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Processo alla Rete: i peccati di Apple e Google, di Amazon e Facebook

Imagoeconomica

“La velocità del cambiamento digitale è stata superiore a quello che ci aspettavamo e ormai la Rete penetra in ogni angolo della nostra vita: il lavoro, il tempo libero, l’organizzazione del dibattito politico e della protesta sociale, perfino le nostre relazioni sociali e i nostri affetti. Ma la Rete padrona ha gettato la maschera e la sua realtà quotidiana è molto diversa dalle visioni degli idealisti libertari che progettavano un nuovo mondo di sapere e opportunità alla portata di tutti. I nuovi Padroni dell’Universo si chiamano Apple e Google, Facebook, Amazon e Twitter”.

E’ un processo in piena regola alla Rete ma soprattutto ai big digitali quello che emerge dalle pagine dell’ultimo libro di Federico Rampini, saggista e corrispondente di “ Repubblica” da New York, che non per caso si intitola “Rete padrona – Amazon, Apple, Google & co., il volto oscuro della rivoluzione digitale” (Feltrinelli, 278 pagine, 18 euro). Un processo che per certi versi riecheggia la requisitoria – la prima apparsa in Italia – condotta due anni fa dall’allora presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè contro gli over the top nel suo “Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete”, Laterza editore.

Rampini non disprezza affatto i cambiamenti, in molti casi positivi, che la rivoluzione digitale ha assicurato alla vita quotidiana di tutti noi ma avverte che non è tutto oro quel che luccica e che i peccati del giganti della Rete sono impressionanti. Ed è meglio conoscerli per regolarsi. Ma di quali peccati si sarebbero macchiati Google, Apple, Facebook e Amazon? I principali sono la mancanza di trasparenza sui bilanci e l’evasione delle tasse nei Paesi in cui fanno profitti, i comportamenti monopolistici e anticoncorrenziali sui mercati e l’invadenza nella vita privata di tutti noi con conseguente violazione della privacy al limite dello spionaggio.

“Google – scrive Rampini – ha all’inizio movenze rivoluzionarie, progressiste, addirittura anticapitaliste. Il suo motto è ‘Don’t be evil’, cioè non essere malvagio, cerca di fare del bene”. E infatti alle origini Google “esclude ogni pubblicità dai risultati del suo motore di ricerca. Salvo rinnegarsi quando il motore di ricerca diventa numero uno mondiale e schiaccia la concorrenza” che fa di Google “la più gigantesca macchina pubblicitaria del pianeta e la logica del marketing a scopo di profitto si insinua nei risultati delle nostre ricerche e li distorce a nostra insaputa”.

Anche Steve Jobs non esce bene dalla penna affilata di Rampini che lo accusa di aver spinto la sua Apple lungo la china di un’involuzione che ne ha cambiato la natura e le ha fatto tradire le promesse iniziali incanalandola “in un sistema chiuso e impenetrabile” e diventando “l’artefice di uno sfruttamento ignobile della manodopera cinese, in quegli stabilimenti Foxcomm che lo stesso Jobs si è rifiutato perfino di visitare”.

A loro volta Facebook e Twitter nascono “come giocattoli per ragazzi, per renderci tutti più vicini tra noi, più amici e comunicativi” ma “si trasformano velocemente in macchine di distruzione della nostra privacy, ci spiano per vendere le informazioni sui nostri gusti e sui nostri consumi al miglior acquirente”.

E Amazon? “Un editore americano la paragona al Padrino. Un grande giornale la definisce la Piovra” ma la verità è che “a vent’anni dalla fondazione, è una vera sfida fare luce su un’azienda talmente misteriosa (come Amazon) che, al confronto, la Apple dei tempi di Steve Jobs era quasi trasparente” e non stupisce che “la creatura che Jeff Bezos cominciò a costruire nel 1994 viene additata come un Moloch inarrestabile, capace di divorare settori, stritolando la concorrenza. E non solo nei libri”. Anzi, avverte Rampini, “chi ancora identifica Amazon con la vendita dei libri è indietro di molti capitoli” perché questo business rappresenta oggi solo il 7% del fatturato di Amazon che ormai è un supermercato online che “vende proprio di tutto: iPod o tagliaerba, giocattoli e opere d’arte, pannolini o scarpe, stampanti 3D, armi da fuoco, perfino vibratori” ed è il vero concorrente di Walmart, il numero uno della grande distribuzione, a differenza del quale non si limita a vendere ma può anche affittare e produrre.

Ma dove andrà a finire l’incessante crescita di Amazon? Finirà per portare “un libro a casa mia prima ancor che io l’abbia ordinato (perché) l’ultima trovata di Amazon sono le ‘prenotazioni anticipate e non richieste’, cioè libri ordinati prima ancora che siano usciti e prima ancora che ne conosciamo l’esistenza (in quanto) Amazon è convinta di conoscere i nostri gusti al punto da anticipare quello che vorremmo riempirci il carrello della spesa proprio come faremmo noi”. Con buona pace della nostra libertà di scelta.

In appena dieci anni dalla sua nascita anche Facebook può vantarsi di averci cambiato molti aspetti della nostra vita e di averci liberato “dalla prigione dell’email che presupponeva una risposta mentre Fb no perché i suoi messaggi vengono diffusi in modo universale” anche se uno studio dell’Università di Princeton sostiene che Fb raggiungerà il suo apice e poi crollerà velocemente fino a perdere l’80% dei suoi utenti. Soprattutto dopo la stratosferica acquisizione di WhatsApp (“che aggiunge un milione diu tenti nuovi ogni 24 ore” sta vincendo la su sfida contro i giganti delle telecom e contro gli altri social network ma Fb è l’espressione di un singolare “capitalismo senza profitti”, celebrata forse troppo in Borsa ma non ossessionata dalla redditività immediata, non perché non le interessino i profitti ma perché “la priorità è espandere il fatturato, fare piazza pulita della concorrenza e puntare al semimonopolio”. I profitti verranno dopo.

Particolarmente dura e molto documentata è quella che Rampini chiama “la rapina del secolo” e cioè la capacità di Apple e degli altri big digitali di eludere le tasse cercando trattamenti fiscali privilegiati anche se legali nei cosiddetti paradisi fiscali su cui prima o poi l’Europa dovrà svegliarsi cominciando a ridiscutere la concorrenza fiscale che è assurda tra Stati che fanno parte della stessa Unione europea.

Ma anche le violazioni della concorrenza sono un capo d’accusa molto forte del libro che riassume impietosamente il dibattito in corso tra giuristi sul rapporto tra Antitrust e big digitali ricordando quanto scrisse il 2 maggio del 2014 il “New York Times” e cioè che “Se Steve Jobs fosse ancora vivo, oggi dovrebbe stare in carcere”. Altro che santificazione.

E che dire delle violazioni della privacy di cui gli utenti della Rete sono quotidianamente e spesso inconsapevolmente vittime innocenti? “La torta pubblicitaria resta la vera posta in gioco nella battaglia tra i giganti della Rete e per conquistarla Google è pronta a intrufolarsi nelle nostre teste in modo sempre più invasivo”. Lo scandalo delle Google Maps ne è una prova clamorosa. “Le auto con telecamera di Google non si limitavano a fotografare strade e piazze per costruire e aggiornare la mappatura delle nostre città. Spiavano anche noi e intercettando i segnali Wi-fi di casa nostra si impadronivano di password, email, perfino conti bancari e informazioni mediche. Spionaggio sfacciato, violazione della privacy su vasta scala, con milioni di vittime ignare: noi”. Scoperta nel 2010, Google dapprima negò ma alla fine fu costretta a riconoscere la propria colpevolezza e a patteggiare la pena.

Insomma, la Rete ci ha cambiato la vita ma i giganti digitali , al di là delle iniziali promesse, non l’hanno fatto per beneficienza e sono pronti a tutto per raggiungere i loro obiettivi. Di scrupoli non se ne fanno proprio. Basta saperlo e imparare a difendersi. Ma è ora di uscire dall’incantesimo e di capire che sulla trasparenza della Rete si gioca una grande battaglia di civiltà. Che vale la pena di fare per cogliere il meglio che la rivoluzione digitale ci offre ma senza rinunciare alla propria capacità critica e alla propria libertà personale.

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