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Debito: per ridurlo meglio una buona politica di bilancio e più crescita che interventi illusori

Quali politiche per il debito pubblico? Non vi è dubbio che nella situazione attuale è necessario occuparsi del debito pubblico, della sua dinamica e della sua gestione. Ma sia a livello europeo, dove sembra dominare una visione tratta dall’antica economia domestica di matrice tedesca, sia nel nostro paese, dove i riferimenti al nostro debito sono argomenti di lotta politica, non sembra inopportuna un’analisi più meditata.

Riprendendo una famosa tripartizione andreottiana è bene che si abbia in primo luogo un’adeguata consapevolezza storica; che sia poi adeguatamente sviluppata la diagnosi del problema; che infine le terapie proposte siano efficaci e non controproducenti. Fenomeni d’instabilità finanziaria, collegati alle difficoltà di emissione o di rinnovo dei debiti sovrani, si sono ripetutamente verificati nella storia. A questi problemi si è fatto fronte con una molteplicità d’interventi.

In periodi di gold standard si introduceva il corso forzoso (l’esperienza italiana al riguardo è significativa), con il quale si evitava la corsa all’oro. In regime di gold exchange standard, lo strumento principe era la svalutazione della valuta nazionale (come si è ripetutamente verificato in Italia dal 1972 al 1992). Si riconosceva, in altri termini, un premio a chi aveva speculato al ribasso, pensando peraltro di ottenere un vantaggio di competitività per le esportazioni (ma dimenticando gli effetti sulle ragioni si scambio, fondamentali per un paese importatore di materie prime, oltre le conseguenze su inflazione e/o distribuzione del reddito).

In situazioni meno tese si ricorreva a strumenti di tipo amministrativo, quali vincoli di portafoglio o collocamenti forzosi di titolo del debito pubblico, o si faceva intervenire a sostegno dei corsi le banche centrali, quando non si isolava il sistema finanziario come fece Roosevelt nel 1933. Se dalla storia di tutti i paesi alle crisi finanziarie si possono trarre utili insegnamenti, sorge spontaneo a questo punto il seguente interrogativo: perché nell’attuale assetto istituzionale della moneta europea le autorità europee e quelle nazionali sembrano impotenti, permettendo di fatto che i comportamenti speculativi contro i singoli stati siano operazioni senza rischio significativo?

La ragione di fondo sta nel fatto che nella costruzione dell’euro non è stato previsto alcun meccanismo che permettesse di affrontare crisi localizzate, rendendo l’assetto fragile. Questi temi sono curiosamente oggetto di intelligenti analisi negli Stati Uniti, dove si confronta la situazione tranquilla dei paesi europei non euro con quella dei paesi euro coinvolti in crisi finanziarie, attribuendo la differenza al fatto che nei paesi che non hanno adottato l’euro, come negli Stati Uniti, esistono strumenti che permettono di stabilizzare le aspettative attraverso gli interventi delle banche centrali, non escludendosi successivi interventi più sostanziali in un quadro controllato.

Un illustre economista americano, Dani Rodrik si è chiesto quale sia la differenza fra California, notoriamente in una situazione di finanza statale dissestata, e la Grecia o, aggiungiamo noi, l’Italia: la risposta sta nel fatto che per la California, inserita in uno stato federale, esistono strumenti sistematici di intervento che permettono di gestire consapevolmente le crisi, attivabili agevolmente e non legati al buon cuore di qualche banchiere centrale. In Europa si è invece praticamente impotenti: conclude Dani Rodrik che oggi non è sufficiente affermare fideisticamente che si vuole difendere l’euro, ma più realisticamente si deve decidere se procedere sulla via o della maggiore integrazione politica o della minore integrazione economica Se la consapevolezza storico-istituzionale è necessaria, è necessario anche effettuare una diagnosi accurata delle cause che spingono all’aumento del debito in relazione al prodotto interno.

Semplici scomposizioni contabili dimostrano che l’andamento di questo rapporto è influenzato da molti fattori, quali la differenza fra spese al netto degli interessi e entrate, il saggio di crescita del pil e il costo medio del debito pubblico (in cui si riflette la storia dei tassi via via applicati alle nuove emissioni). Nel periodo più recente, il forte aumento verificatosi nel rapporto debito prodotto, circa 15 punti, è stato determinato per larghissima parte dalla caduta del tasso di crescita del pil, che ha avuto sia un effetto diretto sulla sia uno indiretto comprimendo le entrate. Si deve riconoscere che il precedente governo era riuscito a contenere gli effetti della recessione sul saldo primario (che è sì peggiorato, ma in misura molto inferiore a quello di altri paesi, quali Francia e Regno Unito). Sempre in tema di determinanti della crescita del rapporto debito prodotto deve essere ricordato che il differenziale della consistenza del debito italiano rispetto agli altri paesi si è di fatto formato nel corso degli anni ’80, quando la Banca d’Italia finanziò a tassi assurdamente elevati il fabbisogno del Tesoro: allora qualcuno propose di finanziare obbligatoriamente con imposte gli oneri finanziari riconducibili alla differenza fra il tasso d’interesse sulle emissioni di titoli pubblici e il tasso di crescita del sistema.

Da quanto detto discende che collegare la stabilizzazione del rapporto debito prodotto sempre e solo ad aggiustamenti o nelle entrate o nelle spese diverse degli interessi, può in molte circostanze essere controproducente, come sta accadendo in Grecia dove si chiede di reiterare manovre restrittive che non fanno altro che peggiorare il problema del debito, via caduta dei livelli di attività. Penso che anche i problemi dell’economia italiana si siano aggravati nei primi mesi del 2011, favorendo l’innesco di violente ondate speculative, quando la coppia franco tedesca ha imposto in anticipo, in una situazione di recessione o stagnazione, il raggiungimento dell’equilibrio di bilancio, originariamente previsto per il 2015.

Venendo infine alle terapie che si possono suggerire in una situazione di difficoltà, quale quella attuale, si deve premettere che il problema non è legato alle nuove emissioni quanto al rinnovo del debito in scadenza: nel 2011 ad un indebitamento netto di 41 miliardi corrispondeva una previsione di ricorso al mercato di 262 miliardi. Si può anche aggiungere che in termini assoluti (dove si misura l’effettivo ricorso ai mercati finanziari) il debito italiano è di poco superiore a quello francese e di poco inferiore a quello tedesco. Se il problema è il rinnovo, gli investitori (essenzialmente i grandi operatori finanziari) devono essere indotti a sottoscrivere il debito, conquistando la loro fiducia: in questo senso i comportamenti o l’affidabilità del governo sono fattori da cui non si può prescindere.

E’ inoltre necessario, compatibilmente con la situazione macroeconomica, ricercare un ragionevole avanzo primario che dia garanzia di sostenibilità del debito. Si possono poi seguire politiche che agiscono lo stock del debito più che sul flusso, attraverso la dismissione di attività pubbliche o ragionate privatizzazioni o la sistemazione delle pendenze fiscali con le autorità svizzere: si parla a questo riguardo di una potenziale entrata di 25 miliardi che si aggiungerebbero ai 10 e 15 miliardi ottenibili su base annua ( e solo per alcuni anni) dalle vendita di cui si è detto. Se si tiene conto che il nostro debito ammonta a 1900 miliardi è evidente che con interventi di questa natura si può incidere solo marginalmente sullo stock. Sempre in relazione allo stock si devono evitare provvedimenti suscettibili di indurre comportamenti destabilizzanti. Interventi di ristrutturazione del debito pubblico, soprattutto se annunciati, non possono che produrre danni: la scadenza media del debito italiano è di 7 anni, durata giudicata fino a poche settimane fa tranquillizzante anche dal Fondo Monetario.

Con riferimento sia allo stock sia al flusso annuale devono esser valutate con cura le potenzialità di forme d’imposizione patrimoniale, di cui è bene parlare il meno possibile (come dimostra l’esperienza prefascista quando si formularono compiute e non realizzate proposte d’introduzione di un’imposta sul patrimonio). Dato che la base imponibile di questa imposta è costituita da immobili e attività finanziarie, sulla base di stime un’imposta patrimoniale potrebbe raggiungere i 15 miliardi di gettito, con la reintroduzione dell’imposta sulla prima casa (ma associata ad una rilevante rivalutazione delle rendite catastali) e con un ulteriore aumento dell’aliquota sui rendimenti dell’attività finanziaria.

Si tratta di provvedimenti, che, se effettivamente incisivi, hanno senso solo in un quadro di profonda revisione del nostro sistema tributario. Se concepiti solo con la finalità di produrre gettito in un lasso di tempo molto ravvicinato possono produrre effetti perversi. Ha infatti molto più senso cercare di applicare compiutamente il sistema fiscale attualmente in vigore, correggendolo in alcuni aspetti di fatto marginali, quali la reintroduzione dell’ICI sulla prima casa che con le rendite catastali vigenti e le vecchie aliquote darebbe un gettito inferiore ai 4 miliardi. Non è inopportuno ricordare che Einaudi sosteneva che la migliore imposta è quella che già esiste, anche e soprattutto in periodi di turbolenza finanziaria. Come già osservato, una politica equilibrata, attenta all’evoluzione del saldo primario interpretato in relazione all’andamento macroeconomico, è l’atteggiamento oggi sensato, per il quale non si possono dare che indicazioni di massima.

E’ peraltro vero, come ormai tutti affermano, che il problema dei debiti sovrani sarà circoscritto solo con la ripresa del processo di crescita a livello internazionale e nazionale. Il problema si sposta quindi nell’individuazione delle politiche più appropriate per la crescita, e qui bisogna dire che la cosiddetta scienza economica, nelle versioni più recenti, non è al suo meglio. Come sostiene un altro autorevole economista americano, Krugman, a partire dal 2008 si è voluto far credere che riequilibrando i conti pubblici e flessibilizzando il mercato del lavoro si sarebbe creato spontaneamente un clima che avrebbe portato ad un aumento degli investimenti, dell’occupazione e della crescita. A suo giudizio si tratta di una fairy tale, che, ripetendo i vecchi temi reaganiani della supply side economics, sembra essere totalmente creduta dalle autorità monetarie europee, molto meno da quelle americane. C’è solo da sperare che non si adottino impostazioni di politica economica da favola che produrranno, più che crescita, decrescita e squilibri sociali.

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