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Svimez, Giannola: “La crisi del Nord Italia è iniziata nel 1998”

“È l’Italia intera che si è avviata, e non da oggi, su un sentiero di declino economico. Declino che la crisi globale sicuramente ha accelerato, ma che era incominciato già dieci anni prima e non aveva risparmiato neppure il Centro-Nord. Come testimoniano i dati contenuti nella relazione che nei giorni scorsi la Svimez ha presentato a Napoli: cifre drammatiche non soltanto per un’area debole come il Mezzogiorno, ma per il Paese nel suo complesso”.

Adriano Giannola – meridionalista di lungo corso (marchigiano di nascita, laurea in Economia a Bologna, specializzazione in Economia dello sviluppo del Mezzogiorno al Centro Manlio Rossi Doria di Portici), è docente di Economia bancaria all’Università Federico II, presidente della Fondazione Banco di Napoli e da quasi tre anni presidente della Svimez – in questa intervista a FIRSTonline non fa sconti a nessuno quando parla di declino economico nazionale e prospetta per l’Italia il rischio di desertificazione industriale.

FIRSTonline – Presidente, lei parla di declino nazionale che coinvolge anche le nostre regioni settentrionali. Ma queste non erano considerate la locomotiva d’Italia?

Giannola – E lo sono state a lungo, in un passato che ormai è lontano. Ma è dal 1998 che il declino del Nord ha assunto caratteristiche molto preoccupanti, come dimostrano i dati che la Svimez ha messo in evidenza nello studio presentato a Napoli. Da quell’anno praticamente l’Italia più prospera ha smesso di crescere. E, quando nel 2008 è esplosa la crisi mondiale, molti si sono cullati nell’illusione che il rallentamento del Nord dipendesse da questa causa esterna.

FIRSTonline – Quali sono state allora le cause del declino del Nord? Non è che fra queste c’è anche il “peso” del Mezzogiorno “sprecone”

Giannola – No, quella è una favola dalla quale è nata l’illusione di un Nord che avrebbe potuto crescere molto di più senza la “palla al piede” del Mezzogiorno. Il declino invece è il frutto della “disattenzione” di una classe politica che per almeno una quindicina d’anni non ha saputo o voluto ammodernare il Paese, ha rinunciato di fatto a una politica industriale nazionale, ha abbandonato le regioni meridionali a un destino di marginalità. E che continua ad alimentare una sorta di “tsunami” demografico che sta privando il Sud delle sue energie più giovani e vitali.

FIRSTonline – Quali conseguenze ha determinato la rinuncia a scelte forti in tema di politica industriale?

Giannola – L’industria italiana nel suo complesso produce di meno, il tasso di produttività si riduce, il costo del lavoro per unità di prodotto è il più basso in Europa, l’energia costa alle nostre imprese il 30% in più che nel resto del continente, il livello dei consumi delle famiglie si è contratto. E, last but not least, il tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, continua a crescere: fra il 2008 e il 2012 in Italia sono stati persi 506.000 posti di lavoro; e, di questi, 301.000 sono andati in fumo nel Sud, l’area dove il livello dell’occupazione era già più basso. Il declino è autentico e generalizzato, al Nord come al Sud. E il Paese fa fatica a uscire dalla recessione.

FIRSTonline – Presidente, lei a Napoli ha parlato della crisi del manifatturiero, tradizionale asse portante dell’industria italiana…

Giannola – Ho sottolineato che nell’arco del decennio 2000-2010 la quota di questo settore sul valore aggiunto totale è scesa in Italia dal 19% al 16,6%: percentuali che fanno la media fra il Mezzogiorno (dove è calata dall’11,2% al 9,4%) e il Centro-Nord (qui la riduzione è scivolata dal 21,5% al 18,8%, a ulteriore conferma del fatto che il sostanziale stallo economico in tutto il Paese è partito ben prima dell’inizio della crisi mondiale).

FIRSTonline – Fra i dati che la Svimez ha ricavato dell’elaborazione delle statistiche italiane e di quelle europee, quali altri testimoniano questa sostanziale uniformità di arretramento economico delle regioni italiane?

Giannola – Quelli contenuti nella classifica delle regioni europee in tema di Pil pro capite, dove si apprende che fra il 2000 e il 2007 (quindi prima dell’esplosione della crisi finanziaria mondiale) la Lombardia è scivolata dal 17° al 29° posto, l’Emilia-Romagna dal 19° al 44°, il Veneto dal 28° al 55°, il Piemonte dal 40° addirittura all’84°. Mentre in alcune regioni del Mezzogiorno, comunque già nella zona bassa della classifica, lo scivolone è stato più controllato.

FIRSTonline – Presidente, in un contesto così scombinato e preoccupante, quali terapie si possono indicare perché possa ripartire la crescita?

Giannola – Prima di tutto un intervento di pronto soccorso per fronteggiare l’emergenza sociale, che nel Sud è molto più acuta che nel resto d’Italia. E inoltre quanto meno avviare una strategia di medio-lungo periodo incentrata su alcuni fattori basilari per far partire lo sviluppo: innanzi tutto una forte politica industriale ed energetica, che non può più essere fondata sul modello dei distretti, modello importante ma che da solo non può sostenere sui mercati mondiali un Paese di 60 milioni di abitanti. E inoltre logistica e filiere territoriali, fiscalità di vantaggio, intervento sull’Irap. Insomma, una nuova strategia di sviluppo che dovrebbe partire proprio dalla parte debole dell’Italia, per estendersi poi all’intero Paese.

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Tags: CrisiItalia