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Nordest, ecco perché l’economia diventerà sempre più green

FIRSTonline

Gli ultimi bollettini statistici mostrano un Triveneto in largo recupero industriale. Nei primi tre mesi del 2021 le esportazioni hanno segnato un buon incremento (+5,8%), che consente di ritornare ai livelli dello stesso periodo del 2019 (8,4 miliardi di euro). Tra i distretti del Veneto spiccano gli elettrodomestici di Treviso (+33,7%), l’oreficeria di Vicenza (+29,1%), trainata dalla vendita di gioielli negli Stati Uniti, e la termomeccanica di Padova (+24,4%). In mezzo a questa ripresa post pandemica, chi osserva la “pancia” del Veneto manifatturiero non può non notare una serie di progressivi cambiamenti destinati ad aggiornarne la fisionomia.

A Nordest, e nello specifico in Veneto, la transizione ecologica, i principi dell’economia circolare e una nuova responsabilità sociale delle imprese stanno diventando argomento sempre più diffuso e trasversale, “messo a terra” anche in decine di progetti molto concreti. Lo stereotipo dell’imprenditore veneto interessato solo dalla religione degli “schei” non è più attuale, non si parla più solo di tasse e burocrazia ma soprattutto di come le aziende devono e dovranno convivere in un ecosistema economico ed ambientale fragile e da preservare.

Il salto di mentalità a Nordest è solo in parte ascrivibile al passaggio generazionale: certamente rispetto ai padri le seconde, terze o quarte generazioni di imprenditori nordestini, oggi al comando, hanno coltivato una visione ad ampio raggio della sostenibilità globale dei processi industriali e produttivi nelle rispettive aziende. Da tempo non si misura tutto solo in termini di fatturato e di utile netto. I padri, i fondatori, partiti nella maggior parte dei casi dal garage dietro casa erano comprensibilmente tutti orientati a creare “fisicamente” le aziende e a competere nel mondo con pochi capitali, tanto lavoro e inventiva.

Oggi i progetti e le iniziative legate all’economia circolare, al riciclo, alla sostenibilità energetica, al welfare aziendale, sono disseminati in tutte le province del Nordest e si fatica a seguirli tutte. Coinvolgono i distretti manifatturieri, le grandi filiere terziste della Germania, i distretti dell’oro e della concia, il sistema casa, del marmo e della lavorazione della plastica.

«Penso, ad esempio, a come l’industria plastica del Vicentino, da almeno 15 anni, abbia sviluppato la propria transizione verso le bioplastiche; oppure come la concia sia sulla buona strada per arrivare al 100% di recupero degli scarti di produzione – osserva Laura Dalla Vecchia, da poco alla guida della Confindustria di Vicenza, la prima donna vicentina a guidare una delle associazioni degli industriali più importanti del Paese – Abbiamo ottimi esempi di come gli investimenti in sostenibilità offrano anche un ritorno di valore molto evidente. Il consumatore finale è giustamente sempre più sensibile al tema e quindi non aver messo in atto azioni serie e misurabili per abbattere l’impatto delle proprie produzioni significa essere spazzati via, è solo una questione di tempo. Le grandi industrie internazionali di prodotto finito, di cui le nostre fabbriche sono fornitrici, continuano ad alzare l’asticella della sostenibilità e, di conseguenza, la competizione mondiale si sta giocando su questo».

A Bassano del Grappa, centro dell’asse pedemontano che collega il vicentino al trevigiano e si proietta verso il Trentino, distretto famoso per la meccanica legata all’automotive, il mobile, il settore orafo e la plastica, il raggruppamento locale di Confindustria ha organizzato il progetto “Radici Future 2030”, un festival diffuso della sostenibilità e dell’etica ambientale, che è prima di tutto un’operazione culturale per portare e insegnare l’economia circolare e la sostenibilità tra gli studenti. Workshop, visite in azienda, seminari con decine di ragazzi per spiegare che le fabbriche in cui lavoreranno tra qualche anno hanno un bisogno strategico di riconvertirsi e di diventare sempre più green. Per salvare un ambiente che ha pagato a Nordest cinquant’anni di crescita del Pil ma anche per mantenersi competitivo nelle filiere internazionali, dove chi è non è “green” o ecosostenibile rischia di finire marginalizzato.

Sempre nel vicentino, a Cartigliano, 3.000 anime nel mezzo dell’area della nuova strada Pedemontana che negli anni ha prodotto un ecosistema di piccoli gioielli industriali “tascabili”, nelle molle, nella minuterie o nelle macchine industriali, gli imprenditori si sono resi conto che oltre al green le imprese devono “ridare” qualcosa anche in termini di risorse finanziarie al territorio che le ha ospitate e che ha contribuito alle loro fortune. Il tema che preoccupa chi fa impresa da queste parti, oltre all’ambiente, è anche quello demografico. L’assunto è semplice: le aziende prosperano se ci sono famiglie, giovani, centri attivi. Di conseguenza la questione demografica diventa strategica. S

e le piccole cittadine del Nordest, satelliti dei centri urbani più grossi, si spengono, tra qualche anno le imprese non troveranno più non solo i mitici tecnici specializzati, ma nemmeno gli operai generici. Il “Progetto Giano” nasce a Cartigliano con questo obiettivo: le aziende promotrici ogni anno doneranno una parte del loro fatturato per sostenere le famiglie del posto nelle spese scolastiche, dal nido alle scuole superiori, passando per i centri estivi. Con il sogno, in prospettiva, di mettere i nuclei familiari nelle condizioni finanziarie e sociali di avventurarsi nell’idea di fare più di un figlio.

Questa nuova sensibilità verde si innerva nei processi industriali ovviamente con velocità diverse: più immediate nelle realtà industriali strutturate e in modo più lento negli ultimi ingranaggi – di solito artigianali – della filiera. Anche nel mondo accademico l’economia ambientale, come si chiamava qualche anno fa, sta trovando in Veneto un terreno fertile. La facoltà di economia della Cà Foscari, uno dei centri d’eccellenza con Milano e Roma negli studi economico-finanziari, ha da tempo orientato i percorsi di analisi economica sulle implicazioni del cambiamento climatico e della rivoluzione green nella finanza. Gli economisti veneziani, tra cui spiccano Monica Billio e Loriana Pelizzon, hanno prodotto numerosi studi sul tema, citati anche in ambito internazionale. Ma la transizione verde a Nordest non sarà un pranzo di galà, sono molte le incognite che i distretti industriali si troveranno ad affrontare e per questo servirà anche la politica.

«L’Europa e gli Stati Uniti hanno fissato obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni per il 2030. Questo ha dei costi – conclude Laura Dalla Vecchia (Confindustria Vicenza) – perché una conversione delle produzioni e una trasformazione delle competenze comportano enormi sforzi e tempi medio-lunghi. Non si cambia una fabbrica con un clic. Chi produce motori a combustione non può, dal giorno alla notte, mettersi a fare batterie. Dall’altra parte è chiaro che sono da evitare operazioni di greenwashing, la sostenibilità deve essere reale e la finanza sta molto attenta a questo aspetto: non investe in aziende che non intraprendano progetti concreti. Il periodo di transizione deve essere programmato con attenzione e risorse adeguate, altrimenti si rischia davvero il disastro sociale. Cina, India e altri, se non accettano questa sfida, da una parte sarebbero nelle condizioni di fare dumping commerciale e dall’altra rischierebbero di compromettere l’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura globale».

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Categories: Economia e Imprese