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UN ECONOMISTA/UN’IDEA – Attrarre talenti o delocalizzare? Il bivio del successo è lì

Che cosa spiega la divisione internazionale del lavoro tra le nazioni per cui, ad esempio, agli inizi dell’Ottocento al Portogallo conveniva produrre solo vino e all’Inghilterra solo tessuti? I vantaggi comparati, cioè la specializzazione nella produzione di quei beni per cui una nazione ha un costo relativo (non assoluto) inferiore, rispose David Ricardo quasi duecento anni fa. All’Inghilterra conveniva produrre solo tessuti e importare vino e viceversa  al Portogallo, perchè in questo modo l’Inghilterra avrebbe avuto più vino e il Portogallo più stoffa che se li avessero prodotti al loro interno. E per decenni si è continuato a pensare che dove c’è abbondanza di competenze e professionalità si esportano manufatti che richiedono più alta tecnologia e dove c’è abbondanza di lavoro si producono e si esportano beni che ne richiedono di meno, con le importazioni che viaggiano nel senso opposto di marcia.

Trent’anni fa questa idea fu contestata da Paul Krugman, in base all’osservazione che le cose non andavano in questo modo. Più del 60% del commercio mondiale avveniva tra i paesi industrialmente più avanzati. Le imprese si specializzavano in varietà della stessa merce che veniva esportata e importata: la Germania esportava Mercedes in Francia e da lì importava Renault. Ma anche questa idea è stata negli ultimi sei-sette anni messa in crisi dall’osservazione dei fatti.

Gran parte del commercio internazionale non avviene all’interno della stessa industria, ma all’interno della stessa impresa (multinazionale). L’impresa-madre tedesca esporta gli inputs della produzione (motore, gomme) alla sua affiliata in Slovenia e da lì importa il prodotto finito (l’automobile). Perchè succede questo, si sono chiesti gli economisti della “new new trade theory” (due volte nuova rispetto a quelle di Krugman e a Ricardo)? Perchè le imprese cercano disperatamente di trattenere la manodopera qualificata, la cui offerta sul mercato scarseggia; la concorrenza internazionale non riguarda il lavoro a basso costo, ma quello altamente qualificato: è una “guerra per i talenti”, in cui ciascuna impresa cerca di trattenere o di accappararsi il meglio del capitale umano.

Il successo della Germania come paese esportatore risiede proprio, spiegano gli economisti della new wave,  nell’essere riuscita sfruttare il pool di manodopera altamente qualificata nell’Europa dell’Est che il comunismo ha lasciato in eredità, riuscendo così a tenere bassi i salari del lavoro qualificato in Germania. (Altra storia quella tra Stati Uniti e Messico, dove il paese egemone sfrutta lì manodopera a basso costo e  importa dall’Asia ingegneri informatici).

La “due volte nuova” teoria del commercio internazionale non è solo una spiegazione della divisione del lavoro globale e del successo di alcuni paesi come esportatori. E’ anche una analisi delle conseguenze per la vita interna di questi stessi paesi. Questo tipo di organizzazione ha effetti dirompenti sulla distribuzione del reddito, perchè genera un crescente gap retributivo tra gli alti e i bassi livelli di scolarizzazione, un vertiginoso aumento dei compensi dei top-manager e bassi salari per il lavoro mediamente qualificato.

Una così grande disuguaglianza nella distribuzione del reddito, che non si registrava dal 1929 negli Usa, è secondo alcuni la causa dell’enorme indebitamento del settore privato che ha provocato l’esplosione della crisi iniziata con i fallimenti a catena dei mutui-subprime. Ma c’è dell’altro: i confini importanti sono diventati quelli dell’impresa multinazionale, non quelli della nazione e non basta essere in grado di dislocare offshore la produzione alla ricerca di bassi salari, bisogna sapere trattenere e formare talenti e professionalità. Forse in Italia questo seme di verità economica non germoglia perchè non trova il terreno giusto per attecchire.

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