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Lo “spread” della politica

Mancano, al più tardi, 9 mesi alla scadenza naturale della Legislatura e gli italiani non sono ancora in grado di poter rispondere a tre domande: 1) quando si voterà? 2) con quale legge elettorale? 3) per quali partiti e subordinatamente per quali alleanze? L’impossibilità di dare risposte certe alle tre domande dimostra come alle incertezze che derivano dalla grave crisi economica e finanziaria, alla quale (con qualche successo) il governo Monti sta cercando di mettere riparo, corrisponde un’analoga crisi politico-istituzionale, alla quale i partiti (con diversi gradi di responsabilità tra loro), non sono riusciti sinora a dare risposte convincenti. C’è poco da meravigliarsi quindi che su un punto i sondaggi siano tutti convergenti: il numero dei cittadini-elettori orientati all’astensionismo e di quelli orientati all’astensionismo è sempre più alto.

Ritorniamo alle tre domande. La prima (quando si voterà) è quella alla quale sembra più facile rispondere. Anche se non c’è alcuna certezza, tutto lascia intendere, che i tempi della scadenza naturale della Legislatura saranno rispettati. Si dovrebbe votare quindi ad aprile. Ma se la scadenza istituzionale sarà rispettata, questo lo si dovrà, più che alla buona salute del sistema, all’esatto contrario. Vale a dire alle incertezze, in alcuni casi ai limiti del boicottaggio,  che, dall’inizio della Legislatura, alcuni partiti (in particolare il Pdl), hanno mostrato nel non mettere mano alla riforma elettorale. Motivo per il quale, se si dovesse andare alle elezioni anticipate, queste sarebbero regolate dal famigerato Porcellum, che tutti i partiti (almeno a parole) dicono di voler riformare.

Qui vale la pena aprire una parentesi: le riforme elettorali andrebbero fatte, almeno secondo logica, all’inizio della Legislatura e non a ridosso del voto. E’ evidente infatti che se la scelta del sistema elettorale avviene all’ultimo momento, la ricerca di un accordo tra le forze politiche sarà sempre più condizionata dai singoli egoismi elettorali e non dalla ricerca di soluzioni che mettano al primo posto il diritto dei cittadini elettori ad avere un sistema chiaro e semplice, che consenta loro di potersi scegliere i parlamentari e, di conseguenza la maggioranza di governo.

Ma perchè non si è fatta all’inizio della Legislatura la riforma elettorale? Da un lato ha pesato la determinazione del Centro destra nel difendere il vecchio sistema (il Porcellum) nella convinzione che questo avrebbe comunque favorito l’alleanza Pdl-Lega, anche nelle prossime elezioni. Dall’altro le incertezze e le divisioni tra le forze di opposizione che non sono state in grado di incalzare, come avrebbero dovuto, una maggioranza neghittosa su questo decisivo passaggio. Risultato: la disponibilità del centro-destra a riformare il Porcellum, si è cominciata a manifestare solo dopo, che l’uscita di Fini dal Pdl, prima, e la crisi del governo Berlusconi con conseguente venir meno della maggioranza con la Lega, hanno fatto sì che oggi andare al voto con l’attuale legge elettorale, si sia trasformata in un boomerang per il Centro-destra.

Nonostante questo fatto, e la più volte dichiarata disponibilità delle opposizioni a cambiare il sistema elettorale, e nonostante le lunghe trattative tra i partiti a livello tecnico, oggi una nuova legge elettorale ancora non si vede, e tutto questo finisce per limitare una delle prerogative principali del capo dello Stato: la possibilità (in caso di necessità) di sciogliere le Camere. Al tempo stesso non conoscere con quale sistema elettorale si voterà porta come conseguenza il fatto che non siano ancora chiare nè le alleanze nè addirittura i partiti che si presenteranno alle elezioni.

Questo vale soprattutto per il campo del centro-destra, ma anche per quello del centro-sinistra. Coinciamo di qui, dove le cose, almeno a prima vista, sembrano più semplici. Si era partiti dalla foto di Vasto: vale a dire l’ipotesi di un’alleanza a sinistra tra il Pd, Sel e Idv, che cercasse poi un’alleanza con il centro di Pierferdinando Casini. Poi i successi elettorali dei cosiddetti grillini, in grande spolvero nei sondaggi, hanno un po’ cambiato le cose. E così Di Pietro, mettendo anche a rischio la tenuta dell’Idv, ha sempre più preso le distanze da Bersani, per cercare un’intesa con Vedola e Grillo.

Operazione finora non riuscita. Risultato: al momento l’ipotesi più probabile è che Bersani, partendo dall’intesa con Sel, ma non con Di Pietro, cerchi di chiudere una solida alleanza con il centro per sfidare quel che resta del Pdl. Ma anche qui siamo ancora in alto mare e tutto questo condiziona ed è condizionato dalla trattativa in corso sulla legge elettorale.

Situazione ancora più confusa nel centro-destra dove tutto è in movimento. Berlusconi prova, mettendo in campo di nuovo la sua candidatura e sacrificando quella del segretario Alfano, a rattoppare i cocci del Pdl. Con scarso successo sinora. Lui vorrebbe tornare allo spirito di Forza Italia, magari anche spacchettando l’attuale partito, al quale comunque vuole cambiare il nome. Ma l’apparato del partito (in particolare gli ex An) chiedono regole interne più democratiche, a cominciare dalle primarie. E poi ci sono da fare i conti con le possibili nuove formazioni. Sembra che Montezemolo non si presenterà in prima persona, ma l’ipotesi di liste più o meno sposorizzate da Italia-futura, è ancora in campo. Si parla anche di una lista Giannino dei superliberisti. Quello che è certo che nel centro destra si prevedono molti voti in libera uscita: dal Pdl e forse anche dalla Lega, che ha sì cambiato il segretario, con Maroni al posto di un sempre più usurato Bossi, ma che appare ancora tentata (come dimostrano recenti episodi parlamentari) dalla vecchia alleanza della precedente maggioranza.

Come si vede il quadro politico appare sempre più confuso e, per certi versi scomposto. Il bipolarismo è sempre più lontano e sfumato. E il rischio che la trattativa sulla riforma elettorale, non riesca ad andare in porto appare tuttora consistente. Il ritorno alla politica, dopo il governo tecnico, è certamnte un atto dovuto, ma resta pieno di incognite. L’auspicio è che la riforma elettorale (con o senza le preferenze, con o senza i collegi) si faccia è presto. Perchè tutto dipende da questo passaggio. A cominciare dal diritto dei cittadini elettori, che al momento non sono ancora in grado di conoscere per deliberare. Regola questa fondamentale per ogni democrazia. Conclusione: il rischio è che mentre il governo tecnico è impegnato a ridurre lo spread dei nostri titoli sui mercati, i partiti non riescano riducano lo spread politico istituzionale della politica.

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