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La Cina tra svalutazione e controllo dei capitali

FIRSTonline

Dopo che nella Central Economic Working Conference di metà Dicembre le autorità cinesi hanno proseguito il dibattito sull’Agenda Economica del 2017 sui toni del mantenimento di una stabilità che dovrebbe veder confermato un target di crescita del Pil al 6,5% per il 2017, pare chiaro che questo livello permetterebbe anche il raggiungimento dell’obiettivo di lungo termine che si erano dati sul raddoppio del reddito pro capite entro il 2020, come reiterato dal 18esimo Congresso del Partito Comunista che si tenne nel 2012, ed in prospettiva verso il 19esimo che si terrà quest’anno.

Ma è l’atteggiamento prudenziale verso i rischi finanziari e di mercato che caratterizza l’azione preventiva del Governo cinese in questo periodo di transizione politica tra i due Congressi, tanto da necessitare di un pacchetto di misure straordinarie varate proprio il 31 dicembre, misure molto stringenti e obbligatorie per tutte le banche e financial institutions a partire dal primo Luglio, con particolare attenzione ai trasferimenti valutari.

Misure drastiche sul controllo dei capitali e sulla trasparenza delle transazioni finanziarie che hanno come scopo non solo combattere il riciclaggio di denaro ma anche mettere sotto controllo il fenomeno dello shadow banking che continua a destare preoccupazioni. La portata dell’intervento ha chiaramente un’implicazione strutturale importante che va ben oltre il mero controllo di capitale ed è una sorta di messa in sicurezza dell’intero sistema finanziario in vista della completa liberalizzazione dello yuan.

I limiti introdotti riguardano sia le persone fisiche per scambi e transazioni domestiche oppure oltre confine, e in questo caso con un paletto legato ad un controvalore di 10mila euro, sia le società, che saranno sottoposte a limitazioni pari a 200 mila dollari usa. Mentre le transazioni in contante hanno un tetto massimo di 10mila dollari per transazione.

Nel 2016 la Borsa cinese ha chiuso con una perdita dell’11%, di cui un 9% da addebitarsi all’effetto Trump che include non solo l’apertura del ciclo di rialzi dei tassi Usa ma soprattutto la minaccia di ritorsioni sui rapporti commerciali a difesa dell’industria americana. Nonostante il Beige Book cinese mostri un miglioramento della seconda economia mondiale nel quarto trimestre un po’ in tutti i settori industriali, con utili e prezzi alla produzione in recupero dopo quattro anni di deflazione, il problema resta legato all’impatto di quanto detto sui profitti delle corporates cinesi e da qui la necessità di una politica fiscale proattiva e di una politica monetaria prudente e neutrale per evitare nuove bolle contenendo l’effetto Trump.

Mentre la maggior parte degli analisti, dopo un dato sulle riserve valutarie che ha visto rompere la soglia psicologica dei 3 triliardi di dollari (il calo a dicembre di 41.1 miliardi di dollari Usa ha portato il totale a 3.01 triliardi), puntano ad un deprezzamento dello yuan sino ad un livello di equilibrio a ridosso tra 7,2 e 7,5 contro il dollaro entro la fine dell’anno. Un’ulteriore perdita di riserve internazionali produrrebbe un’accelerazione dei deflussi di capitali e occorrerà quindi accelerare anche sulla libera fluttuazione della divisa per evitare che la stessa Banca Centrale venga meno alla sua prerogativa di indipendenza nell’azione e prevenzione delle turbative sul mercato valutario o peggio che ne subisca gli effetti.

Una mossa così determinata e ampia, comprensiva di controlli sui capitali, era quindi inevitabile, data la situazione e le previsioni di ulteriore perdita di valore dello yuan, e in ricordo del periodo nero della crisi delle tigri asiatiche e di quanto fece la Malesia fregandosene dei diktat del Fmi. Così la notizia dell’introduzione di nuove regole sulle transazioni contanti per ridurre la volatilità sui capitali non ha sorpreso più di tanto il mercato all’inizio ma ha fatto impennare la quotazione del Bitcoin.

Un’altra decisione importante riguarda l’aggiornamento del basket valutario Cfets (China Foreign Exchange Trade System) RMB Index delle divise di riferimento rispetto allo yuan, che ha portato il numero di divise da 13 a 24 con effetto dal primo gennaio, con un aggiustamento annuale legato all’andamento delle riserve valutarie. Tra le nuove entrate il rand sudafricano, il dirham, il ryial saudita, il fiorino ungherese, lo zloty polacco e lira turca, a rappresentare un ampliamento forse eccessivo ma sempre nell’ottica di dare maggiore equilibrio alla divisa cinese.

I precedenti interventi e tentativi della Banca Centrale Cinese, messi in atto nella seconda metà del 2016, riguardavano le restrizioni sulla liquidità ma non avevano fatto altro che causare un’accelerazione del default di alcune corporates, che dipendevano dall’approvvigionamento di liquidità di sistema. Intanto la divisa cinese ha superato quella canadese come quota negli scambi globali, ma la corsa all’affermazione negli scambi commerciali globali ha tempi lunghi mentre quella della svalutazione incontrollata rischia di essere uno dei maggiori patemi d’animo del 2017 come lo fu nell’estate del 2015.

Così le previsioni per la fine del 2017 per uno yuan più vicino a 7,5 sul dollaro restano intatte, così come un prosieguo del cammino di svalutazione per l’anno prossimo, mentre è stata inaspettata la reazione agli inizi dell’anno ove si è registrato un balzo del CNH da 6.9697 del 2 gennaio sino a 6.78 il 5 gennaio, poi rientrata in parte il 9 a 6.8766, spingendo la volatilità ai massimi dell’agosto 2015, una data legata ad un crollo dei mercati proprio dipeso alla svalutazione dello yuan, una spada di Damocle che ancora ci accompagnerà per l’anno in corso.

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