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Cultura, Corinne Baroni: “Il teatro è donna e si vince con la formula VIP: Vieni, Inizia, Prova”

Sabrina Camonchia

Una stagione teatrale che ha per titolo “Passione e follia” non può che portare la firma di una donna. Corinne Baroni è ancora più chiara: “Il lavoro in teatro è multiforme, poliedrico, presenta una moltitudine di livelli: una donna lo può interpretare al meglio. Per questo affermo che il teatro è donna”. Quando, a fine estate dello scorso anno, è arrivata al Teatro Coccia di Novara, nessuno si sarebbe mai immaginato le rivoluzioni, piccole e grandi, che Baroni aveva (e ha) in cantiere per quel teatro di tradizione in terra piemontese a un tiro di schioppo da Milano. Ma Baroni è così. Caparbietà trentina, dove è nata, passione ed entusiasmi che solo “una donna di teatro”, sa tenere assieme. La sua è una carriera tutta spesa nei teatri italiani, dagli esordi alla Scala di Milano alla maturità professionale al Teatro Comunale di Bologna. 

Cominciamo dalla fine, dalle notizie di questi giorni. Come le è venuto in mente di chiedere allo staff del Coccia di mettersi in costume per vendere i biglietti della prossima stagione? 

“Non solo lo ho chiesto allo staff, ma io stessa ho indossato i panni di una nobile cortigiana, uno dei tanti personaggi che popolano l’Ernani di Giuseppe Verdi che apre la stagione del Coccia il 18 ottobre. Ho pensato che accogliere il mio pubblico con gli abiti cinquecenteschi dell’opera sarebbe stato molto suggestivo e lo avrebbe reso in qualche modo parte del processo in atto dietro le quinte in questi giorni. È stato semplice, ho detto ai miei colleghi: domani alle 9 ci troviamo in sartoria. Tutto è avvenuto nell’incredulità e nella curiosità generale, però ci siamo divertiti e ha funzionato”. 

Con lei sembra tutto semplice, cosa può dire a un anno dal suo insediamento? 

“No, non è così. Tutto invece è sempre in salita, ma non mi arrendo. Un anno è un tempo minimo per orientarsi sia in un nuovo territorio che in un nuovo teatro. La vera difficoltà sono i finanziamenti. Il Coccia soffre di una strutturale mancanza di fondi, la gestione è ottima, ma il problema sono i costi fissi. È sempre più necessario fare sistema e per farlo io debbo guardare a Torino, al Teatro Regio. Perché mentre in altre regione i teatri di tradizione come il mio appartengono a circuiti ben precisi (Toscana, Lombardia, per esempio), il Coccia viaggia da solo e questo mi fa sentire in qualche modo ‘straniera’. Ma non mi posso fermare alle coproduzioni, occorre metterci nuova linfa”.  

Cosa intende? 

“Penso che un teatro debba essere un polo di aggregazione cittadina, un ritrovo, dove si parla, si ascolta, dove succedono sempre cose. Un centro di produzione culturale proiettato verso l’esterno”.  

Non è la prima che lo dice, in realtà. 

“Vero, ma ormai non sopporto più la frase trita e ritrita ‘Dobbiamo aprire le porte del teatro’. Sono io, al contrario, che mi devo impegnare a fare uscire i miei contenuti. Mi pare un lavoro molto più ambizioso”. 

Per esempio? 

“In sostanza amplifico quello che capita sul palco. Sotto la rassegna “Coccia allo specchio” porto fuori i contenuti di quello che avviene in teatro. Così, in occasione dell’inaugurazione della stagione con Ernani ho costruito un cartellone di appuntamenti che servano al pubblico come ‘cassetta degli attrezzi’ per ascolti più consapevoli”.  

Qual è la sua ricetta per il Coccia? 

“Fare ricerca e innovazione in un teatro di tradizione”.  

Più facile a dirsi che a farsi, temo. 

“Penso ad alcuni punti caratterizzanti del mio mandato. Intanto, occorre lavorare sulla formazione del pubblico e sulla qualità. Fare formazione del pubblico significa muoversi senza presunzione da parte nostra perché sarebbe come dire che il mio pubblico è ignorante. Anzi, il teatro deve sempre più offrire prodotti di altissima qualità, sono io che ho il dovere di alzare l’asticella. Poi voglio creare relazioni con l’estero, voglio portare il Coccia in Europa, sto lavorando anche in questa direzione. Infine, ho studiato una nuova forma di abbonamento per il pubblico che mi piace particolarmente”. 

Quale? 

“Ho creato un carnet di 10 titoli a libera scelta dello spettatore. Sono dieci cose che piacciono, fra prosa, lirica, fantasy, fra tutto quello che offre il Coccia in cartellone. È un abbonamento che ognuno può cucirsi addosso. È uno strumento agile e snello, spero piaccia non solo a me”. 

E poi c’è la formula Vip? 

“Sì, che non sta per Very Important Person ma è acronimo di Vieni, Inizia, Prova. È pensato nell’ottica di avvicinare all’opera un numero sempre più alto di persone: quattro titoli per un costo ridotto del biglietto d’ingresso. In realtà chi sottoscrive questo abbonamento per me è davvero un VIP, è il mio pubblico del futuro”.  

A proposito di Vip, il 10 novembre avrà ospite una vera e propria star della cucina: Antonino Cannavacciuolo, protagonista di una nuova opera prodotta dalla Fondazione Teatro Coccia.  

“Abbiamo messo in piedi un’operazione davvero importante, un’opera live cooking con lo chef che per la prima volta calcherà le scene di un teatro d’opera realizzando un piatto apposta per noi. Un live cooking con la regia di Roberto Recchia e Umberto Spinazzola e con le musiche di Valentino Corvino. Sono molto contenta”. 

Lanci un invito: perché da Milano o Torino uno spettatore dovrebbe venire al Coccia per vedere questo Ernani? 

“Ha ragione. Io non posso competere con teatri come la Scala o il Regio di Torino. Allora devo fare altro. Per questo Ernani abbiamo recuperato lo storico allestimento in coproduzione con il Massimo di Palermo. Nel cast ci saranno due debutti di ruolo: il tenore Migran Agadzhanyan sarà Ernani ed Elvira sarà il soprano di origini americane Courtney Mills. Vedremo cosa succederà”. 

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