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Bonaccini: “Autonomismo sì, populismo no: ecco il modello dell’Emilia-Romagna”

STEFANO BONACCINI PRESIDENTE REGIONE EMILIA ROMAGNA

“Il nostro tentativo ci ha permesso d’impugnare la bandiera dell’autonomismo e di tenerla all’interno della Costituzione, al riparo dei diversi populismi. Se riusciremo a fare un buon lavoro nel negoziato con il Governo, che si traduca in tempi brevi in una proposta di legge al Parlamento, questa bandiera non potrà essere ignorata né dal futuro Governo né dal futuro Parlamento, qualsiasi sarà la maggioranza”. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, alla fine ha fatto centro. Invece di bollare la questione del Nord e le istanze autonomiste delle regioni più ricche come un fastidio populista e reazionario, ha sposato questa battaglia prima dei referendum della Lombardia e del Veneto e l’ha governata con l’arte del buon senso e della politica, della democrazia e della mediazione. Sembra un percorso lento, invece il governatore emiliano è uno che viaggia veloce, tanto che il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, gli ha dovuto chiedere di rallentare un po’, per stare al passo. Ora Bonaccini aspetta al varco anche il veneto Luca Zaia e in quest’intervista con FIRSTonline racconta il percorso fatto fin qui e le possibilità di successo che vede all’orizzonte.

Presidente Bonaccini, per ridisegnare i rapporti tra Stato e Regione, l’Emilia-Romagna ha scelto un’altra strada rispetto ai referendum: in che cosa consiste esattamente il vostro federalismo soft? Che cosa chiedete al Governo e che cosa offrite in cambio?

“Siamo partiti dalla convinzione che una maggiore autonomia ci avrebbe garantito la possibilità di crescere ulteriormente e, se cresciamo noi, cresce meglio e di più anche il Paese, visto che ne siamo una delle locomotive. E che sia giunto il tempo nel quale le Regioni che dimostrano di essere virtuose e con i conti in ordine possano essere premiate. Per fare questo abbiamo intrapreso la via costituzionale attraverso l’articolo 116 e abbiamo individuato la quattro macroaree all’interno delle quali chiederemo numerose competenze da gestire: lavoro e formazione, impresa, ricerca e sviluppo, territorio e ambiente, sanità. Attenzione però: a differenza di quanto ha detto qualche avventato esponente leghista, le competenze che chiederemo di gestire non saranno quattro. Quattro, lo ripeto, sono le macroaree tematiche, le competenze che chiederemo di gestire direttamente e con risorse certe saranno molte di più, oltre la decina. Al Governo chiediamo quello che prevede la Costituzione: la possibilità, prevista all’articolo 116, comma III, di attribuzione alle Regioni a statuto ordinario di ulteriori ‘forme e condizioni particolari di autonomia’, attraverso una legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta, sulla base di un’intesa fra il Governo e la Regione interessata. In cambio offriamo una via possibile, percorribile anche da altre Regioni, per far crescere i territori e con essi il Paese”.

Il Governatore del Veneto, Luca Zaia, è stato tranchant: “Quello dell’Emilia-Romagna – ha detto – non è un modello, perché l’Emilia non ha concluso un bel niente: non ha firmato un’intesa, come prevede la legge, ma solo una dichiarazione d’intenti”. Siamo in campagna elettorale o c’è del vero?

“Le dico di più. Dopo che ho firmato con il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il documento che dava l’avvio alla trattativa sulla richiesta di autonomia differenziata da parte dell’Emilia-Romagna, qualche importante esponente leghista ha detto che non aveva alcun valore, paragonandolo alla carta igienica. Un documento talmente inutile che, pochi giorni fa, ci è stato chiesto di fermarci, per fare in modo che il Governo convocasse un tavolo unico di confronto al quale ci sarà la Lombardia, come ha chiesto il presidente Maroni, e vedremo se ci sarà anche il Veneto, a meno che non insista sulla richiesta di Statuto Speciale, non contenuto neppure nel quesito referendario, perché incostituzionale. Dunque, fermiamo un percorso, che noi per primi abbiamo attivato, ma lo facciamo senza alcun problema, perché quando Roberto Maroni mi ha telefonato per chiedermi se fossi disponibile ad attendere qualche settimana per partire tutti assieme nel confronto con il Governo, ho subito detto di sì. A me interessano i fatti e non le parole, mi interessa centrare il risultato finale. Questo dimostra quanto la nostra decisione di chiedere maggiore autonomia applicando l’articolo 116 della Costituzione sia stata efficace. Quanto al resto, al chiacchiericcio, le ripeto: a me interessano i fatti, non le parole”.

Con il Governo avete avviato una trattativa, ma crede si concluderà prima della fine della legislatura? E dopo l’eventuale accordo sull’applicazione dell’articolo 116 della Costituzione, servirà una legge approvata dalla maggioranza del Parlamento: siete sicuri di poterla ottenere nei pochi mesi che restano all’attuale legislatura?

“Il nostro tentativo ci ha permesso d’impugnare la bandiera dell’autonomismo tenendola all’interno della Costituzione e al riparo dei diversi populismi. Se riusciremo a fare un buon lavoro nel negoziato con il Governo, che si traduca in tempi brevi in una proposta di legge al Parlamento, sono convinto che questa bandiera non potrà essere ignorata né dal futuro Governo né dal futuro Parlamento, qualsiasi sarà la maggioranza”.

La vostra iniziativa non è stata un po’ tardiva, se davvero volevate portare a casa un risultato?

“Tardiva? Ripeto, possiamo fare in modo che il prossimo Parlamento non possa ignorare un tema così importante. Quanto all’Emilia-Romagna, mi permetta una constatazione: siamo andati così veloci che adesso ci chiedono di fermarci e aspettarli. Cosa che facciamo più che volentieri perché non mi interessa chi arriva prima, ma che si arrivi”.

Il nodo centrale dei rapporti tra Stato e Regioni è quello fiscale: trattenere una parte del gettito tributario nei territori dove viene prodotto non rischia di minare la solidarietà verso le Regioni più povere e di alimentare nuove ingiustizie?

“Noi non chiediamo più soldi allo Stato. A copertura delle competenze richieste, proponiamo la compartecipazione al gettito dei tributi erariali generati in Emilia-Romagna, quota che definiremo in sede di negoziato con il Governo, per questo non ho mai fatto cifre: troppo facile, infatti, sparare decine di miliardi, interi bilanci di una Regione, senza però dire che, se così dovesse essere, allora non sarebbe maggiore autonomia, ma secessione fiscale. In un meccanismo sostenibile, nell’ambito di una tenuta del sistema nazionale, c’è la garanzia di non generare ingiustizie verso altre Regioni. Peraltro, disporre di maggiore autonomia e di risorse per poterla esercitare vorrebbe dire avere poi ricadute positive sulla crescita, con l’aumento del PIL negli anni futuri e ulteriori effetti positivi sulla fiscalità generale”.

Il ministro Martina del Pd è stato chiaro sul tema fiscale quando, all’indomani dei referendum, ha dichiarato: “i soldi delle tasse non sono trattabili”. Lei come la pensa?

“La dichiarazione di Martina era riferita al fatto che Lombardia e Veneto ipotizzavano di trattenere tutte le tasse pagate nei loro territori, il che, ripeto, sarebbe secessione fiscale. E in quel caso sarei perfettamente d’accordo col ministro. Sono convinto che, come me, la pensino la maggioranza degli italiani, che non vogliono sentir parlare di secessione”.

Dopo il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale è utile discutere di nuove forme di decentramento, ma, al di là di casi virtuosi come il vostro, non c’è alcuna evidenza che dal 1970 a oggi le Regioni abbiano saputo far meglio dello Stato, perciò trasferire nuovi poteri in periferia non fa correre il pericolo di peggiorare i servizi per i cittadini? O – come avviene già ora nel caso dell’energia –di anteporre i localismi all’interesse nazionale?

“L’Emilia-Romagna è la Regione che da tre anni è prima per crescita nel Paese, prima per tasso di attività, per export quota pro capite e a fine anno la disoccupazione si attesterà al 6% dal 9% che trovai soltanto tre anni fa. Sì, siamo una regione virtuosa, grazie al fare rete che abbiamo sperimentato con il Patto per il Lavoro che, come Regione, abbiamo sottoscritto con sindacati, imprese, categorie economiche, università, enti locali, associazioni del Terzo settore, per condividere politiche e convogliare risorse su una priorità: creare sviluppo e buona occupazione. Un lavoro fatto insieme alla società regionale che vogliamo rafforzare, chiedendo maggiore autonomia. Premiare le Regioni virtuose significa questo. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto si sono già mosse e molte altre hanno dichiarato la loro intenzione di fare altrettanto, anche al Sud, pare, dove i dati dicono che i territori stanno crescendo e non è vero che tutto sia fermo. La soluzione non è creare nuove debolezze, come ha proposto la Lega nella nostra regione, dove pretenderebbe un referendum per dividere Emilia e Romagna, ma è mettere i territori nelle condizioni di competere con le aree più avanzate in Europa e nel mondo. E questa è una responsabilità a cui una classe politica responsabile non può più sottrarsi”.

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