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IA farà aumentare produttività e Pil ma bisogna formare il capitale umano e dotarsi di una nuova politica industriale

Pixabay

Grazie a Draghi, il capitale umano è rientrato nella discussione su come l’Europa può colmare il ritardo tecnologico con USA, Cina, Giappone. Alla fine dell’estate sono state pubblicati due studi che mettono numeri accanto alle possibilità strabilianti dell’intelligenza artificiale generativa (IA gen). Lo studio di McKinsey Global Institute stima l’aumento del prodotto annuo globale generato dall’intelligenza artificiale generativa (IA gen) a 4 trilioni di dollarii per anno (per confronto, il prodotto annuo italiano è di circa 2 trilioni) Questi 4 trilioni si aggiungono agli 11 trilioni di prodotto annuo da parte delle forme più tradizionali di AI/digitale.

Menomale! Perché l’impatto dell’invecchiamento della popolazione viene calcolato a -8% del PIL mondiale entro il 2060. E il ricatto di Putin sull’energia ha fatto salire l’inflazione e i tassi d’interesse con il conseguente abbassamento delle stime di crescita globale sia da parte del FMI che dell’OCSE. Inoltre, la sicurezza energetica e l’urgenza della transizione a fonti rinnovabili hanno costi stimati a  3 trilioni di dollari all’anno fino al 2050. Anche per far fronte a questi costi il prodotto potenziale deve crescere, non bastano le misure fiscali per il breve termine.

L’aumento del prodotto deriva dall’aumento della produttività dovuto all’adozione dell’IA gen da parte delle imprese, non dal lavoro né dal capitale fisico, come peraltro c’insegna l’esperienza recente e passata: vedi sotto un grafico delle componenti della crescita potenziale nell’Area euro e negli USA che mostra come il vantaggio della crescita negli Stati Uniti è dovuto alla produttività (totale dei fattori).

Quanto vale l’IA generativa per la crescita?

La produttività a sua volta è dovuta all’innovazione: la digitalizzazione degli anni 90 e la sua forma più recente, IA gen che aumenta la produttività e può dunque finanziare la transizione climatica e l’autonomia energetica basata su fonti rinnovabili, ancora più urgente poiché la disponibilità di energia da fonti fossili è messa in forse dal continuo peggioramento delle condizioni geopolitiche intorno l’Europa. Ma non avverrà subito: l’impatto positivo dell’IA gen sulla crescita avviene attraverso la sua applicazione ai processi produttivi che a sua volta dipende dalle competenze digitali di imprenditori e lavoratori e dell’efficienza delle istituzioni per assicurare la diffusione della tecnologia a tutta l’economia. Non a caso l’economia digitale è chiamata anche economia della conoscenza perché basata sul capitale umano. Richiede conoscenze digitali di base della popolazione, un largo numero di esperti ITC, ricerche avanzate nel settore, accesso di famiglie e imprese alla connessione più veloce, integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese e digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, come richiede anche l’Europa che nel suo sforzo di colmare lo svantaggio nei confronti degli Stati Uniti -ma anche Cina, Giappone- monitora l’indice dell’economia e società digitale, riportato sotto con le sue componenti:

L’impatto dell’intelligenza artificiale generativa sull’Italia

Il secondo studio su IA gen riguarda l’Italia, è stata presentata a settembre da Ambrosetti-Microsoft Italia e quantifica l’impatto di IA gen nel nostro paese a maggior valore aggiunto annuo equivalente al 18% del PIL, ma senza specificare una data. Infatti il grafico sopra mostra come l’Italia sia ben sotto la media EU sia per la digitalizzazione del capitale umano che quella delle imprese, che sono abilitanti dell’adozione di IA gen. Eppure, poiché le previsioni demografiche sono di una perdita di 3,7 mil di lavoratori entro il 2040 (16 anni) si potrebbe dire “giusto in tempo IA!” che si calcola possa rimpiazzare le ore di lavoro di 3,2 mil di persone. Le aziende che hanno adottato IA gen l’hanno utilizzata per: il reperimento di informazioni (55%), l’assistenza virtuale (48%) e l’efficientamento dei processi (47%). IA gen può fare il 70% del lavoro di un impiegato, liberando la sua creatività mentre nel passato il digitale automatizzava i lavori di routine danneggiando i lavoratori meno preparati, spesso donne. 

Tanto IA che il digitale di 30 anni fa hanno la capacità di aumentare in modo permanente la produttività e di conseguenza gli standard di vita creando nuovi prodotti e lavori ben pagati. Ma consideriamo un aspetto dell’adozione di AI che è nelle menti di tutti: tra le imprese più avanzate nell’IA, la riduzione dei costi è l’obiettivo minore rispetto all’ampliamento del business, mentre è uno dei due obiettivi principali in tutte le altre imprese. Per il suo ritardo digitale, la riduzione dei costi sarà l’obiettivo prevalente nel nostro paese e non sarà necessariamente coordinata ai pensionamenti in ciascun settore o regione. Occorre quindi prepararsi a garantire il livello di benessere ai “perdenti” dell’IA.

Per cogliere i benefici stimati sul PIL (18%in più), lo studio stima necessario accelerare la digitalizzazione di più di 113mila piccole e medie imprese. Per ovviare al ritardo nella digitalizzazione del capitale umano, sulla base delle interviste alle aziende, occorre formare con competenze digitali di base quasi 4 ml di lavoratori e circa 140.000 laureati in scienze ICT.

Malgrado l’accelerazione della digitalizzazione in famiglie e imprese dovuta alla pandemia, il nostro paese ha metà della popolazione sotto al livello digitale di base (oltre l’80% nei paesi più avanzati del nord Europa), la quota degli specialisti digitali è sotto la media europea e le prospettive per il futuro poco promettenti dato il numero ridotto di studenti universitari nelle tecnologie dell’informazione e comunicazione. L’Europa considera dunque una responsabilità dell’Italia il raggiungimento degli obiettivi digitali europei, data la taglia della sua economia e la dotazione di fondi del Programma di rilancio e resilienza (PRR) che dà la priorità a transizione digitale e climatica. 

L’EU ha chiesto agli Stati d’investire almeno il 25% del dispositivo per la ripresa e la resilienza nel digitale.  Quelli che hanno scelto di investire nel digitale oltre il 30 % della loro dotazione del dispositivo sono Austria, Germania, Lussemburgo, Irlanda e Lituania, che sono già sopra la media EU per il digitale. L’Italia il 21%. 

La politica industriale italiana e il PNRR

Arriviamo dunque alla parte più difficile per l’Italia: le scelte della politica per il piano nazionale di rilancio e resilienza (PNRR), ovvero la politica industriale del paese. La politica industriale, ovvero il ruolo dello stato nell’economia reale -non monetaria e non fiscale- negli anni 80 ebbe conseguenze drammatiche per l’Italia. Portò alla “crisi fiscale dello Stato ”e allo scandalo di Tangentopoli per la sovrapposizione degli obiettivi partitici, correntizi o di arricchimento personale a quelli economici in ogni impresa/banca pubblica. La crescita si ridusse negli anni 80 e ristagna da metà anni 90 al 2019 -escludendo cioè shock e contro-shock del Covid. 

Che treno ci siamo perduti negli anni 90? La risposta è facile: la diffusione al sistema economico della nuova tecnologia digitale. La produttività risulta negativa nel primo decennio del secolo a causa sia delle pochissime grandi aziende, che indicano mancanza di innovazione, sia a causa di una enorme quantità d’imprese a bassa produttività che implica scarsa selezione da parte del mercato. Entrambe conseguenze del ruolo dello Stato nel ventennio precedente. La tragica eredità dell’intervento statale in economia si fa sentire ancora oggi nella scelta dei progetti e fa scartare quelli con costi minori o in ambiti di ricerca e formazione indipendentemente dal merito.  Ancora peggio nel caso delle riforme dove si rischia di dispiacere a lobby più o meno importanti (avvocati, burocrati). 

È la mancanza di formazione adeguata del capitale umano l’ostacolo maggiore all’utilizzo di IA gen come in precedenza alla digitalizzazione. Egualmente importante il contesto istituzionale, ovvero il completamento delle riforme considerate “abilitanti”del PNRR: dalla giustizia, alla concorrenza e alla pubblica amministrazione. Se gli obiettivi di riforma della giustizia – con la riduzione dei tempi dei processi almeno del 40%- e digitalizzazione della PA non saranno raggiunti, l’Italia non trarrà profitto da questa nuova ondata tecnologica, esattamente come a metà anni 90.  Gli investimenti esteri e i lavori più attraenti si fermeranno alle Alpi e la fuga dei cervelli, ovvero dei giovani, continuerà.

Conclusioni

Il ruolo dello Stato è stato fondamentale e insostituibile ovunque per far fronte alla pandemia e alla crisi energetica creata dalla guerra di Putin. Ma proprio l’aumento del debito che ne ha conseguito renderà difficile ripetere l’exploit prima di aver ricostituito un buffer, ovvero ridotto il debito pubblico. Persino lo Stato che emette la moneta globale, gli Stati Uniti, se ne preoccupa: l’IRA di Biden, oggi il modello più invidiato di politica industriale, a fronte degli incentivi concessi a imprese, famiglie e Stati per le energie rinnovabili, ha imposto una tassa minima del 15% sulle più grandi società americane oltre ad altre misure per ridurre i prezzi di medicine costose da tempo sul mercato.

Le due transizioni, climatica e digitale, richiedono forti spese per molti anni, finanziate soprattutto dai privati che intendono valersi delle possibilità di IA gen e degli investimenti diretti o indiretti nell’energia rinnovabile. Lo Stato dovrà provvedere alle infrastrutture digitali, istituzionali e fisiche. L’Europa ha già lanciato i suoi programmi per la digitalizzazione con il Chips Act, il PNRR e altri programmi. L’Italia deve concentrarsi sugli elementi abilitanti la digitalizzazione per aumentare la produttività e quindi la crescita potenziale, così aumentando la sostenibilità del suo debito pubblico e rispettando l’impegno del PNRR.

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