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Nuove sanzioni per Russia e Iran: quali effetti in Italia?

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Il 28 e 29 giugno il Consiglio Europeo ha riconfermato per altri sei mesi le sanzioni economiche nei confronti la Federazione Russa, in vigore da marzo 2014. Le cause principali di questa decisione erano l’annessione della Crimea e di Sebastopoli e le ingerenze russe in Ucraina. La UE ha imposto diverse misure restrittive suddivise in misure diplomatiche, misure restrittive individuali (congelamento dei beni e restrizioni di viaggio), restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea e Sebastopoli, sanzioni economiche vincolate al rispetto degli accordi di Minsk in settori economici specifici e restrizioni alla cooperazione economica. Da un punto di vista puramente teorico la sanzione dovrebbe essere uno strumento di dissuasione per punire un Paese o per indurlo a cambiare politica, e non un fine in sé. Dall’altro lato, da un punto di vista economico, le sanzioni hanno certamente reso più fragile l’economia russa e rallentato la crescita, pur senza mettere in ginocchio il Paese. L’introduzione delle sanzioni è coincisa con una crisi economica in Russia molto forte nel biennio 2014-15, determinata più dalla caduta del prezzo del barile di petrolio e dalla conseguente svalutazione del rublo che non dalle sanzioni stesse. La Banca Mondiale stima la crescita del PIL nel periodo 2018-2020 tra l’1,5-1,8%. 

Tuttavia, come riportato dall’ISPI, i reali problemi economici della Russia vanno al di là dell’orizzonte delle sanzioni: i due principali fattori per rilanciare la crescita, in rallentamento già dal 2013 (1,3% quando il barile era a 90 USD) dovrebbero essere la diversificazione dell’economia, troppo dipendente dalla rendita delle risorse naturali e la modernizzazione dell’apparato produttivo. Le sanzioni hanno soltanto peggiorato la situazione, dissuadendo gli istituti di credito occidentali a intraprendere grandi investimenti strutturali e creando un clima di incertezza politica che ha alimentato un sentimento di diffidenza e precauzione da parte di ambo le parti. Questo ha rafforzato il ruolo delle banche russe pubbliche e il peso economico delle grandi imprese di Stato, dei propri funzionari e relativo cerchio clientelare. Le principali vittime delle sanzioni sarebbero quindi le piccole e medie imprese sia russe che straniere e la classe media. Secondo una recente analisi riportata dall’ISPI, nel breve termine le sanzioni non avrebbero un impatto importante sul settore energetico. Tuttavia, rendendo più complicati gli investimenti, potrebbero causare problemi strutturali all’economia russa nel lungo termine (dal 2030 in poi). 

Dal lato delle controsanzioni russe, concretizzatesi sostanzialmente nell’embargo di materie e prodotti agroalimentari occidentali, le ripercussioni per le imprese europee sono state molto salate, con la perdita di importanti quote di mercato. Secondo le stime Eurostat, la Russia rappresentava il 10% delle esportazioni agroalimentari europee, per un ammontare di 12 miliardi di euro all’anno. Oggigiorno i beni alimentari originari dei Paesi europei sono stati piano piano sostituiti dai Paesi concorrenti: Turchia, Maghreb, Israele, Iran, America del sud o Cina. E, allo stesso tempo, le controsanzioni hanno finalmente rilanciato la produzione locale. A questo riguardo è emblematico il caso dei cereali: nel 2017 la Russia, già importante produttore, è diventata il primo esportatore mondiale di grano al mondo con una produzione di 85 milioni di tonnellate. 

Sotto il profilo geopolitico, le sanzioni non hanno determinato alcun cambiamento sostanziale. La situazione in Ucraina orientale, nelle regioni del Donbass e di Lugansk, è rimasta ferma allo status quo e il conflitto non è ancora stato sedato. Difficilmente Mosca sarà incline a rivedere la propria politica estera nei confronti della Crimea che ha riconferito a Putin una popolarità molto alta e un senso patriottico e identitario molto forte, deresponsabilizzando così la classe dirigente per le mancate riforme di cui il Paese avrebbe bisogno, additando come principale causa le sanzioni occidentali. Ecco allora che, se le misure adottate sono state inefficaci nel risolvere la questione ucraina, hanno permesso alla classe dirigente russa di aumentare la propria popolarità. Da un punto di vista economico hanno rafforzato il ruolo delle imprese e banche statali e indebolito le piccole imprese e la classe media. Senza dimenticare la perdita di importanti quote di mercato a banche e imprese europee, a vantaggio di istituti e fondi concorrenti, per la maggior parte di provenienza dai Paesi del Golfo o asiatici. 

In questo contesto, non va dimenticato che lo scorso 8 maggio il presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), raggiunto dai Paesi P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania) nel luglio 2015 ed entrato in vigore nel gennaio 2016. Di conseguenza, rientrano in vigore (in due momenti separati, nei mesi di agosto e novembre) le sanzioni secondarie statunitensi che erano state sospese con la firma dell’accordo. Si tratta di misure che colpiscono i soggetti non statunitensi in relazioni economiche e commerciali con un Paese o un elenco di soggetti designati. Nei confronti di questi soggetti, gli USA possono decidere di limitare le relazioni economiche o di proibirle del tutto. Anche le misure punitive possono essere diverse, dall’imposizione di multe all’esclusione dal mercato statunitense. 

Il principale effetto della politica USA di “massima pressione” sembra essere quello di una ritrovata unità di intenti all’interno della classe politica iraniana: messa di fronte alla minaccia esterna, la classe politica locale sembra ricompattarsi attorno alla figura del presidente, al fine ultimo di assicurare la sopravvivenza della Repubblica Islamica. Ecco allora che a Teheran torna prepotente la retorica sull’”economia di resistenza”, un concetto introdotto dall’ayatollah Khamenei nel 2012 in risposta alle sanzioni imposte all’epoca. Secondo questo concetto, il Paese dovrebbe puntare sulle proprie capacità domestiche per resistere alla pressione esterna: produrre internamente anziché importare, introdurre sistemi di scambio in beni anziché in moneta, tornare a fare affidamento sulle triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi per ovviare all’isolamento finanziario. Sembra allora prefigurarsi un ritorno al 2012, l’anno precedente l’avvio dei negoziati che avrebbero portato nel novembre 2013 alla firma dell’accordo ad interim sul nucleare e nel luglio 2015 a quella definitiva del JCPOA.  

l rientro in vigore delle sanzioni secondarie USA verso l’Iran rischia di avere conseguenze negative per il nostro Paese. Al di là del rischio del naufragio dell’accordo sul nucleare e dell’aprirsi di un nuovo fronte di instabilità regionale, con conseguenze negative per tutti i paesi della regione, i rischi per il Bel Paese sono prettamente di natura economica. Nel 2017 l’Italia si è affermata come primo partner commerciale dell’Iran tra i membri dell’UE, seguita da Francia e Germania: in quell’anno, l’interscambio tra Italia e Iran è cresciuto del 97% rispetto al 2016 arrivando a quota 5 miliardi di euro, mentre Francia e Germania seguivano rispettivamente a 3,8 e 3,3 mld. E la capacità di risposta del nostro Paese è legata all’azione in sede europea: concretamente Bruxelles si scontra con la limitatezza delle opzioni a disposizione per mettere al riparo le proprie imprese da sanzioni che hanno portata globale, considerata la persistente egemonia degli USA sul sistema commerciale e finanziario. 

In questo momento i principali strumenti approntati da Bruxelles sono due: la riattivazione del “Regolamento di Blocco” (Regolamento 2271/96), che impedisce ai soggetti europei di adeguarsi alle sanzioni secondarie statunitensi, e l’estensione del mandato della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), alla quale verrebbe accordato il potere di fornire garanzie sulle attività finanziarie con l’Iran, in modo da sostenere gli investimenti europei, soprattutto delle PMI. Tuttavia entrambi gli strumenti rischiano di essere inefficaci di fronte all’intransigenza statunitense nel non voler concedere agli alleati alcuno spazio di azione per continuare a fare affari con l’Iran. 

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