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VATICANO ED ELEZIONI – Le dimissioni del Papa oscurano o no la campagna elettorale?

Due poltrone vacanti di grande peso politico ed entrambe “romane”: quella di Palazzo Chigi e quella di San Pietro. Le elezioni italiane e l’elezione del nuovo Papa si intrecciano inevitabilmente, per vicinanza geografica e temporale, ma sono anche destinate ad influenzarsi reciprocamente? Una istituzione millenaria e “global” come la Chiesa difficilmente risentirà delle beghe nostrane, ma le elezioni del 24 e 25 febbraio risentiranno invece della particolarissima situazione che si è venuta a creare in Vaticano con le dimissioni di Papa Ratzinger?

Lo abbiamo chiesto a due politologi bolognesi di centrosinistra: Luigi Pedrazzi, cattolico vicino a Giuseppe Dossetti, fra i fondatori della rivista-cenacolo del Mulino e Gianfranco Pasquino. allievo di Norberto Bobbio e già professore di Scienze politiche a Bologna. La scelta di Benedetto XVI viene giudicata in modo molto diverso dai due osservatori: “E’ una notizia destinata a sgonfiarsi, come ogni altra”, commenta Pasquino. “E’ un terremoto di cui è difficile valutare la portata in questo momento”, afferma Pedrazzi.

FIRSTonline – La decisione di Papa Ratzinger è piombata come un fulmine sulla cupola di San Pietro ma anche su tutti noi. Pensate che essa influenzerà la campagna elettorale?

Pedrazzi – La portata del gesto di Benedetto XVI è tale che se ne continuerà a parlare a lungo e certamente terrà banco fino all’elezione del prossimo Papa. La vacanza del soglio di Pietro comincerà comunque a elezioni politiche concluse e questo è un bene per tutti noi. In questo periodo però dovremo conoscere i Cardinali e sono 117 e per capire quello che potrà accadere ci vorrà tempo. La ribalta mediatica non sarà più appannaggio esclusivo delle elezioni politiche nostrane e questo non potrà che danneggiare Berlusconi, che è il più ‘sgarbato’ e in grado di conquistare l’attenzione delle telecamere e della carta stampata.

Pasquino – Io credo che stiamo sopravvalutando il gesto di Ratzinger. Mi stupisco che i giornali dedichino tante pagine a questa decisione. Sono inoltre convinto che gli elettori saranno in grado di prestare l’orecchio a entrambi gli eventi senza farsi troppo influenzare. Non credo che la scelta del Papa oscurerà la campagna elettorale, anche se i candidati in campo sono così poco brillanti che tutto può metterli in ombra. Gli elettori però sono più intelligenti di quello che pensiamo. Il gesto del Papa riempirà le pagine in questi giorni e, senza voler essere blasfemo, al massimo appannerà il festival di Sanremo. Forse si preoccuperà Fabio Fazio, o forse no, perché la Littizzetto avrà l’opportunità di mandare qualche nuovo messaggio a uno dei suoi interlocutori preferiti, a Eminence, il cardinal Camillo Ruini. Per quanto riguarda la politica il 70% degli italiani ha già deciso per chi votare e il restante 30%, è cosa nota, deciderà negli ultimissimi giorni. Insomma per Bersani, Berlusconi, Monti o Grillo non cambierà nulla e nemmeno per noi.

FIRSTonline – La decisione del Papa è dirompente anche per una altro aspetto e cioè perché mostra come si possa fare la rivoluzione rispettando le regole alla lettera. Insomma questo gesto ci insegna qualcosa?

Pedrazzi – Si consideri che Benedetto XVI si è avvalso di una piccola norma di diritto canonico. Io credo che Ratzinger, Papa conservatore, forse non tanto adatto al governo, abbia fatto quello che poteva e poi spinto dal disagio fisico, dalla scoperta della mortalità che ci riguarda tutti, abbia deciso di avvalersi di questa possibilità. La politica è una cosa dura e bisogna avere le spalle larghe e la forza della gioventù per governare con polso fermo, perché il Papa può fare tutto e niente al tempo stesso, visto che il lavoro da svolgere è immenso. Oggi ci vorrebbe un “rottamatore”, un giovane forte, ma i cardinali sono lì da millenni, non da qualche anno e forse nell’emergenza si ricompatteranno. Il Papa ha fatto un passo indietro, ha bruciato tutti sul tempo e passato la patata bollente al conclave, che però non è formato da grandi teologi, ma da uomini pratici.

Pasquino – Non vedo nulla di rivoluzionario nella decisione di Ratzinger. Si pensi al fatto che ha pronunciato il discorso in latino, una scelta ultraconservatrice. Sarebbe stato clamoroso invece se avesse fatto lo stesso discorso in inglese. Ma non è così. Non credo ci saranno problemi nella successione. Se fosse morto la Chiesa si sarebbe trovata nella stessa situazione.

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