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Emirati Arabi: petrolio e servizi a traino dello sviluppo

Come si può leggere nel focus del Centro Studi Intesa Sanpaolo, nel corso del 2012 il PIL degli Emirati Arabi Uniti è cresciuto, in termini reali, ad un tasso che si è avvicinato al 4%, rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Il settore estrattivo, che costituisce poco più del 30% in termini reali e quasi il 40% in termini nominali, ha continuato ad espandersi, seppure ad un tasso inferiore (+3,5% rispetto a +6,7% nel 2011), venendo meno l’esigenza di sopperire a difficoltà produttive di altri membri OPEC, Libia su tutti. Le performance dei settori non legati all’attività estrattiva hanno, invece, registrando un incremento in termini reali stimato superiore al 4%, soprattutto per quanto riguarda servizi di trasporto, comunicazione e turismo. A Dubai, l’Emirato dove l’economia non-oil è maggiormente sviluppata, il tasso di occupazione delle camere negli hotel ha superato nel 2012 l’80%, mentre il costo degli affitti è tornato ai livelli di pre-crisi. Per quanto riguarda la domanda, i consumi dello Stato e quelli delle famiglie hanno registrato una crescita in linea con quella del 2011, dove l’impatto sul reddito disponibile dei più contenuti aumenti salariali è stato più che bilanciato dal positivo effetto ricchezza determinato dal buon andamento dei mercati finanziari, dal recupero dell’immobiliare e dalla frenata dell’inflazione. Gli investimenti hanno mantenuto un tasso di crescita a doppia cifra, spinti dal piano pluriennale di 58 miliardi di euro per il potenziamento delle infrastrutture finanziato dal Governo. In questo contesto, la conferma di un quadro di stabilità politica rispetto ai paesi vicini e rivali da un punto di vista economico come il Bahrain e l’Oman ha sostenuto il ruolo di hub commerciale del paese. Inoltre, il settore manifatturiero, costituito principalmente da industrie ad alto consumo di energia come metallurgica e petrolchimica, beneficerà dell’entrata in funzione di nuove unità produttive, in particolare per quanto riguarda la lavorazione dell’alluminio. Nel 2013, i settori non-oil dell’economia sono previsti crescere ad un tasso del 5% rispetto al 4,2% stimato nel 2012, ma lontano dall’8,4% medio del quinquennio 2004-08.

Il Bilancio Consolidato del Governo Federale e dei sette Emirati ha registrato nel corso del 2012 un surplus pari a circa il 7% del PIL rispetto a 2,9% nel 2011 e un deficit del 2,1% nel 2010. Il settore energia ha contribuito nel 2012 direttamente, attraverso royalty, e indirettamente, grazie alle entrate di entità governative operanti nel settore gas e petrolio, a quasi l’83% delle entrate, mentre il deficit dei settori non-oil rapportato al PIL non-oil è sceso dal 42% del 2011 al 36% del 2012. Il Governo Federale è responsabile solo dell’11% delle spese, mentre il resto fa capo ai singoli emirati, soprattutto Abu Dhabi, essendo autonomi in materia fiscale. La posizione fiscale degli Emirati è di fatto più solida di quella che emerge dalla contabilità della Federazione: una quota delle entrate petrolifere di Abu Dhabi non sono infatti contabilizzate come entrate di bilancio, ma vanno ad alimentare direttamente i Fondi Sovrani. Nel Bilancio non entrano parimenti gli utili della Compagnia Petrolifera di Abu Dhabi (ADNOC), che sono versati direttamente all’Abu Dhabi Investment Authority (ADIA).

Nel 2011 il surplus di parte corrente è salito a 30,7 miliardi di dollari, da 7,2 miliardi nel 2010, grazie principalmente al surplus commerciale, che si è allargato a 79,45 miliardi, da 49 miliardi l’anno prima, dal momento che sono cresciute in valore sia le esportazioni di idrocarburi che le merci in transito verso altre destinazioni in Asia (Cina, Giappone e India) ed in Medio Oriente (Iran).

Nella determinazione della Posizione Finanziaria Internazionale degli Emirati, le riserve in valuta ammontavano a 40,6 miliardi di dollari a fine giugno 2012 dove, a quelle ufficiali, vanno aggiunti gli investimenti all’estero dei cinque Fondi Sovrani degli Emirati (ADIA, Investment Corporation of Dubai, IPIC, Mubadala, RAK). Secondo stime del SWF Institute, i cinque fondi a fine 2012 avevano attività complessive per circa 800 mld, in buona parte detenute in titoli esteri. Secondo stime di IIF, il totale di attività estere a fine 2012 si avvicinava ai 600 miliardi. A fronte di queste attività, gli Emirati hanno registrato un debito estero stimato a circa 160 miliardi di dollari a fine 2012, pari al 40,5% del PIL. Da questo punto di vista Abu Dhabi, l’Emirato con più alto peso economico (oltre il 50% del PIL complessivo), estrae il 95% degli idrocarburi della Federazione e possiede ADIA, uno dei più grandi Fondi Sovrani al Mondo. Dubai, il secondo Emirato per superficie ed importanza economica, con un peso pari a poco più del 30% del PIL totale, è l’Emirato economicamente più diversificato e integrato a livello internazionale. Priva di risorse energetiche, l’economia di Dubai primeggia nei servizi di trasporto, commercio, immobiliare e finanza. Questo Emirato, sfruttando la sua posizione geografica, ha seguito un modello di sviluppo focalizzato sui servizi simile a quello di Singapore, diventando un importante centro di scambio sulla rotta Europa-Asia. Il porto di Dubai è ora il quarto al mondo per volumi di traffico, dove l’attività di esportazione di merci in transito, principalmente verso i paesi asiatici (primi tra tutti, India e Cina), ha raggiunto nel 2011 quasi il 40% del totale esportazioni. Inoltre, a partire dal 2004, il settore immobiliare ha subito una forte spinta dalla legge che ha permesso ai cittadini stranieri di acquistare proprietà in alcune aree del Paese. Dubai è così diventata un’ambita sede per multinazionali attive nella regione e per seconde case di ceti affluenti. Lo sviluppo delle aree di insediamento residenziale e di servizi per il terziario è stato gestito da tre conglomerati (Dubai Holding, Dubai World e Investment Corporation of Dubai) che, per finanziare la crescita del settore, hanno fatto ampio ricorso all’indebitamento. La crisi finanziaria del 2008-09, però, determinando la caduta delle quotazioni delle attività finanziarie e immobiliari detenute, ha messo in grave difficoltà tali conglomerati, in particolare Dubai World, che, non essendo più in grado di far fronte ai propri impegni, hanno dovuto chiedere la ristrutturazione del debito. Segno che, nonostante il traino offerto da estrazione e servizi, l’esposizione del settore immobiliare alle dinamiche internazionali va monitorata con la necessaria cautela. Nonostante ciò, grazie alla crescita della performance economica e della domanda interna, il settore immobiliare a Dubai ha potuto vedere una marcata ripresa delle transazioni già nella seconda metà del 2012.

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