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Diseguaglianze e povertà: il caso italiano va letto senza pregiudizi

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Il Report Oxfam pubblicato in occasione del summit di Davos indica che in Italia la diseguaglianza tende a crescere, accelerata dalla crisi e non contrastata dalla ripresa. I dati riportati lo confermano e la stessa esperienza ci dice che nei periodi di crisi le diseguaglianze di reddito e patrimonio tendono a divaricarsi. L’affermazione però induce un pensiero, peraltro non dichiarato dagli estensori del Report, cioè che i ricchi diventino più ricchi e i poveri più poveri. E siccome la ricchezza non è una variabile indipendente, tale per cui se uno aumenta la sua fetta un altro deve diminuire la sua, il pensiero (che nel comune sentire mi sembra pacificamente accettato) mi sembra dover essere smontato e verificato.

Ma prima qualche osservazione sulla crescita delle diseguaglianze: l’Indice di Gini, che appunto le misura (più alto è il valore, maggiore è la diseguaglianza dei redditi) dava per l’Italia nel 1995 il valore 33, nel 2018 33,4. La diseguaglianza è aumentata, ma molto poco. E comunque in tutta la UE c’è una tendenza dell’indice di Gini a convergere poco sopra la media del 30: ancora nel ’97 si andava dal 25 della Germania al 38 del Portogallo, mentre ora, con l’eccezione della Francia al 28,5, gli indici sono tutti compresi tra 31,1 della Germania e il 33,4 dell’Italia. Dunque è evidentemente esagerato parlare di una diseguaglianza crescente in Italia: siamo nella fascia di valori europei.

E comunque voglio tornare alla questione centrale di questo articolo: esiste in Italia un rapporto diretto tra ineguaglianza e povertà? Vorrei cominciare con due dati che sembrano smentire questa ipotesi. Primo: son corretti i numeri forniti da Oxfam che segnalano come il 10% più ricco della popolazione detenga il 53,6% della ricchezza complessiva contro soltanto l’8,5% del 50% più povero. Ma è anche vero, come segnala il Centro Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi (Gruppo Intesa-S. Paolo) nel suo “Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani”, che il 10% più ricco arriva al 50,6% in Francia e addirittura al 59,8% in Germania, paesi dove palesemente la povertà è limitata e addirittura l’indice di Gini inferiore (molto inferiore, nel caso della Francia) al nostro.

Dunque una forte concentrazione di ricchezza non determina a cascata povertà ed indigenza. Secondo: negli ultimi anni è cresciuto in Italia, dal punto di vista del reddito, il “ceto medio”, che statisticamente si definisce come coloro che godono di un reddito compreso dal 75 al 150 per cento del reddito medio, che nel 2019 è di 2.157 euro: le tre fasce centrali di reddito (da 1.500 a 3.000 euro) comprendono il 57,5% dei percettori di reddito, contro il 52,1% del 2018. E questo non a scapito delle classi di reddito più elevate, che anzi salgono da 13,4% a 14,7%, ma delle classi di reddito più basse (< 1.500 €) che perdono di peso passando da 34,5% a 27,7%. (Dati C.R. Einaudi – S.Paolo). Ossia c’è stata una crescita di reddito complessiva che ha coinvolto circa il 70% della popolazione tra il 2018 e il 2019.

Potrà essere poco ma non indica certo un impoverimento! L’ispessimento del “ceto medio”è confermato da un altro dato: il numero dei risparmiatori è tornato a superare quello di chi non risparmia: 52%, quando nel 2013 era sceso al 39%. Poichè è ipotizzabile che i redditi più alti abbiano potuto risparmiare anche durante la crisi, è molto verosimile che questo aumento del risparmio sia ascrivibile al “ceto medio”, il che porta i suoi componenti abbastanza lontano dal rischio povertà.

Tuttavia c’è un dato che pare andare dalla parte opposta: il rapporto tra la ricchezza patrimoniale e il reddito in Italia (il dato però è della fine 2017, da allora dovrebbe essersi leggermente modificato in favore del reddito) è di 8,4 a 1 (Bankitalia); in Francia e Gran Bretagna poco sotto, in Germania 6: normalmente il gap tra patrimonio e reddito è considerato indice di diseguaglianza sociale. Però la composizione del patrimonio delle famiglie in Italia ha una caratteristica peculiare rispetto agli altri Paesi UE: è principalmente costituito dalla casa di abitazione (48%).

E la riduzione della povertà, modesta quando si considerano le sole attività finanziarie, aumenta sensibilmente se si considera il totale della ricchezza reale e finanziaria: l’abitazione di proprietà, che rappresenta la componente principale del patrimonio delle famiglie meno abbienti, è decisiva nella definizione della ricchezza netta della famiglia. Poichè circa l’80% degli italiani è proprietario della casa in cui vive, almeno questa quantità (ma probabilmente di più, considerando le fasce più alte di ricchezza che hanno seconde e terze case ma vivono in affitto) non ricadono nella povertà.

Inoltre, poiché questa forma di ricchezza patrimoniale è rimasta sostanzialmente invariata attraverso la crisi, pare improbabile, collegando questo dato con quello già visto sui redditi, che ci sia stato un impoverimento palese. Giustamente Oxfam nota come i redditi da lavoro dei giovani e delle donne siano bassi, ma trascura il fatto che, nel caso delle donne, i bassi salari sono dovuti al part time, e che il tasso di occupazione femminile è molto aumentato negli ultimi 10 anni. I bassi salari dei giovani vanno considerati in un contesto in cui i giovani restano in casa il più a lungo possibile, integrando il loro reddito con quello familiare. Infatti i redditi delle famiglie crescono costantemente dal 2016.

Io ritengo questo modello, in cui i redditi (bassi) di donne e giovani si sommano al salario del capofamiglia e alla pensione del nonno, arcaico, di ostacolo alla crescita economica e sociale, ma in termini economici non v’è dubbio che tenga alla larga la povertà, almeno nei tempi brevi..! Conclusione: siamo di fronte ad un trend che premia marginalmente le fasce più alte di ricchezza, ma non in modo tale da aumentare in modo significativo la diseguaglianza economica, e soprattutto non da aumentare la povertà. Quest’ultimo fatto però a costo di un modello “difensivo” delle famiglie, che penalizza inevitabilmente l’innovazione, l’imprendere, l’investire, il migliorare, l’ascensore sociale.

In conclusione mi pare ci sia un paradosso: siamo un Paese che si lamenta povero, ma che così povero non è, e che però si rintana a difesa della propria modesta ricchezza conclamando la propria povertà.

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Categories: Economia e Imprese