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Qui Belgrado, viaggio nel sogno europeo della Serbia

Una volta a Kragujevac, quarta città della Serbia, si trovava la fabbrica della Zastava, simbolo dell’industria automobilistica jugoslava e socialista (un po’ come la Lada in Russia o la Trabant in Germania dell’Est). Fra qualche mese, dallo stesso stabilimento cominceranno ad uscire le decine di migliaia di esemplari della nuova Fiat 500L. Basterebbe forse confrontare queste due immagini per descrivere il radicale cambiamento economico che sta avvenendo in Serbia: se fino a vent’anni fa Belgrado era il simbolo del socialismo e dell’economia pianificata (seppure nella versione “titina”, leggermente edulcorata e in contrapposizione rispetto a quella sovietica), oggi è invece meta di importanti investimenti e delocalizzazioni, in arrivo soprattutto dall’Italia.

La Serbia si dimostra dunque un Paese di successo sulla strada dello sviluppo politico ed economico. Quasi tredici anni dopo l’intervento della Nato in Kosovo, che aveva portato alla destituzione di Slobodan Milosevic, ultimo dittatore nell’area dell’ex-Jugoslavia, la nazione balcanica ha ottenuto lo status ufficiale di candidato all’ingresso nell’Unione Europea. La decisione, presa dal Consiglio UE un mese fa, ha un significato ancor più importante se si pensa al fatto che l’allargamento della membership non è esattamente una priorità a Bruxelles, dove di questi tempi le urgenze sono ben altre.

Eppure il Presidente Boris Tadic, membro del Partito Democratico, ha dimostrato che Belgrado è seriamente intenzionata a fare questo ulteriore passo verso l’integrazione politica ed economica. Tadic si è dimesso proprio il 4 aprile per andare ad elezioni anticipate (programmate per il 6 maggio) e sfruttare così il momento di grande popolarità di cui gode: conta infatti di essere riconfermato dalle urne e di proseguire nel percorso attuato in questi anni verso l’integrazione con l’UE. Tale percorso ha avuto indubbiamente degli aspetti virtuosi. Lo dimostrano non soltanto gli sviluppi in tema di enforcement delle istituzioni democratiche, ma anche la crescita economica di questi ultimi anni, che si è saputa basare su radici solide.

La Serbia tuttavia non può ritenersi immune dagli effetti della crisi economica europea: nel 2011 il Pil è cresciuto del 2% e le previsioni per il 2012 sono di poco superiori all’1%, secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Si tratta di tassi di crescita abbastanza bassi, a maggior ragione se considerati in rapporto all’inflazione, che secondo la Banca Centrale Serba è stata del 10,7% nel 2011. La vulnerabilità del Paese balcanico sembra risiedere dunque principalmente nella sua dipendenza dai capitali stranieri, in particolare degli Stati dell’Europa occidentale, che hanno dovuto diminuire i propri investimenti a causa della crisi nell’Eurozona.  

Un altro problema che Belgrado deve fronteggiare è l’elevata disoccupazione, che nel 2011 sempre secondo la Banca Centrale si è attestata al 23,7%. Osservando i fondamentali macroeconomici, dunque, la Serbia sembra un passo indietro rispetto alle nazioni dell’Europa dell’Est che, essendo già entrate nell’UE, hanno compiuto ulteriori passi verso l’evoluzione dei propri sistemi. Perché, allora, le imprese scelgono di investire qui? Le risposte sembrano essere essenzialmente due: il basso costo del lavoro e la disponibilità di manodopera qualificata. Basti pensare che il salario medio è di 345,4 euro al mese (i dati, della Banca Centrale, si riferiscono all’ultima rilevazione di gennaio 2012): circa un quarto di quello italiano e la metà di quello polacco, per fare un paragone con un Paese “concorrente” in tema di attrazione di investimenti.

 Queste condizioni favorevoli, insieme al vantaggio rappresentato da una prossimità geografica rispetto all’area UE decisamente superiore rispetto ad altre mete ambite per le delocalizzazioni (vedi Cina e Sud-Est asiatico), contribuiscono a spiegare come mai l’Italia sia il sesto Paese nella classifica degli investitori stranieri in Serbia. Non è un caso se il premier Mario Monti si è recato in Serbia poche settimane fa e il nostro Governo ha giocato un ruolo attivo nel sostenere la candidatura di Belgrado per l’ingresso nell’UE. Lo stock di capitale italiano investito ammonta, secondo i dati elaborati dall’ICE, a circa un miliardo di euro, per un totale di quasi quattrocento aziende che sono triplicate nel giro di pochi anni.

Come si diceva sopra, è la Fiat l’azienda nazionale che ha realizzato l’investimento più importante nel Paese balcanico. Nel 2009 infatti il Lingotto ha creato Fiat Automobili Serbia in joint-venture con lo Stato serbo, che ne detiene il 33% e si è reso parte attiva dell’accordo impegnandosi per il riammodernamento dello stabilimento di Kragujevac. L’investimento della casa torinese, che ammonta a 700 milioni di euro, ha visto nella prima fase l’assemblaggio della nuova Punto; sta per iniziare la produzione della nuova 500L, allo scopo di venderne 160 mila esemplari già nel 2013 e di esportare il modello anche nel mercato statunitense.

Sergio Marchionne, ad di Fiat, sarà in Serbia il 16 aprile per inaugurare il nuovo stabilimento e dare ufficialmente il via alla nuova linea di produzione. È indubbio che il vantaggio competitivo in termini di costo abbia avuto una componente importante nella decisione della Fiat: un vantaggio che non si concretizza solo per i salari più bassi dei lavoratori, ma anche nell’impegno attivo del Governo che, attraverso misure di incentivi, la realizzazione di collegamenti infrastrutturali e agevolazioni fiscali per la nuova impresa insediata, ha potuto accrescere l’attrattività di Belgrado.

Inoltre, è di pochi giorni fa l’annuncio di Confindustria di aprire una propria sede in Serbia. Tale scelta è stata maturata dall’esperienza di “Sistema”, struttura presente nel Paese balcanico da tre anni e che ha lo scopo di favorire lo sviluppo delle relazioni economiche bilaterali. Ma non ci sono solo le grandi aziende industriali in Serbia: l’Italia gioca un ruolo di primo piano anche nel settore bancario, gestendo assets che ammontano al 25% del totale nazionale. Sono UniCredit (che ha il primato in Europa dell’Est, ma è presente in maniera importante anche nei Balcani), e Intesa Sanpaolo a detenere una quota di assoluto rilievo nel settore creditizio locale. Intesa è stata nominata “Banca dell’anno”  dal mensile londinese di finanza “The Banker” non solo in Italia, ma anche in Serbia, a causa della sua performance solida in termini di risultati economici, patrimoniali e liquidità.   

La Serbia rappresenta dunque una meta appetibile per gli investimenti italiani per la possibilità di ridurre i costi senza però dover rinunciare alla qualità della forza lavoro. Inoltre si tratta di un mercato interno in espansione, con un certo potenziale in termini di crescita della capacità di spesa e del tasso di risparmio. La strada di Belgrado verso uno sviluppo economico “maturo” è ancora lunga, e alcune problematiche strutturali dovranno essere affrontate nei prossimi anni che porteranno all’ingresso nell’Unione Europea.

Tale ingresso comporterà tuttavia anche l’obbligo di conformarsi ai “diktat” di Bruxelles in tema di concorrenza e di aiuti di Stato: è possibile dunque che la componente statalista, ancora forte nel sistema economico serbo, che sta contribuendo a supportare la localizzazione degli investimenti stranieri, dovrà essere ridimensionata. La dipendenza dai capitali in arrivo dall’UE è inoltre un fattore fondamentale per la crescita economica del Paese balcanico. Nei prossimi anni la Serbia è dunque attesa da sfide importanti, rese più incerte dall’attuale congiuntura negativa.

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