difficile raccogliere il consenso della maggioranza dei cittadini e perché, anche se lo si raggiungesse, bisognerebbe aprire una trattativa con il Governo nei limiti delle competenze regionali fissate dall’articolo 116 della Costituzione. Qual è il giudizio sul referendum regionale e qual è la vera posta in gioco?

“Questo referendum, per come è stato concepito e per le domande che pone, è inutile, ozioso e dispendioso. Ossia, in politica, quanto di peggio si possa immaginare. Anche in caso di un suo successo clamoroso, infatti, tutto quello che si otterrebbe è di sfondare una porta aperta. Il regionalismo differenziato che si vuole ottenere per questa via, infatti, è già previsto dalla Costituzione che ne indica però un’altra per raggiungerlo, molto più semplice, che è poi quella imboccata dalla regione Emilia-Romagna. Se si volesse guardare un po’più nel profondo, inoltre, si dovrebbe dire che questo referendum è anche dannoso perché guarda al passato e non al futuro ed elude il problema politico vero che il paese ha di fronte a sé in tema di decentramento, che non è quello della maggiore o minore autonomia delle Regioni come sono oggi, bensì quello di definire le nuove funzioni che, sui diversi territori, possono e debbono essere esercitate a livello comunale, intercomunale, metropolitano ed anche regionale nel contesto europeo e della globalizzazione dell’economia”.

Il Governatore della Lombardia, Roberto Maroni, dice che la linea del Piave è il voto del 34% degli aventi diritto, al di là della quale il referendum sarebbe un successo di partecipazione:  ma che peso può avere un referendum che, anche nelle più ottimistiche previsioni, sarebbe sostenuto – forse anche peggio di quanto è successo in Catalogna – da meno della metà degli elettori?

“Nessun peso, oltre a quello che gli è già stato conferito dalla deliberazione a maggioranza del Consiglio regionale. Il percorso da seguire sarà comunque arduo perché l’esito della trattativa con il governo non sarà sufficiente di per sé, sarà necessario ottenere anche il voto della maggioranza assoluta del Parlamento. Un voto che potrà esserci solo se quell’accordo verrà ritenuto di interesse nazionale. In altre parole, se non servirà solo alla Lombardia ma sarà percepito come utile all’Italia intera”.

Tra le maggiori competenze regionali rivendicate da Lombardia e Veneto il vero nodo resta quello fiscale e cioè la richiesta che una parte dell’entrate tributarie restino nelle regioni dove viene prodotto il reddito anziché finire nella casse dello Stato: è una richiesta percorribile o, come sostengono alcuni meridionalisti come Gianfranco Viesti e alcuni costituzionalisti come Valerio Onida, è una richiesta che rischia di creare nuove ingiustizie?

“Il concetto di residuo fiscale, ossia la differenza tra quello che i cittadini di un territorio mandano a Roma e quello che lo Stato spende su quel territorio, non è facile da definire e nemmeno da quantificare. La cifra dei 57 miliardi di euro fatta da Maroni è chiaramente esagerata. Gli esperti in materia parlano di una cifra tra i 20 ed i 30 miliardi, tenendo conto di tutti i correttivi necessari. Inoltre deve essere chiaro che, se lo Stato trasferisce funzioni, trasferisce anche l’onere del loro finanziamento per cui, fatti salvi i guadagni di una maggiore efficienza, pure molto importante, si rischia un circolo vizioso. La strada maestra dovrebbe essere invece quella di una valutazione concreta, caso per caso, con criteri tecnici oggettivi e con spirito sperimentale. Una valutazione che personalmente ritengo darebbe maggiori frutti se partisse dalle città metropolitane e dalla funzione che esse sono chiamate a svolgere nell’interesse nazionale. Un buon esempio potrebbe venirci in questo senso dalla Gran Bretagna, il paese forse più accentrato d’Europa, che ha però avviato un grande esperimento di creazione volontaria, ossia dal basso, di grandi aree metropolitane (urban functional regions) con annesso federalismo fiscale per l’attuazione di programmi concordati”.

Al di là dei singoli punti in discussione, non crede che il referendum regionale sia figlio della vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso che voleva riportare al centro le competenze di interesse nazionale come quelle sull’energia, sulla formazione, sui trasporti e che poggi su un presupposto che non trova conferma empirica e cioè che in certi campi la gestione delle Regioni sia migliore di quella dello Stato?

“L’area della formazione è forse la più adatta ad esperimenti di forte decentramento dal momento che la densità tecnologica, la ricerca e la formazione sono fattori decisivi dello sviluppo del territorio. L’economia della conoscenza, come si sa, trova proprio nella dimensione metropolitana il suo habitat naturale. Di qui la grande importanza politica del tema della governance (non dell’amministrazione) delle città metropolitane, tema su cui non solo il governo nazionale, ma soprattutto la Regione Lombardia ha, sino ad ora, clamorosamente fallito. Altro che referendum!”.

Pur partendo da obiettivi molto più ridotti di quelli dei secessionisti della Catalogna, non crede che la strada dei referendum regionali possa tornare ad alimentare tentazioni indipendentiste piuttosto che favorire un nuovo equilibrio tra Stato e periferia?

“Il vero rischio del referendum è quello del vicolo cieco, il non portarci da alcuna parte. La grande Milano e la Lombardia non sono un’etnia di frontiera, una minoranza linguistica a rischio di estinzione, sono il motore economico e sociale del paese. L’Italia ha certamente bisogno di loro, ma anche loro hanno bisogno dell’Italia”.

Rispetto al fallimento conclamato del federalismo all’italiana di matrice leghista, ci sono altre Regioni a guida Pd come l’Emilia-Romagna che stanno delineando un federalismo soft rigorosamente interno alla Costituzione e che, proprio in base all’articolo116 della Carta, punta ad aprire un tavolo di trattativa con il Governo centrale offrendo la gestione diretta di alcuni servizi – a partire dal lavoro e dalla formazione- in cambio di una parte del gettito fiscale prodotto dalla Regione: qual è il suo parere?

“Costituzionalmente è la via più sensata e corretta. Insisto però che la strada maestra è la ridefinizione dei ruoli, dei compiti, delle responsabilità e delle funzioni di ciascun livello di governo in un contesto che rompa però con la logica verticistica e chiusa del nostro sistema amministrativo in cui più enti, dotati tutti di competenze generali, si sovrappongono l’uno sull’altro come in una matrioska, per affermare invece una logica diversa, in cui le decisioni vengano prese sempre di più in un contesto multisettoriale, di contrattazione e di collaborazione tra diversi soggetti, sia pubblici che privati”.

Strizzando l’occhio alla Lega in vista delle prossime alleanze elettorali, Silvio Berlusconi ha proposto di estendere i referendum regionali a tutta Italia: lei che cosa ne pensa e quali effetti politici potranno avere i referendum sulla prossima campagna elettorale?

“Poiché questi referendum porteranno a nulla di concreto, temo che creeranno solo ulteriore discredito per la politica, specie se ridotta a propaganda come in questo caso. Il tema centrale, anche in funzione di una maggiore autonomia delle Regioni, rimane quello della riforma dello Stato. Anche chi ha votato No il 4 dicembre scorso non può sottrarsi a questo discorso”.

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