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La Costituzione va bene così: meglio non toccarla. Tutti i difetti del presidenzialismo e dell’autonomia differenziata

Imagoeconomica

A  me la Costituzione repubblicana va bene così, anzi come era prima delle modifiche che ha dovuto subire nel corso dei decenni: dalla sciagurata riforma del Titolo V fino alla potatura delle Camere. Sono inoltre convinto che le Carte Costituzionali vivano di vita propria – come tutte le norme – ed evolvano insieme alla storia di un paese. A questo proposito si potrebbero scrivere dei trattati su come le istituzioni del 1948 contenevano in sé ampi margini di interpretazione adeguata al trascorrere dei tempi e dei processi politici, senza per questo venir meno ai dispositivi delle norme. Per questi motivi, ho sempre votato NO nei referendum confermativi  delle riforme che si sono succedute nel tempo, perché a mia avviso ci si era affidati, in tutte le circostanze, ad una complessa procedura parlamentare per ottenere quella maggiore efficienza del sistema che si sarebbe potuto conseguire attraverso una revisione dei  regolamenti delle Camere. En passant, ritengo che la parte maggiormente datata  della Costituzione del 1948 non sia la seconda, ma la prima, in cui si avverte – specie nella Sezione dei Rapporti economici – il peso delle ideologie dei partiti. Tanto che, a meno di sorprese nel nuovo manifesto dei valori del Pd, nessuno degli attuali riscriverebbe adesso quelle  stesse norme come allora.

Riforma Costituzione: federalismo fiscale e autonomia differenziata

La questione della riforma costituzionale è entrata nel dibattito elettorale e fa parte del programma dei partiti della maggioranza, seppure in una logica di sommatoria (presidenzialismo + autonomia) e non di sintesi coerente. Pertanto è opportuno (almeno per cavarsela con un ‘’dixi et servavi animam meam’’) partecipare al dibattito aperto sulle riforme da Ernesto Auci su FIRSTonline.  Preliminarmente – visto che Roberto Calderoli ha già fatto circolare dei testi –  è opportuno  occuparsi della c.d. autonomia differenziata che è l’ultimo scampolo del federalismo. Se la Prima Repubblica era ossessionata dalla ‘’questione meridionale’’, la Seconda nacque sotto la crescente minaccia di una forza che si dichiarava secessionista – la Lega o meglio le Leghe insediate in ciascuna delle regioni settentrionali – e che voleva affrancare quelle laboriose popolazioni dall’oppressione di Roma ladrona e da una fiscalità esosa a vantaggio delle popolazioni del Sud che ‘’non avevano voglia di lavorare’’.

In pochi anni, quasi tutti i partiti divennero federalisti e le Camere si misero a legiferare in tal senso. Per contrastare l’ideologismo della Lega Nord e spartirsi i consensi raccolti dal Carroccio  nel Settentrione,  la politica si adeguò al miracolismo federalista, insieme a una  ampia serie di discutibili ma indiscussi corollari; primo fra tutti, la mistica delle Regioni, autoproclamatesi come l’eccellenza delle istituzioni della Repubblica. La riforma del Titolo V cercò ancora una volta di salvare la capra dello Stato e i cavoli delle Regioni introducendo, invece, una maggiore confusione, in un labirinto di competenze concorrenti. La mistica dominante, fallito l’obiettivo politico/istituzionale,  si mise alla ricerca di uno intermedio: il c.d. federalismo fiscale. Ma l’operazione camminava, da sempre, su di una faglia: la gestione della sanità. Le Regioni non hanno mai accettato di farsene completamente carico, su ambedue i versanti delle entrate e delle uscite, ma hanno continuato a pretendere di essere coperte dall’ombrello del bilancio dello Stato.

Federalismo fiscale: il punto debole è la sanità

Questa è la realtà: il resto appartiene soltanto alle schermaglie politiche. E quanto sia lontano quest’obiettivo è apparso chiaro – nell’emergenza della pandemia –  non solo nelle regioni del Centro-Sud. Anche l’autonomia differenziata rischia di incepparsi  sulle distribuzione delle risorse. Le Regioni candidatesi a fare di più da sé sono cadute – come la celebre signora Longari – sulla difesa del livello di spesa storica a loro disposizione nei trasferimenti (che è il principale vantaggio rispetto ad altre Regioni, a partire da quelle meridionali). Nel frattempo il ciclone dell’antipolitica aveva preteso la fine dell’Ente Provincia, riducendolo, in nome dell’efficienza e della semplificazione, ad una espressione geografica e sguarnendo la tutela e il governo del territorio. Per fortuna il Senato delle Autonomie, concepito come un dopolavoro-ferrovieri dei presidenti di Regione e dei sindaci delle principali città, è stato travolto nel referendum del 2016. Molto meglio (anzi meno peggio, a mio parere) il bicameralismo paritario mutilato ora vigente.

Presidenzialismo o elezione diretta del Capo dello Stato?

Quanto al presidenzialismo (l’eredità che – come ha detto – Giorgia Meloni intende lasciare agli italiani). è bene mettere qualche puntino sulle ‘’i’’ del dibattito in corso. Innanzi tutto va chiarito se il centrodestra propone il ‘’presidenzialismo’’o l’elezione diretta a suffragio universale del Capo dello Stato. Si  tratta di modelli istituzionali radicalmente diversi. In un regime presidenzialista, il presidente è eletto ed è contemporaneamente capo dello Stato e dell’Amministrazione, in una logica accentuata di divisione dei poteri. Una riforma di tale portata non si potrebbe attuare  avvalendosi  delle procedure previste dall’articolo 138 Cost. Sarebbe necessaria l’elezione di un’Assemblea costituente perché siffatta revisione investirebbe l’intero impianto istituzionale e un numero enorme di articoli. Nessun Parlamento sarebbe abilitato a cambiare (con una legge tipo Zan?) l’identità della Repubblica.

Diverso sarebbe il caso dell’elezione diretta del Capo dello Stato, una riforma assolutamente compatibile nel contesto di un regime parlamentare. L’elezione popolare diretta del Capo dello Stato è presente nella grande maggioranza dei Paesi europei: Austria, Irlanda, Islanda, Portogallo, Finlandia, Francia (sia pure con la caratteristica del semi-presidenzialismo), senza contare i nuovi Stati dell’Europa centro-orientale come Polonia, Romania, Bulgaria ed altri. Laddove questo tipo di elezione non è contemplata di solito vige un regime monarchico. Ma c’è di più. Se si aprissero gli armadi di tanti partiti  si troverebbero gli scheletri dell’elezione diretta del capo dello Stato, ivi rinchiusi in diverse stagioni politiche. E’ appena il caso di ricordare che nel testo di legge costituzionale presentato il 4 novembre 1997 dalla Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema – il punto più alto a cui arrivò l’intesa tra i partiti – era prevista l’elezione popolare diretta a suffragio universale – eventualmente su due turni – del Capo dello Stato. Relatore sul punto fu Cesare Salvi, il quale scrisse: “Si può, dunque, affermare che l’elezione diretta del Capo dello Stato è il sistema più diffuso in Europa, e che non ha dato luogo a degenerazioni plebiscitarie o a pericoli per la tenuta democratica del sistema istituzionale”. Non si comprende dunque perchè solo l’Italia, e con essa il popolo italiano, dovrebbe fuoriuscire dal quadro europeo dominante; né credo si possa dire che l’elettorato italiano, in cinquant’anni di elezioni politiche e di referendum, abbia mai dato prova di comportamenti irrazionali o si sia mostrato facile preda di suggestioni demagogiche.

No al premierato proposto dal Terzo Polo

Trovo invece inaccettabile – nonostante le mie simpatie per il Terzo Polo – la proposta della elezione diretta del premier. E’ il recupero di una vecchia idea di Mario Segni – uno dei più grandi sopravvalutati della storia contemporanea – che si riassumeva nella seguente formula. “Scegli il sindaco d’Italia“. Una riforma così manderebbe in malora almeno tre capitoli essenziali dell’attuale modello costituzionale: il Parlamento, il governo e il presidente della Repubblica. Infatti nessuno può pensare che l’operazione potrebbe limitarsi ad eleggere un premier che poi deve andare a cercarsi una maggioranza. Il modello del premierato, su cui si basa l’elezione del sindaco e dei presidenti delle Regioni, pone in un ruolo secondario l’assemblea elettiva la cui composizione è condizionata dall’esigenza di assicurare una maggioranza all’eletto; un’assemblea che rimane alla mercè (nel senso del classico “simul stabunt, simul cadent”) del capo dell’esecutivo. C’è davvero da meravigliarsi che i difensori del carattere parlamentare della Repubblica cadano in questa trappola.  Non esiste – che io sappia – in nessun angolo del pianeta una Repubblica delle banane che organizzi in questo modo le sue istituzioni, subordinando il potere legislativo al governo.

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