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ACCADDE OGGI – L’assassinio annunciato di Marco Biagi

Imagoeconomica

Diciannove anni or sono, Marco Biagi, docente di diritto del lavoro nell’Università di Modena e consigliere del ministro Roberto Maroni nonché coordinatore del gruppo di esperti che aveva elaborato il Libro Bianco sul mercato del lavoro, fu atteso sotto casa in via Valdonica a Bologna da un commando brigatista e fu assassinato.  I famigliari – che lo aspettavano per cena – sentirono il rumore degli spari. La moglie Marina capì che era accaduto ciò che da mesi il marito temeva a causa delle minacce che continuava a ricevere.

Ero suo amico da trent’anni, eravamo allievi ambedue di Federico Mancini,  avevamo lavorato insieme e ci frequentavamo con le famiglie, avevo visto crescere Francesco e Lorenzo, i suoi due figli. Quella sera, stavo a Roma, a casa, attaccato al computer. Ascoltavo alla radio una partita di calcio, pur non essendo un appassionato come Marco che non perdeva mai una partita del Bologna. Nell’intervallo, un breve giornale radio diede la notizia dell’uccisione. Avvertii mia moglie a Bologna che si recò subito da Marina. Marco aveva avuto per alcuni anni la scorta; poi il Comitato provinciale per la sicurezza gliela aveva levata, nonostante le preoccupazioni che il mio amico aveva manifestato, invano, in tutte le sedi competenti.

Quando alcuni mesi dopo la Polizia mise le mani sugli assassini si seppe che se fosse stato ancora sotto tutela, i brigatisti non l’avrebbero individuato come bersaglio perché non sarebbero stati in grado di affrontare un conflitto a fuoco.

Marco Biagi era nato a Bologna nel 1950 (al momento dell’uccisione aveva 52 anni). Si era laureato in giurisprudenza all’AlmaMater con Federico Mancini e aveva seguito un corso di perfezionamento a Pisa con Luigi Montuschi. Dal 1974 aveva iniziato la carriera universitaria in diversi Atenei lungo tutta la Penisola, fino a quando, 10 anni dopo, era approdato alla facoltà di economia a Modena; nel 1987 era diventato ordinario di diritto del lavoro e delle relazioni industriali;  fino al 2002. Aveva raccolto intorno a sé una vera e propria scuola di giovani brillanti, un centro culturale ( il Centro Studi internazionali e comparati) che ha sempre continuato a  svolgere la sua attività (con un approdo a Bergamo) sotto la direzione dell’allievo prediletto, Michele Tiraboschi.

Buon conoscitore della lingua inglese Marco svolse attività di docenza al Dickinson College e (per venti anni) alla Johns Hopkins University, importanti istituzioni culturali americane con sede a Bologna. Sempre in quegli anni curò la formazione (al Sinnea) della Lega delle Cooperative (Marco fu uno dei primi giuristi ad affrontare il tema del rapporto di lavoro nelle aziende cooperative). Molto significative, per la sua crescita accademica, le esperienze di studio a livello internazionale (in particolare in Giappone); ed europeo in qualità di vice presidente del Comitato per l’occupazione e il mercato del lavoro in rappresentanza del governo italiano.

Amico, collega e stretto collaboratore di Tiziano Treu da titolare del Dicastero del Lavoro, lo seguì anche ai Trasporti pur rimanendo nello stesso tempo consigliere di Antonio Bassolino al Lavoro. Nel 2000 fondò Adapt, un centro studi che tuttora aggrega le più importanti associazioni del mondo del lavoro ad eccezione della Cgil. I rapporti con questa confederazione si interruppero quando Biagi, su incarico del Comune di Milano, lavorò ad un accordo definito il Patto del lavoro, con finalità inclusive dei settori emarginati. L’intesa – la prima di questo tipo-  non fu sottoscritta dalla Cgil.

Cominciarono allora anche le minacce alla sua incolumità, e, quindi, la tutela, fino a quando non venne interrotta inopinatamente. Dal 2001, a dimostrazione della sua correttezza istituzionale,  fu nominato consulente sia del ministro Maroni che del Presidente della Commissione europea Romano Prodi.

La collaborazione con il Governo Berlusconi lo isolò dal contesto a cui era sempre appartenuto. Le critiche divennero ancor più severe –  ma ingiuste e settarie – quando il gruppo di cui era coordinatore  predispose  e presentò, nell’autunno del 2001,  il Libro bianco sul lavoro, fortemente criticato dalla Cgil e dagli ambienti della sinistra. Marco – per quanto addolorato per l’ostracismo a cui era sottoposto, non si perse d’animo e si prestò a difendere il suo lavoro in tutte le sedi. Ma la malafede dei suoi avversari non gli diede tregua; così Marco venne indicato come l’inventore del c.d. precariato, nonostante che il suo impegno fosse quello di indicare delle regole e dei diritti per quei settori del mercato del lavoro che esulavano dalla disciplina standard del rapporto subordinato a tempo indeterminato. In sostanza gli avversari scambiarono la cura per la malattia, come se le trasformazioni del lavoro dovessero essere disciplinate sempre allo stesso modo, anziché andare alla ricerca di soluzioni adeguate sia per le imprese che per i lavoratori. Furono momenti di grande amarezza che Biagi affrontò con coraggio e determinazione, pur consapevole che l’ostilità che lo attorniava stava armando la pistola che lo freddò  19 anni or sono a poche centinaia di metri dalle Due Torri.  Il 21 marzo 2002, due giorni dopo la sua uccisione, Il Sole 24 Ore – il quotidiano con cui Biagi collaborava – pubblicò un breve articolo scritto di getto  prima della sua morte. Inviando il testo al direttore volle definirlo  ‘’l’editorialino’’. Divenne il testamento spirituale di Marco Biagi.

IL DADO È TRATTO: MODERNIZZAZIONE O CONSERVAZIONE?

21 marzo 2002

“Mi è venuto d’istinto di buttare giù queste righe. Vedi tu se ti possono servire”. Questo breve messaggio indirizzato al direttore del Sole-24 Ore accompagnava l’ultimo articolo di fondo di Marco Biagi. Come se, nello scriverlo, avvertisse la necessità di lasciare una testimonianza e un monito.

‘’Il nostro diritto del lavoro è diventato una materia di forte richiamo anche per l’opinione pubblica. Solo qualche tempo fa nessuno avrebbe mai immaginato che sulle riforme del mercato del lavoro si caricasse una fortissima attenzione dei mezzi di informazione. Ed ora che, dopo le ultime scelte delGoverno sulla riforma sperimentale dell’ art. 18, si è alla vigilia di uno scontro sociale con tanto di sciopero generale, anche le relazioni industriali entreranno in uno stato di sofferenza.In realtà l’art. 18 c’entra poco o nulla. Non possiamo far finta di non vedere che il vero dissenso non è tanto (o non solo) riferito a questa norma pur così emblematica nel nostro ordinamento. Dopo tutto nel recente accordo sui Comitati Aziendali Europei, trasponendo una direttiva tanto attesa, le parti sociali si sono accordate nel non richiamare più l’art. 28 dello Statuto dei lavoratori (comportamento antisindacale). Una norma non meno caratteristica, per molti anni vera e propria bandiera della sinistra sindacale. Il vero terreno di scontro è più in generale quello riguardante un progetto di riforma dell’intera materia, da un lato, e la difesa strenua dell’ impianto attuale, dall’altro.Naturalmente è più che lecito dissentire sulle tecniche di modernizzazione o comunque nutrire riserve in relazione alle scelte del Governo, alcune sicuramente più persuasive di altre. Non si comprende invece l’opposizione radicale a ritenere pressoché immodificabile l’attuale assetto del diritto del lavoro ,eccependo ad ogni piè sospinto la violazione dei diritti fondamentali o attentati alla democrazia.É legittimo considerare ogni elemento di modernizzazione o progresso un pericolo per le classi socialmente più deboli. É sempre stato così nella storia che anche in questo caso si ripete. Tutto il disegno di legge 848 costituisce il passaggio dal vecchio al nuovo e vien da pensare che dopo l’ art. 18 vi sarebbero state altre parti di quel testo a subire il veto di parte sindacale. Lo stesso “Statuto dei lavori”significa rivedere la tutele delle varie forme di lavoro e non solo estendere quelle attuali a chi ancora non ne dispone. Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità’’.

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