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ELEZIONI – Il grande gelo della politica e l’incognita delle amministrative: oggi e domani si vota

Tre mesi dopo lo tsumani politico-elettorale di fine febbraio, quasi sette milioni di italiani sono di nuovo chiamati a votare; questa volta soprattutto per elezioni comunali. Eppure, almeno sulla carta, sarebbe un valido test (14 Comuni capoluogo di provincia, tra i quali spicca soprattutto la città di Roma) per verificare lo stato di salute della politica italiana, anche all’indomani della formazione del governo Letta, cosiddetto “delle grandi intese”. In attesa dei risultati prima di lunedì prossimo, poi dei ballottaggi del 9 e 10 giugno, qualche indicazione è comunque possibile coglierla dallo svolgimento e più ancora dalla conclusione della campagna elettorale.

La prima impressione è che un grande gelo (non soltanto per motivi meteorologici) continua a circondare la politica italiana. Non è certo un segnale di buona salute, quello per il quale sono state conteggiate circa duemila liste, come totale di quelle presentate nei diversi comuni chiamati al voto. “Alla faccia del bipolarismo”, direbbe Totò. E, se si vuole misurare la febbre del nostro sistema politico elettorale, basta la lunghezza della scheda delle comunali nella capitale: oltre 120 centimetri sono stati necessari per collocare tutti i simboli presentati. 

Naturalmente nelle duemila liste, in prevalenza locali e localistiche, sono poche quelle che si considerano partitiche. Basta pensare che tra le maggiori formazioni politiche è rimasto soltanto il Pd a dichiararsi tecnicamente “partito”. I più preferiscono chiamarsi movimento. Così i Cinque stelle, ma anche il Popolo delle libertà e persino (sinora) Scelta civica, peraltro poco presente in questa competizione elettorale, dove invece torna in proprio l’Udc, alleata ora in coalizioni di centro-destra (nella maggioranza dei casi), ora di centro sinistra.

E che il freddo attorno alla politica sia davvero tanto lo confermano le piazze romane, nelle quali i cosiddetti big hanno tenuto i rispettivi comizi di chiusura. Al Colosseo era fissata la manifestazione di chiusura del Pdl e dei suoi alleati. Con Alemanno, sindaco uscente, e Berlusconi, che continua (pare a ragione) a rivendicare i migliori sondaggi di questi tempi. Non più di tremila i presenti. Con un discorso del capo in tono minore, quasi tutto scritto, e con il solito finalino da piazzista collaudato, tipo il Dulcamara dell’Elisir d’amore, e le domande retoriche al pubblico, al ritmo di ripetuti “Volete voi…”. Quanto al sindaco non gli è rimato che intonare alla fine il “meno male che Silvio c’è” di ordinanza. 

Né le cose sono andate molto meglio a piazza San Giovanni, dopo Ignazio Marino, reduce da una campagna elettorale alquanto legnosa (imperniata più su se stesso che sul maggior partito che lo sostiene) ha parlato ad una platea di meno di 10mila persone. Pare che soltanto Grillo sia riuscito a radunare 15mila persone a piazza del Popolo. Cifra comunque molto minore del mezzo milione della chiusura della campagna per le politiche di febbraio. 

L’altro candidato forte della capitale, Alfio Marchini, reduce da una campagna che i più hanno giudicato “brillante” ha puntato astutamente su un concerto di Antonello Venditti. Peccato che le presenze al concerto siano state molto più ampie di quelle (ridotte) che avevano applaudito il candidato sindaco.

Lunedì sera, in presenza di risultati numerici, sarà possibile passare dalle impressioni alle analisi. Per verificare: 1) se è confermata e continua la corsa in avanti del movimento grillino, apparso in difficoltà alle prime prove parlamentari. 2) Se, e in che misura, è vera la forte crescita nei sondaggi di Berlusconi e del Pdl. La quale però potrebbe trovare qualche ostacolo sia nel modesto impegno messo da Berlusconi nella campagna, sia e soprattutto nella modestia ed usura dell’offerta politica dei candidati a sindaco. A cominciare dal candidato sindaco di Roma, piuttosto provato dai recenti scandali su parentopoli e quant’altro. 3) Infine c’è la questione del Pd. 

Uscito sconfitto (o peggio con la vittoria mutilata) dalle politiche che lo vedevano favorito il partito, oggi di Epifani, ha commesso errori su errori nelle vicende delle elezioni del capo dello Stato, trovandosi alla fine più o meno costretto al governo delle larghe intese, peraltro capeggiato da un suo autorevole esponente. E certamente Letta è riuscito a dare il meglio di sé nella scelta dei ministri. Ma resta il fatto che per l’elettorato del Pd un governo con Berlusconi e la Pdl è digerito peggio persino di un governo Berlusconi. E questo potrebbe pesare anche nel voto amministrativo.

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