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Industria, troppo pochi gli investimenti. E la crescita non c’è: l’analisi di Riccardo Gallo

È dal 2004 che le imprese industriali italiane fanno investimenti inferiori al semplice autofinanziamento e fanno anche meno ammortamenti del dovuto, lasciando così invecchiare gli impianti produttivi. Quindi presentano utili superiori al loro ammontare effettivo e li distribuiscono quasi tutti ai soci come dividendi. Il surplus di risorse non investite lo destinano a riduzione percentuale dei debiti finanziari.
 
Questo comportamento rinunciatario degli imprenditori è effetto o è causa della perdita di competitività del sistema economico italiano? I provvedimenti del Governo per lo sviluppo saranno idonei a invertire la tendenza e a provocare un aumento degli investimenti fin dal prossimo budget 2012?

Questo è il succo della lezione inaugurale del master in management, innovazione e ingegneria dei servizi (MAINS) dell’anno accademico 2011-2012 presso la Scuola Superiore S. Anna di Pisa tenuta oggi da Riccardo Gallo, professore di Economia Applicata alla Sapienza. Gallo ha illustrato una serie di sue elaborazioni sui dati dal 1992 al 2010 pubblicati da R&S Mediobanca relativi a società industriali, a medie imprese, a multinazionali estere. L’intervento di apertura è stato svolto dal presidente della Scuola S. Anna, Riccardo Varaldo, mentre  Marco Frey ha presentato l’Istituto di Management recentemente creato e da lui diretto.

Dalla lezione di Gallo è emerso che il sistema industriale italiano negli ultimi venti anni ha perso circa un terzo del suo peso in termini di valore aggiunto e un quarto della sua  base occupazionale; per molti anni ha aumentato la produttività, ha avuto un tasso di crescita annuo di poco superiore al 2% per poi crollare a partire dal 2007. Un paio d’anni dopo l’introduzione dell’euro, le imprese industriali medie e grandi hanno cominciato a fare affidamento su una sempre più prolungata speranza di vita degli impianti produttivi (da 16,4 anni nel 2003 a 26,4 nel 2010), con minori accantonamenti ogni anno. La speranza si è rivelata illusoria a fronte di un continuo processo di innovazione che si è verificato nei principali Paesi industrializzati, come è segnalato dal comportamento delle multinazionali in giro per il mondo che, per competere nella produzione e nel marketing, hanno fatto affidamento su una vita utile degli impianti sempre più breve. Nel 2010 le imprese industriali italiane registravano una vita utile per i loro impianti (26,4 anni) doppia di quella delle multinazionali (13 anni)! Inoltre l’età del patrimonio tecnico a fine 2010 ha raggiunto il 100% della vita utile nel 2003, prima dell’allungamento artificioso. Cioè il patrimonio tecnico dell’industria italiana è arrivato alla fine della vita!

Questo comportamento imprudente ha consentito alle imprese di far apparire nei bilanci una redditività delle vendite mediamente oscillante intorno al 5%, quindi non troppo lontana dall’8% minimo delle multinazionali. In realtà, con ammortamenti coerenti alla dinamica internazionale, i bilanci avrebbero chiuso a mala pena in pareggio. L’aliquota effettiva di tassazione in Italia ha penalizzato le medie imprese ancor più delle grandi, ed entrambe queste categorie sono fortemente svantaggiate rispetto alla concorrenza internazionale.

In genere, per la crescita di un sistema produttivo è necessario che gli investimenti siano superiori all’autofinanziamento (ammortamenti più utili non distribuiti), cioè è bene che il “passo più lungo della gamba” ossia un’accelerazione degli investimenti  sia finanziato con nuovo credito bancario, con apporto dei soci, con operazioni di finanza straordinaria. Invece, il sistema produttivo italiano ha investito meno dell’autofinanziamento, questo già reso bassissimo dalla compressione degli ammortamenti e dalla distribuzione degli utili.

Naturalmente Gallo si è riferito non solo agli investimenti tecnici, ma anche a quelli finanziari per l’acquisizione di partecipazioni di controllo in altre società, magari estere. Come conseguenza, gli impianti industriali da metà del passato decennio hanno continuato ad invecchiare.

Altra conseguenza di tutto ciò è che i debiti finanziari delle imprese industriali medie e grandi non aumentano, anzi in molti casi diminuiscono, se riferiti al totale del passivo. Quindi non trova conferma l’ipotesi secondo cui non c’è stata crescita  soddisfacente perché le banche non hanno fatto credito. Invece, come si dice nel gergo, è il cavallo che non beve.

Nel corso degli anni, consentendo la distribuzione di utili senza colpo ferire, gli amministratori delle società industriali si sono dimostrati poco indipendenti dagli azionisti. A soffrirne sono stati i dirigenti e i lavoratori delle stesse aziende. Invece sarebbe opportuno che gli amministratori fossero tenuti a formulare una motivata proposta per la destinazione del reddito, con previo avallo del collegio sindacale. Se così fosse, i bilanci darebbero anche indicazioni sulle prospettive aziendali.
Rispetto a questo quadro generale, i provvedimenti che il Governo sta per emanare a sostegno dello sviluppo economico sono attesissimi. La loro efficacia o meno sarà misurata innanzitutto dalla propensione delle imprese industriali italiane a tornare a investire massicciamente. Ottobre è il mese in cui si fanno i piani triennali e il budget 2012.

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