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Dentro la ripresa: anche in Italia i consumi si risvegliano

La ripresa dell’economia italiana prosegue. Nel III trimestre 2015, il Pil in termini reali è aumentato dello 0,2%, in moderato rallentamento rispetto ai mesi precedenti. I dati sulle componenti della crescita sono fermi alla prima metà dell’anno, ma aiutano a capire quali siano i principali fattori a guidare questa fase di sviluppo. I consumi delle famiglie, ad esempio, dopo aver sofferto fortemente durante la seconda recessione, stanno sperimentando una crescita costante, sebbene ancora moderata.

Il recupero dei consumi trova spiegazione nel miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Negli ultimi due anni, sono stati creati più di 400mila nuovi occupati, evidenziando anche una graduale ricomposizione verso forme contrattuali più stabili. Le famiglie italiane sembrano essere tornate a guardare al futuro con maggiore ottimismo, grazie anche ad un orientamento meno restrittivo della politica fiscale e a condizioni sui mercati finanziari particolarmente espansive. L’indice di fiducia elaborato dall’Istat è aumentato, raggiungendo i valori più alti degli ultimi quindici anni.

Tutti questi miglioramenti devono, però, essere valutati alla luce degli sviluppi degli ultimi sette anni. La recessione ha cambiato radicalmente le abitudini di spesa delle famiglie. Ripercorrere quanto accaduto diviene, dunque, opportuno per cercare di immaginare quali protrebbero essere i futuri sviluppi, avendo bene in mente l’importanza dei consumi per le prospettive dell’economia italiana.  

Consumi: poca istruzione, molta cura della persona

Nella prima parte degli anni Duemila, le famiglie italiane avevano accresciuto in maniera significativa i consumi, passando da 760 miliardi di euro spesi nel 2000 a 960 nel 2007. Superata la prima parte della crisi, i consumi erano tornati a crescere, raggiungendo i 1.000 miliardi di euro nel 2011.

Lo scoppio della seconda recessione ha, però, radicalmente cambiato lo scenario. Le famiglie hanno iniziato un processo di razionalizzazione della spesa, che ha interessato sia il valore complessivo, che nel 2014, nonostante il recupero rispetto all’anno precedente, è risultato del 2% più basso di quello del 2011, sia la composizione in termini di prodotti e servizi consumati.

Il peso della crisi appare evidente guardando quanto accaduto nel comparto dell’abbigliamento e in quello dei mobili, elettrodomestici e gestione della casa. Nel 2011, le famiglie spendevano quasi 55 miliardi di euro per i vestiti e poco più di 10 per le scarpe. Nel 2014, siamo scesi a 60 miliardi complessivi, una flessione vicina al 10%.  

Un taglio superiore all’11% ha, invece, interessato la spesa nel comparto dell’arredamento e gestione della casa, passata da 68 a 61 miliardi. La riduzione ha riguardato tutti i singoli comparti, con l’esclusione dei servizi domestici, che hanno visto il valore della spesa crescere di più di un quarto negli ultimi sette anni, avvicinandosi ai 17 miliardi ed arrivando ad assorbire quasi il 2% del totale dei consumi. Una maggiore prudenza ha interessato anche i trasporti, sebbene nel 2014 si sia assistito ad un moderato recupero.

La spesa è scesa da 125 miliardi di euro nel 2011 a 119 nel 2014. Ha pesato principalmente il brusco calo nell’acquisto di mezzi di trasporto, da 35 miliardi nel 2007 a 22 nel 2013, per poi salire leggermente a 23 nel 2014. Le uscite per i combustibili si sono ridotte negli ultimi due anni, mentre le altre spese di esercizio, comprendenti quelle per la manutenzione si sono stabilizzate intorno ai 39 miliardi.

Le difficoltà della crisi, in particolare durante la seconda recessione, hanno indotto le famiglie italiane a rivedere la spesa anche in quei comparti generalmente considerati meno sensibili agli andamenti del reddito, come gli alimentari e la sanità. Tra il 2011 e il 2014, le famiglie hanno tagliato di oltre 3 miliardi di euro la spesa per alimentari e bevande non alcoliche, stabilizzandola poco sopra i 140 miliardi, con un peso sul totale leggermente superiore al 14%.

I risparmi hanno riguardato tutti i prodotti, con l’esclusione del pane e cereali e del latte, formaggi e uova, che hanno vissuto una sostanziale stabilità, assorbendo rispettivamente 24 e 19 miliardi. Tagli intorno al 10% sono stati, invece, registrati per il pesce e per gli olii e i grassi, mentre la spesa per la carne, che assorbe oltre 30 miliardi, è stata ridotta di quasi il 3%. Meno ampio, ma comunque importante, il risparmio nelle spese sanitarie, scese di quasi il 2% negli ultimi tre anni, con cali che hanno investito l’acquisto di medicinali e i servizi sia ambulatoriali sia ospedalieri.

L’abitazione, principale voce di spesa delle famiglie, è uno dei pochi capitoli ad aver beneficiato di un aumento anche durante la crisi. Nel 2007, gli italiani vi destinavano 200 miliardi di euro; nel 2014, sono stati superati i 240 miliardi, circa un quarto del totale. La crescita trova spiegazione principalmente nell’aumento degli affitti, sia quelli realmente pagati, passati da 18 a 22 miliardi, sia quelli imputati come rappresentazione del valore attribuito da ciascun proprietario alla propria abitazione, saliti da 118 a 145 miliardi, il 15% del totale.

Hanno pesato anche i forti rincari delle utenze. Nel 2007, gli 13 novembre 2015 5 italiani pagavano nel complesso 17 miliardi per l’acqua e 40 per l’elettricità e il gas. Nel 2014, sono arrivati rispettivamente a 23 e 45, con un aumento prossimo al 20%. L’unica voce del capitolo abitazione ad aver sperimentato un taglio è quella legata alla manutenzione e riparazione, scesa di oltre il 10% tra il 2011 e il 2014. Un aumento dei consumi ha interessato anche il capitolo delle bevande alcoliche, tabacco e narcotici. La spesa complessiva ha raggiunto i 42 miliardi di euro, con quella per “tabacco e narcotici” prossima ai 33, più del 3% del totale dei consumi.

Guardando l’evoluzione dei consumi, colpiscono alcune scelte fatte dagli italiani nel ripartire le risorse tra i diversi beni e servizi. Durante la crisi, nonostante il calo del potere d’acquisto, le famiglie hanno, ad esempio, ritenuto opportuno aumentare la spesa per la cura della persona: nel 2007, venivano destinati 21 miliardi di euro a barbieri, parrucchieri, saloni di bellezza e altro; nel 2014, queste voci hanno superato nel complesso i 24 miliardi. Anche la spesa per le comunicazioni, che comprende oltre i costi per i servizi telefonici anche quelli per l’acquisto degli apparecchi, sebbene si sia ridotta nel corso degli ultimi anni, si mantiene su livelli elevati, assorbendo più di 23 miliardi.

Al contrario, le famiglie italiane hanno continuato a mostrare una scarsa attenzione per la cultura e la formazione. La spesa per i libri, nonostante fosse già molto bassa, è stata tagliata in sette anni di circa un quinto, assorbendo solo lo 0,3% dei consumi totali. La spesa per l’istruzione si è, invece, stabilizzata poco sopra i 10 miliardi, rappresentando l’1% dei valori complessivi. Nel 2007, le famiglie spendevano per libri e istruzione un importo pari al 64% di quanto destinavano alla cura della persona; nel 2014, siamo scesi intorno al 57%.

Consumi: più tabacco, meno salute

Per comprendere a fondo quale sia stato l’effetto della crisi sulle abitudini di spesa delle famiglie è, però, utile passare dai valori aggregati a quelli medi pro-capite. Quello che rileva non è, infatti, tanto il dato complessivo dei consumi quanto piuttosto l’importo medio teoricamente a disposizione di ognuno.

Alla metà degli anni Novanta, ogni italiano spendeva in media ogni anno poco più di 10.400 euro. Una crescita costante, interrotta solo da una flessione nel 2009, aveva portato la spesa pro-capite a superare i 17mila euro nel 2011. Negli ultimi tre anni, il valore di quanto ciascun italiano destina in media all’acquisto di beni e servizi si è, però, ridotto costantemente, scendendo anche durante il 2014 e posizionandosi poco sopra i 16.300 euro, con una flessione complessiva superiore al 4%.

In tre anni, ogni italiano ha, dunque, tagliato in media i consumi annuali di oltre 700 euro, con cali in quasi tutti i capitoli di spesa. Come visto in precedenza, le voci più penalizzate dalla crisi sono state l’abbigliamento e l’arredamento. Nel 2014, ogni italiano ha speso in media poco più di 810 euro per i vestiti e quasi 190 per le scarpe, mentre per l’arredamento si è scesi sotto i 750 euro.

In tre anni, la spesa pro-capite per l’abbigliamento è stata tagliata di oltre il 10%, quella per l’arredamento di quasi il 20%, con un risparmio medio annuo pari rispettivamente a 120 e 160 euro. La severità della crisi che ha colpito le famiglie italiane appare ancora più evidente guardando quanto accaduto nel capitolo degli alimentari e delle bevande analcoliche. Tra il 2011 e il 2014, ogni italiano ha ridotto in media il valore della propria spesa di oltre 110 euro, passando da 2.438 nel 2011 a 2.327 nel 2014, una flessione del 4,5%.

Il taglio maggiore ha interessato i consumi di pesce, per i quali nel 2014 sono stati spesi meno di 170 euro, mentre per la carne si è scesi sotto i 550 euro, con un calo in tre anni prossimo ai 30 euro. Anche il pane e la pasta sono stati interessati da questa dinamica, con una flessione del 2%, che ha portato la spesa media annua intorno ai 400 euro. Gli unici prodotti ad aver sperimentato durante gli ultimi anni una sostanziale stabilità della spesa sono il caffè, il tè e il cacao. Guardando i valori pro-capite e mettendo insieme alcune voci di spesa emergono con ancora maggiore chiarezza alcune particolarità nella distribuzione dei consumi tra i diversi beni e servizi.

Tra il 2011 e il 2014, la spesa pro-capite per “tabacco e narcotici” è stata aumentata di quasi il 2% e quella per le bevande alcoliche del 3%, mentre quella sanitaria è stata tagliata di oltre il 4%, interessando sia la spesa per i farmaci sia quella per i servizi ambulatoriali ed ospedalieri. Nel 2014, ogni italiano ha speso in media 541 euro per tabacco e narcotici, 4 euro in più di quanto ha destinato alle spese sanitarie. Durante lo scorso anno, ciascun italiano ha, inoltre, speso in media quasi 400 euro per la cura della persona, mentre ha destinato 57 euro all’acquisto di libri e 171 all’istruzione. Non bisogna, inoltre, dimenticare il capitolo delle comunicazioni. Negli anni, l’importo destinato a questa tipologia di prodotti e servizi è stato ridotto drasticamente, 13 novembre 2015 7 rimanendo comunque su valori non lontani dai 400 euro medi annui. Nel 2014, ogni italiano ha, ad esempio, speso 283 euro per i servizi telefonici e quasi 90 per l’acquisto di apparecchi telefonici. La spesa per i servizi domestici è stata, invece, aumentata di un quinto, passando da 230 euro nel 2007 a 276 nel 2014.

Più telefoni, meno libri nella vita degli italiani

Dietro i cambiamenti che hanno interessato negli anni il valore della spesa delle famiglie italiane vi sono, però, sia le decisioni sulle quantità da consumare sia le variazioni dei prezzi dei diversi beni e servizi. Al netto dell’inflazione, emergono con maggiore chiarezza i sacrifici che le famiglie italiane sono state chiamate ad affrontare durante gli anni di crisi, ma divengono anche più evidenti alcune criticità nella scelta di quali beni o servizi acquistare. Tra il 2011 e il 2014, ciascun italiano ha ridotto in media di oltre l’8% le quantità consumate. Estendendo l’analisi a tutta la crisi, la flessione sale oltre l’11%.

Il calo delle quantità è apparso rilevante nei trasporti. Nel confronto tra il 2014 e il 2007, la spesa pro-capite in termini reali si è ridotta di oltre un quarto. Gli acquisti di mezzi di trasporto, nonostante il miglioramento dello scorso anno, rimangono più di 40 punti percentuali al di sotto del valore del 2007. Meno intenso è apparso, invece, il calo che ha interessato le spese d’esercizio dei mezzi di trasporto, come quelle per la manutenzione, a testimonianza di un nuovo modello di consumo che si è andato formando, con un più lento ricambio del parco auto e un conseguente aumento del ricorso ai servizi di manutenzione, mentre i consumi di carburanti si sono ridotti di quasi un terzo in sette anni. Nel capitolo dei trasporti, il calo delle quantità si è accompagnato ad un sensibile aumento dei prezzi, che ha colpito in particolare le spese per i servizi di trasporto, con una crescita prossima al 30%. L’indice dei prezzi relativo ai combustibili, nonostante il calo degli ultimi due anni, è risultato alla fine del 2014 circa un terzo più alto di quello del 2007. L’esigenza di contenere la spesa ha colpito duramente il comparto dell’abbigliamento e quello dell’arredamento.

Gli italiani hanno ridotto la quantità di vestiti e scarpe acquistate di quasi il 15%, nonostante un andamento dei prezzi alquanto contenuto. Il calo si è concentrato nella seconda recessione, tra il 2011 e il 2014, mentre una 13 novembre 2015 8 sostanziale stagnazione aveva caratterizzato la prima parte della crisi. Nel comparto dell’arredamento, la riduzione degli acquisti si è, invece, sviluppata, lungo tutti gli ultimi sette anni: nel confronto con il 2007, la flessione delle quantità consumate si è avvicinata al 35% per i mobili e al 25% per gli elettrodomestici.

Di particolare interesse quanto accaduto nel capitolo dell’abitazione. A livello aggregato, la flessione registrata tra il 2007 e il 2014 nelle quantità consumate risulta meno intensa di quella rilevata per le altre voci di spesa. Guardando tra le singole tipologie di beni e servizi emerge, però, come questo andamento sia spiegato interamente dai maggiori affitti, sia quelli effettivi sia quelli imputati. Al contrario, le famiglie hanno tagliato di circa il 10% le quantità consumate di acqua, elettricità, gas e altri combustibili, dovendo in questo caso fronteggiare anche un aumento dei prezzi, che nel complesso degli ultimi sette anni si è posizionato tra i 20 e i 40 punti percentuali.

Al netto della variazione dei prezzi appare ancora più evidente il taglio per quei beni e servizi considerati generalmente meno sensibili agli andamenti del reddito. Tra il 2007 e il 2014, ciascun italiano ha ridotto di oltre il 15% le quantità consumate di prodotti alimentari. In questo capitolo di spesa non è emersa una differenza tra la prima e la seconda parte della crisi: il calo si è sviluppato in maniera costante, andando ad interessare tutte le singole tipologie di prodotto. Le quantità consumate di pesce e quelli di olii e grassi sono state tagliate di quasi un quarto, mentre la flessione ha superato il 15% per il pane e per la carne. Oltre alle difficoltà legate al reddito, le famiglie hanno dovuto fronteggiare una dinamica dei prezzi che per i prodotti alimentari è risultata più sostenuta di quella relativa all’intero paniere dei consumi. I rincari maggiori hanno interessato il caffè, il tè e il cacao, il pesce e il comparto dello zucchero, marmellata e cioccolato.

Un calo significativo delle quantità consumate è stato registrato anche nel comparto sanitario, con una flessione che ha superato il 10% nel confronto tra il 2014 e il 2007. Le famiglie italiane hanno, ad esempio, tagliato le quantità di medicinali acquistate di quasi il 15%, una flessione simile a quella che ha interessato i servizi ambulatoriali, mentre quelli ospedalieri, che nella prima parte della crisi avevano beneficiato di un sensibile aumento, forse risultato di un trasferimento dal comparto privato a quello pubblico, negli ultimi tre anni hanno subito un calo prossimo al 10%. Anche in questo comparto, le famiglie hanno dovuto affrontare un sensibile aumento dei prezzi, con quelli per i servizi ambulatoriali cresciuti di oltre il 25% tra il 2007 e il 2014.

L’analisi sulla variazione delle quantità consumate in media da ciascun italiano conferma le perplessità emerse in precedenza su alcune scelte compiute dalle famiglie nel destinare le risorse a propria disposizione tra i diversi beni e servizi. In sette anni, gli italiani hanno, ad esempio, ritenuto opportuno aumentare del 135% le quantità di apparecchi telefonici acquistati, mentre hanno ridotto di oltre un quarto il numero di libri comprati. Anche i beni e servizi nel comparto dell’istruzione hanno subito una flessione che, nel confronto tra il 2014 e il 2007, ha superato il 10%.

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Tutto questo in un contesto che ha visto i prezzi dei telefoni sostanzialmente dimezzarsi, quelli dei libri aumentare di quasi il 10% e quelli relativi al capitolo dell’istruzione crescere di oltre il 20%. La crisi ha, dunque, portato le famiglie italiane a rivedere tutti i propri comportamenti di spesa, adeguando le scelte al nuovo contesto che si è andato formando. Sono emersi, però, anche alcune difficoltà nel reindirizzare abitudini consolidatesi negli anni della crescita.

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