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La guerra presenta alle Borse un conto salato, mentre oro e petrolio continuano la corsa all’insù

Scopio

Uno storico dell’economia, Scott Reynold Nelson, rileva un danno collaterale della guerra finora sottovalutato: in primavera, tempo di semina, i terreni ucraini, che assieme a quelli russi assicurano il 12% del grano mondiale, potrebbero restare incolti, con effetti davvero inquietanti per l’alimentazione del pianeta. Intanto, in quel di Mosca, una lunghissima fila per gustare l’ultimo hamburgher di Mc Donald’s segnala in maniera evidente il tramonto della globalizzazione. Anche questi sono i “danni collaterali” che, calcola l’istituto Brueghel, potrebbero costare all’Europa 175 miliardi di euro: 50 miliardi per contenere le conseguenze sui prezzi; 75 miliardi per l’indipendenza energetica; 30 miliardi per i rifugiati e l’assistenza umanitaria; 3 miliardi per la sicurezza e la difesa. Un salasso che pesa come un macigno sui mercati, che ieri hanno tentato un rimbalzo.

Frena l’inflazione in Cina, si vota in Corea del Sud

Ci ha provato, con scarso esito, anche l’Asia. Le borse d’Oriente si avviano alla chiusura incerte e volatili. In positivo il Nikkei di Tokyo (+0,8%), il Taipex di Taipei (+1,3%), l’S&P ASX200 di Sidney ed il BSE Sensex di Mumbai (+,8%).

Scendono le borse della Cina, soprattutto quella di Hong Kong (-2%): l’indice dei tech cinesi; l’Hang Seng Tech, perde il 2,2%, quarta seduta consecutiva di ribasso e nuovo minimo. Alibaba -3,3%, Tencent -3%. CSI 300 dei listini di Shanghai e Shenzen -1,3%.

Pechino muove i primi passi in vista di una mediazione tra Russia e Ucraina, il Paese in cui ha effettuato i più robusti investimenti in terreni agricoli. Nel vertice video con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto di “lavorare insieme” per ridurre le conseguenze della crisi in Ucraina e ha bocciato le sanzioni definendole “dannose per tutte le parti”.

L’inflazione in Cina mostra nuovi segnali di stabilizzazione: l’indice dei prezzi al consumo di febbraio si conferma allo 0,9%. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, i prezzi alla produzione continuano a rallentare: +8,8% annuo a febbraio da +9,1% di gennaio. Si tratta del dato più basso da giugno, in scia alle misure governative per garantire le forniture e controllare i prezzi delle materie prime in rialzo su scala globale.

I mercati finanziari della Corea del Sud sono chiusi perché si vota. Il Paese è chiamato alle urne per le elezioni presidenziali, nel giorno del nuovo record giornaliero di casi di Covid-19, schizzati a quota 342.446 per effetto della diffusione della variante Omicron. I seggi resteranno aperti fino alle 18:00, con ulteriori 90 minuti dedicati solo agli elettori positivi al Covid.

Il nuovo iPhone non scalda Wall Street

Il future del Nasdaq è in rialzo dello 0,5%. Ieri un tentativo di rimbalzo dei listini si è esaurito in un rimbalzo del gatto morto: Dow Jones -0,56%, S&P 500 -0,28%. Nasdaq -0,28%.

Non ha suscitato gradi reazioni il lancio dei nuovi prodotti di Apple: un desktop in cui esordiscono i chip creati dalla Mela in sostituzione di quelli di Intel e, soprattutto, un iPhone abilitato al 5 G a 429 dollari, in vendita dal 18 ottobre.

Tornano a salire l’oro e il petrolio

Il petrolio è tornato a salire: stamattina il WTI tratta a 126 dollari il barile, in rialzo del 2,5%. Dopo le decisioni Usa di vietare l’import di petrolio dalla Russia (l’8% degli acquisti statunitensi) è stata ieri la volta della Gran Bretagna. A Londra sono sospesi per tutta la settimana gli scambi sul nickel.

Oro in rialzo dello 0,4% a 2,056 dollari l’oncia. Torna su l’euro, in rialzo dello 0,2%, ieri +0,4%.

Arrivano gli eurobond: Milano esulta, poi la smentita

“È un mercato guidato dai titoli dei giornali”, lamenta Craig Erland, di Oanda, dopo le indiscrezioni, poi smentite, sul prossimo lancio di eurobond legati a energia e difesa. Ma a condizionare la giornata sono soprattutto le notizie in arrivo da Washington, che per tutta la giornata hanno anticipato l’embargo totale sul greggio di Mosca, scelta che, per il vicepremier russo Aleksiej Novak, spingerà il greggio fino a 300 dollari al barile, rendendo quasi inevitabile la recessione.

Prende così corpo, a due giorni dal direttorio della Bce, lo spetto della stagflazione anni Settanta, prodotto della spinta al rialzo delle materie prime imposto dai produttori ai Paesi consumatori. In questa cornice, madame Lagarde ha pochi margini di manovra. Facile pensare che non sprecherà le poche armi a sua disposizione di fronte all’impennata dell’energia. Come spiega un analista: “Non tutte le recessioni nascono da un’impennata del petrolio. Ma ogni corsa del prezzo del petrolio ha provocato una recessione”. Prepariamoci.

La Ue prova a ridurre la dipendenza dal petrolio russo

I future di Brent e Wti hanno toccato livelli impensabili fino a poco tempo fa. Il petrolio del mare del Nord ha registrato un rialzo del 7,6%, a 132,6 dollari al barile; il greggio texano è in area 130 dollari, con un incremento superiore all’8%.

Per calmierare i prezzi, la Germania invita l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ad aumentare la sua produzione di greggio.

Intanto, la Commissione europea dice che vuole ridurre di due terzi le importazioni di gas dalla Russia entro l’anno e annuncia che, entro aprile, presenterà una proposta legislativa perché gli stoccaggi di gas sotterraneo in tutta l’Ue siano riempiti almeno fino al 90% della capacità entro il primo ottobre di ogni anno.

Ma corrono anche le altre materie prime. L’oro guadagna circa il 3% e si muove ben oltre i 2.000 dollari, intorno a 2.055 dollari l’oncia. Spingono sull’acceleratore palladio, platino, argento e nichel.

Spread sotto 150, solo Milano e Madrid positive

La notizia sugli eurobond ha condizionato buona parte degli scambi sul mercato obbligazionario. Dopo la smentita di Frans Timmersmann, vicepresidente della Ue, la corsa dei Btp ha rallentato, ma non troppo: lo spread tra Btp 10 anni e Bund di pari durata scende a 149 punti base (-6,8%), con il tasso del titolo italiano in crescita in misura inferiore a quello tedesco: +1,6% contro +0,11%.

Milano chiude in frenata, con un progresso dello 0,8%, a 22.338 punti base, grazie al recupero dei titoli del credito.

Rimbalza anche Madrid (+1,23%), l’altra Borsa più legata all’andamento delle banche. Aumenta invece il bilancio delle perdite da inizio guerra delle altre piazze: Amsterdam -1,84%; Parigi -0,32%; Francoforte -0,1%. Piatta Londra.

Shell si scusa per lo shopping con Mosca

Da segnalare Shell (+1%). La società britannica del settore petrolifero si è scusata per aver acquistato gas e petrolio dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Shell ha dichiarato di non volersi più rifornire dalla Russia.

Arretra Danone (-1,19%), che finora si è rifiutata di uscire dal mercato russo: “Abbiamo un impegno con i nostri clienti”, è la tesi della multinazionale.

In forte rialzo Société Générale (+5,7%) dopo aver toccato un massimo del 10,5% in mattinata.

Saipem prende il volo nel finale

In una giornata segnata da una raffica di colpi di scena in attesa delle manovre sul petrolio, si fanno luce a Piazza Affari alcuni dei titoli più bersagliati nelle passate settimane. In testa figura Saipem (+13,2%), spinta all’insù nel finale dal blocco degli acquisti Usa di petrolio russo. Avanzano anche Eni (+2%) e Tenaris (+3,2%).

Orcel conferma il dividendo, Unicredit riparte

Allunga Unicredit, confermando nel bel mezzo della crisi ucraina il dividendo in contanti proposto per il 2021 di 1,2 miliardi e il riacquisto di azioni fino a 2,58 miliardi. La banca guidata da Andrea Orcel ha scelto di rivolgersi al mercato al termine di una giornata di recupero sul fronte borsistico (il titolo ha segnato un +6,12%, a 9,02 euro), ma ancora profondamente incerta sul piano geopolitico. Salgono anche Bper e Bpm, oltre il 5%, e Mediobanca (+2,2%). Intesa +1.2%.

Recuperano anche assicurazioni e gestito. Generali +1,95%: Claudio Costamagna guiderà la lista Caltagirone/Del Vecchio nella battaglia per i vertici del Leone. Vola Unipol: +6,95%.

Rimbalza Tim, buyback per Exor

Rimbalza anche Tim (+5,9%) in attesa di una decisione di Kkr sul lancio dell’Opa.

In evidenza anche Exor (+2,88%), che ha annunciato il lancio di un programma di buyback.

Rai Way, Viale Mazzini presto sotto il 50%

Da segnalare Rai Way (+5,86%): secondo indiscrezioni, il premier Mario Draghi ha già firmato il decreto che permetterà alla Rai di ridurre la propria partecipazione nella società delle torri sotto il 50%. Il decreto dovrebbe ora essere approvato dalla Corte dei Conti, prima di essere pubblicato in Gazzetta ufficiale. Per Equita, “l’obiettivo è creare le condizioni per il consolidamento nel settore delle torri broadcasting e quindi un’integrazione con Ei Towers (F2i al 60% e Mfe al 40%). La strada scelta dal Governo sarebbe quella già sperimentata con Terna e Snam, le reti energetiche, cioè mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società”.

Ferragamo (-1,5%) non fa previsioni per il 2022

In fondo all’indice i titoli più difensivi. Diasorin cede quasi il 5% nel giorno dell’ingresso nella controllata Usa Liminex. Giù anche Interpump (-4,1%) e Amplifon (-4,7%). Perde colpi anche Ferragamo (-1,5%) dopo i conti 2021, chiusi con un utile netto del periodo pari a 81 milioni di euro, in deciso recupero rispetto alla perdita di 72 milioni registrata nell’esercizio 2020, su ricavi pari a 1,14 miliardi. Ma la società, che pure ha un’esposizione ridotta sul mercato russo (meno dell’1%) non ha fornito una guidance per il resto dell’anno.

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