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Repubblica Ceca e Slovacchia: la crescita c’è ma la manodopera scarseggia

FIRSTonline

Dopo un aumento del 4,5% nel corso dello scorso anno, la crescita del Pil ceco dovrebbe aumentare a un ritmo più lento nel 2018 e nel 2019, in virtù degli assestamenti nell’Eurozona e della domanda interna. Tuttavia, Atradius prevede che la dinamica economica ceca rimarrà in territorio positivo, con tassi di crescita annuali medi di circa il 3% nel biennio 2018-19. L’aumento dei consumi privati ​​è stato trainato dalla crescita dei salari, dalla diminuzione della disoccupazione e dalle condizioni favorevoli di mutui e prestiti. Negli ultimi anni l’export è stato sostenuto dalla migliore competitività internazionale del Paese; tuttavia le carenze di manodopera rappresentano un problema sempre più grande, con molte imprese che trovano difficoltoso riempire i posti rimasti vacanti.

Anche nella vicina Slovacchia quest’anno l’economia continuerà il proprio percorso di crescita con un +3,2%, guidata da una domanda interna robusta, dagli investimenti in crescita e dall’export verso i partner europei. Nel 2019 si prevede che la crescita rallenterà leggermente, assestandosi sul 2,5%. Atradius prevede che i consumi privati ​​continueranno a essere uno dei principali motori dell’espansione economica, grazie agli aumenti salariali e alla crescita dell’occupazione. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 14% nel 2013 all’8% nel 2017 e per il 2018 si prevede un ulteriore calo. Le previsioni relative all’inflazione si mantengono sul 2% per il prossimo biennio, consentendo così il proseguimento della crescita dei salari reali. La crescita degli investimenti nel Paese è trainata dai fondi UE, da un numero crescente di progetti finanziati da partnership tra settore pubblico e privati e dalla costruzione di un nuovo impianto Jaguar Land Rover.

In questo scenario, l’export dovrebbe crescere di oltre il 4% annuo nel 2018-19, principalmente grazie alle prospettive dell’industria automobilistica, alla domanda proveniente dai mercati UE, in particolare dalla Germania, nonché dall’aumento di produttività generato dagli IDE in entrata. Inoltre, il settore bancario slovacco è generalmente ben capitalizzato, con un’elevata liquidità e con un tasso dei prestiti in sofferenza in diminuzione dal 2014: ciò riduce il rischio di shock negativi dall’attuale crescita del credito interno, aumentata a ritmi più veloci del PIL nominale dal 2015. Le finanze pubbliche sono stabili e il disavanzo di bilancio è mantenuto al di sotto del 3% del PIL dal 2013: anche nel corso di quest’anno e del 2019 si dovrebbe mantenere attorno all’1,5%. E altrettanto solida rimane la posizione economica esterna della Slovacchia.

Nell’aprile 2017 la Banca Centrale ceca ha abbandonato il tetto al cambio introdotto nel 2013 sulla corona rispetto all’euro a causa dell’aumento dell’inflazione: il cap era stato introdotto al fine di migliorare la competitività del Paese, aumentare le esportazioni e contenere le pressioni deflazionistiche. In questo scenario gli aumenti salariali e l’aumento dei prezzi delle abitazioni hanno portato a un graduale rialzo del tasso di interesse di riferimento, dallo 0,25% di agosto 2017 all’1,25% di agosto 2018. Le finanze pubbliche rimangono solide grazie alla crescita del reddito.

Con il 32% del PIL nel 2017, il debito pubblico si mantiene basso rispetto ad altri Paesi della regione e gli analisti prevedono un’ulteriore diminuzione nel breve periodo. La salute delle finanze pubbliche significa che la Repubblica Ceca non dovrebbe avere problemi ad aderire ai criteri di adozione dell’euro: la questione rimane tuttavia controversa nel dibattito politico interno, alimentata da un’opinione pubblica contraria, dove nelle elezioni di un anno fa i partiti pro-UE hanno ottenuto solo il 40% dei voti. Pertanto, un’adesione alla moneta unica nei prossimi anni appare improbabile.

E, nonostante le prospettive generalmente favorevoli, persistono rischi al ribasso. Il rapporto tra esportazioni e PIL della Repubblica Ceca (oltre il 75%) è uno dei più alti dell’UE e, a causa della forte dipendenza dagli investimenti esteri, l’economia ceca rimane estremamente sensibile alla volatilità del commercio internazionale. Inoltre, i rischi arrivano dal rapido apprezzamento del tasso di cambio che danneggia la competitività delle imprese e il forte calo della domanda esterna, alimentato da una maggiore incertezza politica (si vedano gli scenari Brexit), e dalla possibilità di un rallentamento della crescita nell’Eurozona.

Anche in Slovacchia, dal momento che l’economia rimane fortemente dipendente dall’export di prodotti industriali verso l’Eurozona, in particolare quello automobilistico, le vulnerabilità strutturali potrebbero esplodere in caso di una crisi dell’Euro e di sviluppi negativi nel settore automobilistico, come le potenziali tariffe USA sulle automobili importate dai mercati UE: ciò aumenterebbe il rischio di credito delle imprese slovacche lungo la catena del valore. Altri problemi, infine, arrivano della carenza di manodopera e dalla riduzione della popolazione in età lavorativa, che influenzano negativamente le prospettive di crescita a medio-lungo termine del Paese.

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