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Le sigarette elettroniche aiutano a smettere? Ue al bivio

Pixabay

Abbattere la percentuale di fumatori, ma anche sfruttare l’evoluzione tecnologica che consente di offrire ai consumatori delle alternative molto meno rischiose per la salute. E’ questo che chiede a gran voce parte del mondo scientifico al Comitato SCHEER (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risks), che ad aprile consegnerà un report definitivo alla Commissione Ue sulle politiche da adottare nella lotta al consumo di tabacco. L’appuntamento non è irrilevante, perché in base alle considerazioni del comitato saranno decise le future politiche dei Paesi dell’Unione, che dovranno dirimere il solito dilemma: è più giusto puntare solo ad una “generazione zero tabacco”, come prevede ad oggi il piano Ue che punta ad abbattere la percentuale dei fumatori dal 25% (22% in Italia) al 5% nel 2040, o è utile anche includere il principio della riduzione del danno, incoraggiando la diffusione di prodotti alternativi come le sigarette elettroniche o i dispositivi a tabacco riscaldato?

Al momento il report preliminare del Comitato SCHEER, che segue il Beating Cancer Plan, sembrano propense alla prima ipotesi e tendono sostanzialmente ad equiparare sigarette tradizionali e prodotti innovativi, ignorando di fatto le evidenze scientifiche di oltre 30 studi indipendenti e i pareri di oltre 10 enti regolatori in tutto il mondo, tra cui la statunitense Food and Drug Administration e il britannico Public Health England. In particolare l’istituto britannico, che da anni caldeggia l’adozione delle sigarette elettroniche come strumento fondamentale per la lotta al fumo convenzionale, sostiene che le e-cig sono del 95% meno dannose rispetto al fumo. E soprattutto, aiutano i fumatori a smettere: Secondo il PHE ogni anno, in Inghilterra, oltre 50.000 fumatori che altrimenti continuerebbero a fumare sigarette abbandonano il fumo con l’ausilio delle sigarette elettroniche. Un numero molto alto, se si pensa che nel 2019 i morti per malattie legate al fumo sono stati quasi 75.000. Nel 2020 in Inghilterra le e-cig hanno continuato a rappresentare lo strumento più diffuso tra i fumatori che cercano di smettere: 27,2%.

Anche l’agenzia federale Statunitense FDA, l’ente responsabile tra l’altro per la regolamentazione di farmaci e prodotti del tabacco negli Stati Uniti, tra i più autorevoli enti di salute pubblica al mondo e protagonista dei protocolli di autorizzazione dei vaccini per il COVID-19, riconosce il principio di riduzione del danno. Chi invece continua a non farlo è l’Europa, Italia compresa. Nel nostro Paese i prodotti innovativi sono consentiti e regolamentati, ma le autorità sanitarie italiane ancora oggi non riconoscono l’opportunità di integrare il principio di riduzione del danno con le tradizionali politiche di cessazione e prevenzioni. Anzi di recente il Ministero della Salute ha criticato l’apertura al dibattito espressa da alcune società scientifiche sulla materia, ribadendo la strategia del “quit or die” come “l’unica perseguibile, in un’ottica di salute pubblica”. Non c’è dunque altra strada, secondo le nostre istituzioni alla “disassuefazione totale dal fumo e dal consumo di altri prodotti del tabacco”.

Eppure, è proprio in Italia che il mercato sta dimostrando l’esatto contrario. Già in precedenza in Giappone la penetrazione su larga scala dei prodotti senza combustione aveva contribuito significativamente al un calo significativo della vendita di sigarette (oggi oltre un fumatore su quattro non fuma sigarette normali ma prodotti a rischio minore). Nel nostro Paese invece, negli ultimi due anni, in seguito all’introduzione dei prodotti alternativi come le sigarette elettroniche (ma non solo) si è assistito ad un calo senza precedenti del consumo di sigarette tradizionali: -6,8% dal 2017. Non solo: la buona notizia, per le casse dello Stato, è che grazie alla crescita dei prodotti alternativi, non c’è stato un corrispondente calo del gettito fiscale. Quindi molte persone stanno abbandonando le sigarette passando ad altri prodotti, che consentono comunque al mercato di sopravvivere e allo Stato di avere le entrate che si aspetta di avere.

Nemmeno l’emergenza Covid ha invertito questa tendenza: forse qualcuno, per la noia di stare chiuso in casa, avrebbe potuto pensare di iniziare (o di riprendere) a fumare, e invece è prevalsa l’attenzione alla salute: secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, 600 mila persone hanno lasciato le sigarette, mentre gli utilizzatori di sigaretta elettronica e a tabacco riscaldato sono aumentati (seppur di poco, dell’1% e dello 0,3%).

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