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Petrolio: prezzi giù, Iran pronta ad aumentare la produzione di 500 mila barili

Cosa sta succedendo al petrolio? E cosa ancora potrebbe succedere nei prossimi giorni-mesi? Ovviamente è più semplice rispondere alla prima domanda ma anche sulla seconda è possibile fare alcune ipotesi di scenario. L’opinione prevalente è che la caduta non è ancora arrivata a fine percorso e nello scenario peggiore potrebbe sprofondare anche sotto i 30 dollari.

Un crollo verticale

Basta osservare la curva del Wti (West Texas Intermediate, il greggio di riferimento Usa) per visualizzare con estrema chiarezza il crollo verticale dei prezzi dai massimi di giugno (62 dollari contro gli 80 circa di un anno fa). Oggi il Wti viaggia ancora in calo sotto i 42 dollari al barile, ai minimi da 6 anni e mezzo, e non sembra avere ancora toccato il fondo. La curva del Brent (il greggio di riferimento per l’Europa) è meno verticale, nondimeno la discesa è chiara ed evidente: da 67 dollari oggi è rotolato sotto i 50 (e un anno fa i prezzi viaggiavano a 110-115 dollari al barile). Ad innescare le vendite odierne sono anche i dati sull’economia Giapponese più debole del previsto ma altri dati strutturali influenzano gli investitori.

Sale il surplus e l’Opec aumenta la produzione

In particolare sono due i fattori che stanno ulteriormente influenzando gli operatori. Da un lato l’annuncio dato dal ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh  che l’Iran è pronto a far ripartire la produzione e che a una settimana dalla rimozione delle restrizioni all’export il Paese potrebbe immettere sul mercato 500.000 barili giorno. Cifre da prendere con cautela ma che danno comunque il senso delle intenzioni iraniane. Sempre il rappresentante iraniano nell’Opec, Mahdi Asali – ripreso da Bloomberg – ha inoltre detto che l’Opec potrebbe portare la produzione del cartello a 33 milioni di barili, dopo la fine delle sanzioni, raggiungendo un record assoluto da sempre (a luglio la media è stata di 31,5 milioni di barili in base ai dati Opec).  Secondo i dati Bloomberg, il mercato petrolifero mondiale registra già un surplus di 3  milioni di barili, con Iraq e Arabia Saudita responsabili della sovrapproduzione degli ultimi 6 mesi.

Dal fronte Usa (che è il maggior consumatore mondiale di petrolio) arriva poi la notizia che, per la quarta settimana consecutiva, aumenta il numero delle piattaforme di trivellazione shale. Baker Hughes ha riferito che isono salite a 672 nonostante la cifra totale sia scesa del 60% rispetto a dicembre 2014. Dalle compagniae americane, tra cui ExxonMobil e ConocoPhilips, cresce inoltre la pressione sul governo di Washoington per eliminare le restrizioni all’export. E secondo quanto ha fatto sapere Petroleos Mexicanos, gli Stati Uniti hanno autorizzato l’uscita di petrolio verso il Messico, dopo un divieto quarantennale e si preparano a scambiare oltre 100.000 barili di light oil contro il Mexican crude più pesante.

Le previsioni 

Citigroup ha ridotto le stime per il Wti a 48 dollari sia per quest’anno che per il prossimo ma non esclude un ulteriore ribasso del 30% che farebbe scivolare i prezzi a 30 euro a fine anno.  «L’euforia dell’Opc circa la sua capacità di vincere la guerra delle quote di mercato potrebbe essere un fattore chiave – ha spiegato Edward Morse, il capo della ricerca sulle commodities di Citigroup – insieme a uno scenario geopolitico benevolo sul fronte dell’offerta».

C’è chi si spinge anche oltre come Gary Shilling, a capo dell’omonima casa d’investimento. Le sue stime indicano un petrolio a 20 dollari al barile, o anche sotto. Questo perché a suo avviso la guerra tra i Paesi produttori li spingerà a pompare greggio fino a quando i prezzi non scenderanno al di sotto dei costi di produzione.

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