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INTERVISTA A LORENZO BINI SMAGHI: “Sono le riforme che fanno crescere l’economia”

Più ancora del taglio delle tasse sono le riforme che possono rilanciare l’economia e spingere la crescita perché cambiano da subito il sentiment e gli animal spirits degli imprenditori. E’ dunque alle riforme (in testa quelle della giustizia e della Pubblica amministrazione) che va data la priorità. Quanto alla politica fiscale, se si vuole alzare la competitività del Paese, bisogna puntare soprattutto sul taglio del cuneo fiscale e sull’eliminazione definitiva dell’Irap. A sostenerlo, in questa intervista a FIRSTonline, è Lorenzo Bini Smaghi, già membro del board della Bce, e ora professore ad Harvard e presidente della Société Générale e di Snam Rete Gas.

Professore, Lei ha scritto recentemente sul Corriere della Sera che “le misure anticicliche tradizionali – come la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa pubblica – non producono gli effetti moltiplicativi attesi sui consumi e sugli investimenti, tali da generare una crescita sostenibile” se parallelamente non si intensificano le riforme: vuol dire che l’abolizione della tassa sulla prima casa ma soprattutto la riduzione dell’Ires nel 2017 e dell’Irpef nel 2018 dopo il taglio degli 80 euro e il taglio dell’Irap già realizzati avranno meno effetti del previsto sulla crescita economica del nostro Paese?

“In effetti, date le rigidità dell’economia italiana, il moltiplicatore della politica fiscale può essersi ridotto. Questo sembra essere confermato dall’analisi delle politiche fiscali degli ultimi 15 anni. In varie occasioni si è tentato di rilanciare l’economia con tagli fiscali che poi si sono rivelate inefficaci e non hanno prodotto altro che un peggioramento dei conti e un deterioramento della competitività italiana. Senza le riforme che migliorano la reattività dell’offerta, le politiche di domanda hanno effetti di brevissima durata”.

Al netto delle riforme e a parità di risorse, condivide il piano fiscale quinquennale presentato dal premier Renzi a Cernobbio o, secondo Lei, potrebbe essere rimodulato in modo da renderlo più efficace sulla crescita?

“Nel confronto internazionale l’Italia è tra i paesi che tassano di più il lavoro. L’Italia ha inoltre perso circa 20 punti di competitività nei confronti della zona euro. La priorità, se si vuole stimolare la crescita e creare posti di lavoro, dovrebbe dunque essere il taglio del cuneo fiscale e l’eliminazione definitiva dell’IRAP”.

Renzi ha ricordato a Cernobbio che è facile sognare la crescita inglese o spagnola ma che sia la Gran Bretagna che la Spagna hanno un rapporto deficit/pil molto superiore al nostro e oscillante tra il 5 e il 6%, che noi non possiamo permetterci sia per ragioni di credibilità internazionale che per l’alto peso del nostro debito pubblico: è d’accordo?

“Quello che conta, per misurare l’impulso della politica fiscale e l’impatto sulla crescita economica, non è il livello del disavanzo pubblico di un paese ma la sua variazione da anno in anno, magari escludendo il pagamento degli interessi sul debito. Una politica è espansiva se il disavanzo aumenta (o se il surplus si riduce). Da questo punto di vista, negli ultimi due anni il surplus primario italiano si è ridotto (dal 2% nel 2013 all’1,7% nel 2015), mentre il disavanzo spagnolo e inglese è diminuito (dal 2,9% all’1,9% e dal 3,5% all’1,3% rispettivamente). Questi numeri suggeriscono che in questi due paesi la politica fiscale sia stata più restrittiva che da noi. Spagna e Regno Unito sono in realtà cresciuti di più perché hanno economie più flessibili, anche grazie alle riforme fatte in particolare dalla Spagna”.

Come va affrontato il nodo gordiano del debito pubblico italiano oggi? Con la costanza di una buona ma lenta politica di bilancio o con soluzioni straordinarie e, in questo secondo caso, quale?

“La politica di bilancio attenta e rigorosa è comunque necessaria perché determina la tendenza del debito, che deve essere di una riduzione costante, anno dopo anno. Quando si parla poi di soluzioni straordinarie, bisogna capire cosa si intende. Se si tratta di operazioni di alienazione di patrimonio pubblico, ben vengano. Più basso è lo stock di debito, meno interessi si pagano. Ma se ne parla da anni e le soluzioni non sembrano essere così semplici. Se si tratta invece si operazioni di ristrutturazione, che penalizzano i creditori, ricordiamoci che una larga parte dei titoli di stato italiani è detenuta dalle famiglie e dal sistema finanziario interno. Se si pensa poi che ogni anno bisogna emettere titoli sul mercato per oltre 300 miliardi, non è il caso di suscitare incertezze o di incutere paure ai risparmiatori con ipotesi bislacche di finanza straordinaria. Un paese serio rimborsa i suoi creditori, alle condizioni pattuite”.

Sul Corriere della Sera Lei ha ricordato anche il divario di competitività, il peso delle sofferenze bancarie, le persistenti rigidità che, al di là delle novità del Jobs Act, frenano la crescita italiana ma non crede che su questi terreni le risposte, anche se corrette, non potrebbero dare risultati immediati sulla crescita?

“Le riforme producono effetti graduali, non c’è dubbio. Ma contribuiscono da subito a cambiare il “sentiment”, gli “animal spirit” degli imprenditori, e sono il motore principale degli investimenti e in ultima istanza della creazione di posti di lavoro. Se si rimane al Jobs Act come principale riforma effettuata negli ultimi mesi, che peraltro produce effetti graduali per costruzione, dato che riguarda solo i nuovi assunti, il rischio è di una delusione presso gli investitori internazionali”.

Tra queste e altre importanti riforme che il Paese dovrà fare, a quali darebbe la priorità per massimizzare l’effetto sulla crescita?

“La giustizia sicuramente. I tempi sono troppo lunghi. E’ uno dei parametri che tutti guardano, anche nello stillare le classifiche internazionali. E poi la Pubblica Amministrazione. Vanno attuati rapidamente i decreti attuativi. In questo settori, dati gli scetticismi diffusi, c’è bisogno di toccare con mano i cambiamenti. Non basta l’annuncio che la legge delega sia stata approvata dal Parlamento”.    

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