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Lo sciopero come il voto: regolamentiamolo alla tedesca

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Dopo la proclamazione di sciopero generale di 24 ore di protesta contro la violenza nei confronti delle donne, fallito, come prevedibile, ma in grado di produrre comunque disagi nei grandi centri urbani per l’effetto annuncio, sarebbe stato logico ascoltare dalle forze politiche e sindacali ai più alti livelli non tanto voci di dissenso (postumo) ma almeno una riflessione e qualche proposta per riprendere il filo di un ragionamento sulla efficace regolamentazione dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali.

A Milano ha parlato Arrigo Giana, il direttore generale dell’ ATM , neopresidente dell’associazione imprenditoriale di cui fanno parte tutte le grandi aziende pubbliche del trasporto e che aderisce peraltro a Confindustria. Lo ha fatto con argomenti di buon senso indicando la necessità di consentire la proclamazione di uno sciopero solo a sindacati rappresentativi almeno del 5% della forza lavoro, la soglia minima prevista dal contratto per sedere al tavolo del contratto nazionale e di stabilire per i lavoratori l’obbligo individuare l’adesione allo sciopero al fine di consentire all’azienda di organizzare il miglior servizio possibile e di informare i cittadini.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano a dipanare una matassa ingarbugliata. La premessa essenziale è stabilire se il diritto di sciopero sia un diritto individuale esercitato collettivamente ( come il diritto di voto) o è un diritto individuale, ancorché sottoposto a regole minime. Quest’ultimo orientamento prevale oggi nella dottrina e nella giurisprudenza e fa sì che, sia pur nel rispetto delle regole esistenti, non solo una singola organizzazione sindacale, a prescindere dalla sua rappresentatività, possa dichiarare uno sciopero, ma è il singolo lavoratore che può disporre di questo diritto.

Il risultato, soprattutto nei servizi pubblici, è sotto gli occhi di tutti. Il nodo deve essere sciolto in sede politica e legislativa coinvolgendo le forze sociali. Se guardiamo alla Germania, come si fa spesso di questi tempi in materia di relazioni industriali, non vi è dubbio che la natura del diritto sia collettiva e che a decidere siano democraticamente i lavoratori interessati attraverso un referendum.

Se non si sceglie questa via si potrà forse migliorare qualcosa ma bisogna rassegnarsi ad accettare i disagi ricorrenti (non è difficile di questi tempi trovare una buona causa) che ricadono, in particolare nei servizi pubblici , sulle spalle dei cittadini più deboli e più poveri. Un’alternativa, per fuggire dalle responsabilità, è quella di delegare di fatto la materia alle prefetture che alla moral suasion affiancano il ben più efficace strumento della precettazione.

L’immobilismo (o l’opportunismo?) delle forze politiche richiama alla mente il significato che i vecchi tranvieri milanesi attribuivano all’acronimo ATM : Aspettiamo Tempi Migliori.

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