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Le riforme che non costano ma che nessuno fa

FIRSTonline - Franco Locatelli

Semplificare, semplificare, semplificare. Semplificare soprattutto i rapporti tra il cittadino e la burocrazia. Se ne parla da sempre, ma la realtà è sconsolante. In un recente editoriale sul Corriere della Sera, Sabino Cassese, che oltre a essere giudice emerito della Corte costituzionale è stato anche ministro della Pubblica amministrazione, ricordava opportunamente che per aprire una gelateria occorrono 73 adempimenti con 26 enti diversi e un costo di 13 mila euro e che sono già passati 900 giorni per l’erogazione dei sei miliardi del contratto di programma dell’Anas che dovevano essere disponibili in 90 giorni.

Sono numeri e fatti che gridano vendetta e che si sommano ai supplizi quotidiani dei cittadini ogniqualvolta abbiano a che fare con la Pubblica amministrazione. Eppure a parole sono tutti d’accordo, sia la maggioranza di governo che le opposizioni, sull’urgenza di modernizzare la Pubblica amministrazione – che è la madre di tutte le riforme – di digitalizzarla, di sburocratizzarla e di metterla finalmente al servizio dei cittadini. Ne parla anche il Programma nazionale di riforma recentemente presentato dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E proprio in questi giorni il Parlamento discute il cosiddetto Decreto Semplificazioni sul quale si sono però già addensati circa 3 mila emendamenti, per metà della maggioranza, e che, dopo l’approvazione delle Camere, richiederà un buon numero di decreti applicativi per diventare davvero operante.

La modernizzazione della Pubblica amministrazione, ma sarebbe forse meglio dire l’umanizzazione della burocrazia – che è uno dei veri poteri forti del nostro Paese e che ha colpe immense nell’immobilismo italiano – potrebbe essere fatta con riforme che non costano nulla sul piano economico. E per certi verso lo stesso discorso vale anche per la giustizia e per la scuola, che non necessitano solo di investimenti e di assunzioni ma soprattutto di idee e di programmi innovativi. Eppure non si riesce a smuovere la grande giungla burocratica. Come mai? Perché chi detiene le vere leve del potere e si nasconde nei meandri dello Stato non ha alcuna intenzione di mollare. Ma non solo per questo.

Cassese individua altre cause che impediscono o rallentano le riforme che non costano e che spesso sono le più utili proprio perché investono rapporti cruciali tra lo Stato e il cittadino. La prima ragione è l’indifferenza della politica, che non trova vantaggi in riforme che per diventare legge o per essere compiutamente applicate richiedono tempi lunghi e non offrono vantaggi immediati al ministro o al parlamentare oggi sulla scena politica. La seconda drammatica ragione è legata invece al deficit di competenze dei nostri politici: non è qualunquismo e non si tratta di fare di tutte le erbe un fascio, ma lo scadimento della qualità dell’attuale classe politica – enfatizzato dal populismo che disprezza le conoscenze e preferisce la demagogia un tanto al chilo – rispetto a qualche decennio fa ma anche solo a pochi anni fa è sotto gli occhi di tutto.

Naturalmente a tutto ciò si aggiungono le responsabilità dei media, la cui attenzione per i cambiamenti che non fanno clamore ma che possono migliorare la condizione dei cittadini è infinitamente inferiore a quella riservata all’ultimo gossip da spiaggia o all’ultimo pettegolezzo di Montecitorio.

Che tristezza. Ma resta una domanda: dove sta scritto che dobbiamo davvero rassegnarci a questo umiliante degrado della vita nazionale? Sarebbe bello saperlo.

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