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Governi, Fed e Bce: dai colpi di fioretto agli schiaffoni

Imagoeconomica

Nel confronto dialettico tra governi e banche centrali i noiosi colpi di fioretto hanno lasciato il posto agli schiaffoni. Al di là e al di qua dell’Atlantico. E con uno scambio di ruoli tra le due sponde oceaniche: in Usa il banchiere centrale è lo schiaffeggiato mente nell’Eurozona è lo schiaffeggiatore. 

La tensione tra i due principali attori della politica economica è alta da tempo. Molto alta a Washington. Un po’ meno tra Francoforte e le capitali dei 19 paesi che condividono la moneta unica. Nell’ultima settimana, però, è andato in onda un siparietto curioso. 

L’esuberante Trump ha nuovamente attaccato a colpi di tweet: «Il nostro problema non è la Cina ma la Fed!», «La gente è molto scontenta di Jay Powell e della Fed». Poco prima dell’estate era stato ancora più duro e riguardo al Presidente della Fed aveva twittato: «Fa un cattivo lavoro. Ho il diritto di tagliargli lo stipendio. Ho il diritto di licenziarlo». 

Powell non ha mai porto l’altra guancia, ma le sue risposte sono sempre state indirette e per lo più rivolte a difendere l’istituzione. Come mercoledì 30 ottobre, quando, all’inizio della conferenza stampa per illustrare le ragioni dell’ultimo taglio dei tassi del 2019, ha letto un testo condiviso dall’intero consiglio direttivo: «I miei colleghi e io siamo dediti a servire il popolo americano. Lo facciamo perseguendo fermamente gli obiettivi che il Congresso ci ha assegnato: massima occupazione e prezzi stabili. Siamo impegnati a prendere le migliori decisioni possibili, basate su fatti e analisi oggettive». 

Al di qua dell’oceano e nello stesso giorno, Christine Lagarde, intervistata da un’emittente francese, ha parlato in modo insolito. La nuova Presidente della BCE non si è limitata genericamente a dire che i paesi con spazio di manovra nel bilancio pubblico lo devono usare, una posizione sostenuta fin dall’agosto 2014 dal suo predecessore, Mario Draghi. Ma ha fatto nomi e cognomi: Germania e Paesi Bassi. Mai prima era accaduto che fossero additati i singoli paesi in modo così esplicito. 

Sebbene non siano frequenti, scontri e bracci di ferro tra i governanti eletti e l’élite dei custodi della moneta ci sono sempre stati. In passato sono anche sfociati in clamorose dimissioni (dei secondi, non dei primi). In fondo, sono parte della normale dialettica tra istituzioni all’interno di una sancita divisione di ruoli e poteri. Oggi, però, sono diventati all’ordine del giorno e avvengono sempre più pubblicamente. 

La ragione fondamentale di ciò è che la politica economica non riesce a ottenere i risultati attesi nel rilanciare la crescita e nel garantire la stabilità dei prezzi. La crescita sembra sempre lì per fermarsi e i prezzi danzano pericolosamente sull’orlo della deflazione. È vero che l’espansione americana è arrivata al suo undicesimo anno di vita ed è la più lunga del dopoguerra, ma è anche di gran lunga la meno intensa. Mentre nell’Eurozona il rallentamento in corso si sta allargando e intensificando e c’è chi comincia a pensare che il 2020 possa essere peggio del 2019; con l’inflazione che è inchiodata attorno all’1%. 

La distanza tra i risultati e gli obiettivi ha portato a due opposte reazioni negli artefici della politica economica. Da un lato le banche centrali hanno osato e osano molto nell’innovare la loro azione. E continuano a ricercare sia nuovi strumenti sia il modo migliore di comunicare decisioni e intenzioni per orientare le aspettative. Dall’altro, i governi hanno introdotto misure che hanno fatto salire alle stelle il rischio politico e creato una coltre di incertezza così spessa da frenare gli investimenti. 

È inevitabile che questi diversi comportamenti, e le logiche che li ispirano, mettano banche centrali e governi in rotta di collisione. In uno scenario di fondo che non è destinato a mutare sostanzialmente: la crescita rimarrà debole, l’inflazione bassa o inesistente, e i cittadini-elettori insoddisfatti e attratti dalle sirene populistiche.  

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Categories: Finanza e Mercati