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Elettrodomestici: l’industria italiana inizia e finisce con Candy

Candy

Come farebbe la famiglia senza lavatrice e frigorifero? la donna italiana sarebbe ancora confinata in casa a perdere ore a far bucati, a fare ogni giorno la spesa alimentare e a cucinare di brutto, e a gettar via spesso la metà di questa spesa perché senza frigo la roba andava spesso a male. Sono loro, le utilitarie domestiche (così definite nel libro di Tersilla Faravelli, Paola Guidi, Anti Pansera “Dalla casa elettrica alla casa elettronica”) che hanno dato basi solide all’emancipazione femminile. Ed è l’industria italiana degli elettrodomestici, la prima al mondo negli anni 70-80, che ha dato il maggior contributo, in assoluto, a questa vera liberazione perchè negli anni della crescita dei paesi europei ha fornito elettrodomestici automatici, avanzati e a prezzi molto accessibili. Altro che industria dell’auto. E’ l’industria del Bianco (e della tv) che ha contribuito in modo determinante alla modernizzazione delle famiglie europee.

ERAVAMO I N.1 AL MONDO PER IL BIANCO!

Questa storia che pochi conoscono cominciò in una piccola officina di Monza della famiglia Fumagalli, con la realizzazione delle prime lavabiancheria italiane non molto lontane da quelle superautomatiche di oggi ma molto molto lontane da quella rotonde, semiautomatiche e rumorose di quel periodo. In pochissimi anni Il laboratorio diventa un’industria moderna e da quegli anni Candy trae slancio e risorse per diventare il n.1 europeo del lavaggio. Seguita dalla Merloni, dalla Indesit, dalla Zanussi, dalla Ignis. Nel frattempo le famiglie scoprivano anche la lavastoviglie….

PIÙ LAVABIANCHERIA DEGLI STATI UNITI

L’industria italiana del Bianco, come riferisce il blog www.lacasadipaola.it, fabbricava nel 1975 oltre 5 milioni di frigoriferi, un milione in più degli Stati Uniti (205 milioni di abitanti contro i nostri 53 milioni); la Germania, già potente, ricca, industrializzata, ne sfornava appena 1,5 milioni. E il Giappone (105 milioni di abitanti) arrivava a 3,4 milioni. Per le lavabiancheria la classifica cambia un po’ ma solo perché negli States era diffuso un modello rudimentale, molto semplice da fabbricare. Della Cina poco si sapeva ma erano apparecchi di bassa affidabilità, sicuramente tanti, ma non grandissimi numeri. Già verso gli anni 80 e 90 il Bianco fabbricato in Italia veniva esportato in tutta Europa e poi anche oltre. L’avanzata del Bianco italiano fece chiudere diverse fabbriche a partire da quelle francesi, sparirono brand illustri e poi addirittura il gigante svedese.

Ma le crisi del petrolio, i primi scricchiolii della finanza mondiale con le ripetute esplosioni delle “bolle”, scelte imprenditoriali non sempre strategiche e soprattutto una globalizzazione selvaggia dall’Asia condotta con operazioni di dumping, provocarono nel tempo l’erosione dei prezzi, dei margini e delle risorse finanziarie del settore. Gli anni difficili, a partire dagli anni 90, vedono una progressiva concentrazione con l’arrivo delle multinazionali che riescono a impadronirsi di quelli che erano una volta i primi produttori del Bianco.

L’esempio più clamoroso, è quello che riguarda l’Electrolux e la Zanussi. Lino Zanussi, nel giugno del 1968, qualche giorno prima di partire per il primo viaggio dell’areo appena acquistato per l’azienda, ci aveva convocato per un incontro-stampa informale annunciando che al rientro avrebbe comunicato un’acquisizione clamorosa. Si trattava della Electrolux che attraversava da qualche anno una forte crisi. Ma – riferisce il blog www.lacasadipaola.it – nei cieli della Spagna l’aereo cadde. Morirono Zanussi e l’intero vertice aziendale. Nel 1983 l’intero gruppo venne ceduto alla Electrolux.

Dopo aver scritto con Tersilla Faravelli e Anti Pansera il libro che racconta questa storia (“Dalla casa elettrica alla casa elettronica”, l’unico testo su questo argomento), Paola Guidi ha cominciato a scrivere il seguito dal momento che il libro si fermava agli anni 90. Questo che avete letto fa parte del testo dell’opera.

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Categories: Economia e Imprese