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Scarpe e borse, campioni di export (prima del Covid)

Mario Valentino

C’è una filiera in Italia che negli ultimi 10 anni, al netto del Covid, è stata capace di migliorare le proprie esportazioni più di quanto abbia fatto l’intero settore manifatturiero del Paese: è la filiera della pelle, ovvero il settore pelletteria e calzature: scarpe, borse, accessori che ancora rappresentano alla grande il made in Italy, al punto di confermare il nostro Paese come il primo esportatore a livello europeo e anche il terzo a livello mondiale, nonostante la concorrenza dei Paesi emergenti e in particolare della Cina, che infatti è al primo posto davanti al Vietnam. I dati raccolti dal Centro studi di Intesa Sanpaolo, fissati a fine 2019, dimostrano però anche che rispetto alla Cina l’Italia ha solo la quinta quota di import al mondo (meno della Francia), il che dimostra che le nostre pelli, che rappresentano più del 10% del mercato globale (il doppio della Francia) sono anche campionesse di bilancia commerciale.

L’export totale italiano di pelletteria e calzature nel 2019 ammontava infatti a 23,7 miliardi di euro e l’import a 10,6 miliardi di euro, per un avanzo commerciale complessivo di 13,1 miliardi di euro. La filiera della pelle italiana è l’unica, tra i Paesi avanzati, a produrre un saldo commerciale positivo. Il 2019 ha tra l’altro rappresentato il decimo anno di crescita continuativa per l’export del settore, che ha raggiunto il suo picco massimo, e l’andamento risulta migliore persino rispetto all’intero manifatturiero italiano, con una crescita dell’export del 72% contro il 32% tra il 2008 e il 2019. I principali mercati di sbocco delle scarpe e delle borse prodotte nei nostri vari distretti d’eccellenza, situati soprattutto tra Toscana, Veneto e Marche, sono Svizzera, Francia, Cina, Stati Uniti e Germania, tutti in forte crescita anche singolarmente rispetto al 2008. L’export verso la Francia è raddoppiato a quasi 3 miliardi di euro l’anno, quello verso la Svizzera più che quadruplicato a oltre 5 miliardi.

I principali paesi dai quali l’Italia acquista invece prodotti in pelle o calzature (finite o semi-lavorate) sono Cina, Francia, Romania, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Germania e Svizzera. Al netto della pandemia, che ha sicuramente messo in difficoltà il Sistema Moda e dunque anche le pelli, è dunque evidente secondo Intesa Sanpaolo che, in uno scenario dominato da Cina e Vietnam e in cui numerosi altri paesi asiatici stanno scalando le classifiche come principali esportatori (Indonesia e Cambogia in testa), l’Italia è riuscita a mantenere quasi invariata la sua posizione di leadership. Il segreto, come avviene anche in altri settori della manifattura, sta nella forza dei distretti, che si distinguono per know how e capacità di mantenere la produzione e di attrarre investimenti esteri, facendo leva sull’alta qualità, sull’innovazione e sul riconoscimento internazionale del Made in Italy. L’Italia infatti è sinonimo di volumi ma soprattutto di qualità: le esportazioni risultano per più del 51% di fascia alta, per il 36% di fascia media e solo per il 13% di fascia bassa.

Lo stato di salute andrà verificato dopo il Covid e sarebbe importante confermarlo visto che quella delle pelli è una filiera nella quale operano 15.983 imprese che impiegano 145.196 addetti (di cui 68.621 nella pelletteria e 76.577 nella fabbricazione di calzature) e producono un fatturato totale di oltre 29 miliardi di euro (dati Istat 2018). Rispetto alle dimensioni aziendali gli addetti del settore sono così distribuiti: 43% in imprese di piccole dimensioni, 25% nelle imprese di medie dimensioni, 24% nelle microimprese e solo il restante 7,3% in imprese di grandi dimensioni. Le Regioni nelle quali si concentra il 96% degli addetti sono sette: la Toscana, che da sola vale un terzo dell’occupazione e dell’export, poi nell’ordine Veneto, Marche, Campania, Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia. Tra calzature, concia e pelletteria i distretti più rilevanti sono Lamporecchio (Pistoia), Lucca, Santa Croce sull’Arno, Arezzo, Firenze, Montebelluna, Verona, Brenta, Arzignano (Vicenza), Fermo, Tolentino, e poi Napoli, Avellino, Forlì-Cesena e nord barese più Casarano.

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Categories: Economia e Imprese