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Banche in Europa: il riassetto non è finito e la Germania zoppica

Wikimedia Commons Jonathunder

Il sistema bancario europeo progredisce sulla strada del suo rilancio, un processo che tuttavia non appare ancora concluso. Il RoE conseguito in media nel 2017 è più elevato di quello dell’anno precedente ma per la quasi totalità degli operatori ancora lontano dal remunerare adeguatamente il capitale impiegato. All’indomani della crisi del 2008-09 in molti ipotizzarono un’intensificazione delle operazioni di fusione e acquisizione. Si immaginava, cioè, una replica di quanto avvenuto tra la metà degli anni Novanta e l’inizio di questo secolo. L’ipotesi non ha trovato conferma. Per cause diverse, a mancare sono tanto le operazioni di aggregazione domestica quanto quelle cross-border, queste ultime in misura più intensa.

Oltre ai noti casi di Grecia, Cipro e Portogallo, tra le situazioni meno brillanti nello scenario europeo spicca ancora il caso tedesco: se si escludesse la Germania il RoE medio delle banche europee aumenterebbe in misura non trascurabile. In una condizione di fragilità si trovano molte delle istituzioni bancarie al vertice del sistema. Il salto di qualità di cui sembra aver bisogno il circuito finanziario europeo può derivare dalla combinazione di due trend. Il primo è quello del ridimensionamento e razionalizzazione del sistema bancario; il secondo è quello dello sviluppo di modalità di finanziamento diverse dal credito bancario. Se lo sviluppo del primo trend non può dirsi certo impetuoso, decisamente deboli sono i progressi nello sviluppo del secondo. La realizzazione dell’Action Plan for a Capital Market Union è cominciata ma procede lentamente, circostanza che rende poco probabile il rispetto della scadenza prevista (fine 2019) per il conseguimento degli obiettivi prefissati.

Il sistema bancario europeo ha chiuso il 2017 compiendo un ulteriore passo in avanti sulla strada del suo rilancio, un processo che tuttavia non appare ancora concluso. Rispetto all’anno precedente, il risultato appare in media più che raddoppiato ma due terzi di questo progresso sono riferibili a componenti straordinarie. Il RoE (Return on Equity) al netto di queste componenti si posiziona poco al di sotto del 7%, 1,7 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. La dinamica dei proventi operativi è risultata complessivamente debole per il contenuto apporto fornito dall’attività di intermediazione creditizia e dal portafoglio titoli. Per quanto riguarda il rendimento ricavato dalle attività fruttifere la rilevazione EBA mette in evidenza che se da un lato la fase di discesa sembra esaurita, dall’altro lato ci si posiziona sui livelli minimi del triennio (a 1,48%).

L’andamento delle commissioni e il consuntivo dell’attività di trading hanno offerto una contenuta compensazione ma tendenzialmente solo alle banche di dimensioni maggiori e in prevalenza appartenenti ai tre principali paesi Ue (Francia, Regno Unito e Germania). Le 11 banche italiane considerate dall’EBA si distinguono nel panorama europeo per il significativo apporto dei redditi da commissione (35% circa del margine d’intermediazione a fronte di una media europea del 28%) e, viceversa, per il trascurabile contributo dei ricavi da trading (4% circa rispetto ad una media europea di 8,5% e ad un dato francese superiore al 15%).

La qualità del portafoglio prestiti ha registrato nel contempo un apprezzabile miglioramento, prevalentemente attribuibile alla dinamica del numeratore (ammontare dei finanziamenti irregolari). Secondo i dati EBA, infatti, una crescita del portafoglio prestiti europeo di circa il 3% si è combinata con una riduzione dei prestiti irregolari del 18%. Alla flessione di questo secondo aggregato partecipano tutti i paesi Ue ma decisivi sono i contributi di Italia (quasi 40% della contrazione totale) e Spagna (16%). Il rafforzamento patrimoniale sollecitato dalla crisi del 2008-09 può considerarsi in gran parte completato. Nelle statistiche EBA, il CET1 ratio nella versione fully loaded risulta a fine 2017 pari in media al 14,6%.

Al miglioramento del rapporto (era all’11,5% a fine 2014) hanno contribuito in misura importante sia la crescita del numeratore (Core Equity Tier 1 capital) sia la riduzione del denominatore (esposizione a rischio). Il 25% delle banche che si trova nella condizione meno favorevole ha un valore del rapporto (in media) superiore al 13%; nessuna banca è al di sotto dell’11%; gli istituti collocati nella parte alta della distribuzione si posizionano (in media) al 20%. Tra i sette paesi al di sotto del valore medio figura anche l’Italia che però propone un rapporto di leva finanziaria (leverage ratio, rapporto tra totale attivo e patrimonio) più prudente di quanto in media riscontrabile nel resto della Ue (13,9 volte rispetto ad una media europea di 15, con la Germania al di sopra di quota 18).

La dinamica della crisi del 2008-09 ha in più casi sottolineato che la stabilità degli intermediari creditizi dipende in misura rilevante anche dal rapporto tra i finanziamenti concessi a famiglie e imprese e i depositi raccolti da questo stesso tipo di clientela. L’acquisizione di un più prudente equilibrio tra i due aggregati è ancora incompleto. Il dato medio raggiunto comincia ad essere accettabile (117% a fine 2017) ma è espressione di un campo di variazione decisamente troppo ampio: il quarto degli istituti nella condizione più delicata evidenzia (in media) un rapporto del 175% (192% a fine 2014).

FONTE:Focus Bnl

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Categories: Finanza e Mercati