The artificial intelligence corre veloce. Forse troppo. A dirlo, nelle ultime settimane, non sono soltanto i suoi critici, ma anche alcune delle persone che stanno costruendo i modelli più avanzati. Dario Amodei, CEO anthropic, ha chiesto alle Big Tech di rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli di frontiera. A sorpresa, sulla necessità di una maggiore prudenza si sono allineati anche Sam altman, ceo di OpenAI, ed Elon Musk.
Rallentare, però, non è semplice. Sullo sfondo c’è la competition between the United States and China. In una telefonata con Jensen Huang, ceo di Nvidia, Donald Trump ha definito una “bufala” i timori sull’IA e criticato la richiesta di Amodei. La sua posizione è netta: chi vincerà la corsa all’intelligenza artificiale “vincerà tutto”. Una linea lontana da quella delle United Nations, che chiedono regole e coordinamento internazionale. Anche Beijing considera l’IA un rischio per la sicurezza, ma al tempo stesso un terreno decisivo della competizione tecnologica globale.
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L’IA corre, ma aumentano anche gli allarmi: ecco perché
Perché tanta preoccupazione? Non solo perché i sistemi diventano più potenti, ma anche more autonomous. La prospettiva è quella di un’IA capace di contribuire allo sviluppo di versioni sempre più avanzate di sé, il cosiddetto recursive self-improvement, accelerando il progresso oltre la capacità umana di seguirlo e controllarlo. C’è poi il rischio del “misalignment“: un sistema potrebbe perseguire un obiettivo in modo efficace, ma attraverso strategie non previste dagli sviluppatori o incompatibili con gli interessi umani. Alcuni esperimenti hanno già mostrato modelli capaci di tentare di aggirare istruzioni o vincoli.
This is also why cresce l’allarme tra i ricercatori. Jacob Coxon, di Anthropic, ha lasciato l’azienda avvertendo che l’IA potrebbe arrivare a rappresentare una minaccia esistenziale entro dieci anni. Prima di lui, nel 2024, Jan Leike aveva lasciato OpenAI denunciando la crescente priorità accordata ai prodotti rispetto alla sicurezza, mentre Ilya Sutskever aveva abbandonato la società dopo aver lavorato sui problemi legati all’allineamento e alla superintelligenza.
Il problema è che la corsa all’IA non riguarda soltanto la sicurezza, ma anche il vantaggio tecnologico ed economico. Gli Stati Uniti temono di perdere terreno rispetto alla Cina e, secondo un rapporto di Nsa, Cisa e Fbi citato nel dibattito americano, laboratori cinesi avrebbero utilizzato su larga scala la “distillazione”, interrogando milioni di volte i modelli occidentali per sfruttarne le risposte nell’addestramento di sistemi propri e ridurre così i costi di sviluppo.
A spingere sull’acceleratore sono anche gli enormi investimenti necessari per modelli e data center: fermarsi avrebbe un costo per le aziende e potrebbe lasciare spazio ai concorrenti. Anche una moratoria avrebbe un effetto ambivalente: potrebbe aumentare la sicurezza, ma rendere più difficile l’ingresso di startup e progetti open source, rafforzando i grandi gruppi già dominanti.
Bill Gates: “Questa volta la trasformazione è diversa”
È dentro questo scenario che acquistano particolare peso le parole di Bill Gates. Nel suo ultimo intervento su Gate Notes, il fondatore di Microsoft sostiene che siamo entrati in una fase diversa dalle precedenti technological transformations: l’IA si diffonde molto più rapidamente e può intervenire su un numero enorme di attività e professioni.
La sua posizione non è fermare l’innovazione, ma getting ready alle sue conseguenze. “L’IA potrebbe diventare il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia”, scrive Gates. La tecnologia può produrre enormi benefici, ma senza regole e strumenti adeguati rischia anche di ampliare le disuguaglianze.
Il primo terreno di confronto è il work. A essere esposti non sono solo i mestieri ripetitivi: l’IA può incidere anche sulle professioni qualificate, soprattutto sulle posizioni iniziali e intermedie, rendendo più difficile per i giovani entrare nel mercato e costruire esperienza. E il problema non è soltanto economico: il lavoro offre reddito, ma anche identità, relazioni e senso di partecipazione alla società. Per questo Gates insiste sulla necessità di intervenire prima che la trasformazione sia compiuta: “Non abbiamo il lusso di muoverci lentamente”.
Dai deepfake alla sanità: il doppio volto dell’IA
Per Gates, guardare all’intelligenza artificiale solo attraverso i rischi sarebbe un errore. La stessa tecnologia che può mettere sotto pressione milioni di posti di lavoro può accelerare la ricerca scientifica, contribuire allo sviluppo di drugs e vaccines, improve the Health e rendere più efficienti agriculture e public services nei Paesi a basso reddito.
L’IA può inoltre sostenere education, mental health, small businesses e people with disabilities, oltre a liberare tempo dalle attività ripetitive. Ma questi benefici non arriveranno automaticamente: serviranno investments, public policies e interventi filantropici per evitare che restino concentrati nelle mani di pochi.
È in questa direzione che si inserisce l’impegno della Gates Foundation, che ha annunciato un investimento di 1 miliardo di dollari in due anni per portare l’IA nei Paesi più poveri: il 40% dei fondi andrà alla sanità, il 40% all’istruzione, il 10% all’agricoltura e il restante 10% alle infrastrutture locali per i dati. L’obiettivo è anche rendere i modelli più efficaci nelle lingue meno rappresentate di Africa e Asia, sostenendo strumenti diagnostici, ricerca di farmaci e vaccini e applicazioni agricole.
Il punto, quindi, non è solo quanto velocemente i modelli diventeranno più potenti, ma quanto velocemente la società riuscirà a sviluppare gli strumenti per governarli e verificarne i risultati.
La vera sfida è governare la corsa dell’intelligenza artificiale
Per Gates, la risposta passa da of your digital ecosystem. , protection social e rules. Da qui la proposta di iniziare a decidere che cosa lasciare agli esseri umani anche quando le macchine sarebbero in grado di farlo. È il principio che Gates definisce “Human Reserved”. L’idea si accompagna alla necessità di ripensare anche la fiscalità, con possibili tasse sui robot e sull’utilizzo dell’IA per finanziare la riqualificazione dei lavoratori e sostenere le comunità più esposte alla trasformazione.
Sul piano internazionale, Gates immagina forme di cooperation tra governi e istituzioni per affrontare rischi che nessun Paese può gestire da solo: dalla sicurezza dei modelli alle conseguenze energetiche dei data center, fino all’uso dell’IA per attacchi informatici, sorveglianza, disinformazione o applicazioni militari. Gates avverte che nessun governo è oggi sufficientemente preparato a gestire una trasformazione di questa portata.
La contraddizione resta: tutti riconoscono la necessità di governare l’IA, ma nessuno vuole essere il primo a rallentare mentre gli altri continuano a correre. Per questo l’avvertimento di Gates non è tanto un invito a frenare quanto a prepararsi. La domanda, ormai, non è se l’IA cambierà il mondo, ma se istituzioni, imprese e società saranno abbastanza veloci da costruire le regole necessarie. “Avete la possibilità di agire ora”, scrive Gates. Perché rallentare la tecnologia potrebbe non essere la soluzione, ma arrivare tardi a governarla sarebbe certamente un errore.
