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Pensioni: 4 novità in arrivo con la manovra

Le ultime novità sulle pensioni sono quattro: aumento della no tax area, settima salvaguardia per gli esodati, part time per i lavoratori più anziani e proroga dell’Opzione donna. Le misure sono contenute nella legge di Stabilità 2016, che ha ricevuto ieri il via libera del Governo. 

Nessuno di questi interventi aumenterà la flessibilità in uscita, obiettivo più volte annunciato nei mesi scorsi dal premier Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ma poi rinviato all’anno prossimo per mancanza di coperture. “Non ci sono le condizioni”, ha ribadito ieri il Presidente del Consiglio.

Le nuove norme varate con la manovra interessano comunque molti italiani, sia pensionati sia lavoratori. Vediamo quali sono i cambiamenti in arrivo.

AUMENTO DELLA “NO TAX AREA” DAL 2017

Per i pensionati che hanno più di 75 anni, la soglia di reddito entro la quale non si è tenuti a pagare l’Irpef passa da 7.750 a 8mila euro, sostanzialmente lo stesso livello previsto per i lavoratori dipendenti.  Per chi ha invece meno di 75 anni, l’asticella della “no tax area” sale da 7.500 a 7.750 euro. 

La misura scatterà dal 2017 – ha spiegato Poletti -, ma se l’Ue consentirà all’Italia di usufruire dell’ulteriore margine di flessibilità da 3 miliardi legato alla clausola migranti, allora il Governo valuterà se anticipare al 2016 anche l’aumento della no tax area per i pensionati. 

SETTIMA SALVAGUARDIA PER GLI ESODATI 

Per finanziare l’operazione (che dovrebbe costare 1,2 miliardi) saranno impiegate “le risorse non utilizzate nelle precedenti salvaguardie chiuse”, si legge in una nota di Palazzo Chigi. Il provvedimento riguarda le circa 24mila persone rimaste escluse dalle precedenti salvaguardie.

OPZIONE DONNA 

Il regime sperimentale doveva scadere il 31 dicembre 2015, ma viene prorogato a tutto il 2016. I requisiti per l’accesso dovranno quindi essere maturati entro l’anno prossimo, ma non cambiano: le donne impiegate sia nel pubblico sia nel privato possono scegliere di andare in pensione a 57 anni e 3 mesi d’età (58 e 3 mesi se autonome) e con almeno 35 anni di contributi, ma in cambio devono accettare un assegno calcolato interamente con il metodo contributivo, che può determinare una riduzione fino a un terzo dell’importo.  

Poletti ha chiarito che per l’estensione dell’Opzione donna serviranno “complessivamente due miliardi di euro fino al 2021”. Il ministro ha però annunciato che alla misura è legata una clausola di salvaguardia: se le risorse non dovessero bastare, ci sarà “un prolungamento al 2017 e al 2018 del sistema Letta di perequazione delle pensioni”.

PART TIME PER CHI E’ VICINO ALLA PENSIONE

“La norma – scrive il Governo – è finalizzata ad accompagnare i lavoratori più anziani al pensionamento in maniera attiva. Si potrà chiedere il part time, ma senza avere penalizzazioni sulla pensione”. Lo Stato dovrebbe mettere a disposizione 100 milioni l’anno (ma la somma non è ancora certa) con cui coprire figurativamente i minori contributi versati dall’azienda all’Inps: in questo modo, arrivato alla pensione, il lavoratore che ha concluso in part time la sua carriera riceverà comunque l’assegno come se avesse lavorato fino alla fine a tempo pieno. 

Negli anni del parti time, inoltre, “il datore di lavoro dovrà corrispondere in busta paga al lavoratore la quota dei contributi riferiti alle ore non prestate – spiega ancora il Governo –, che si trasformeranno quindi in salario netto”, sommandosi a quello pagato per le ore effettivamente lavorate. Il reddito dovrebbe così arrivare a circa il 65% dell’ultima busta paga intera.

Se sarà confermato lo schema diffuso nei giorni scorsi, gli incentivi al part time saranno riservati ai lavoratori con almeno 63 anni e sette mesi d’età. Il meccanismo scatterà su base volontaria e solo dopo la sottoscrizione di un accordo individuale con l’azienda. Per i datori di lavoro, infine, non c’è l’obbligo di un’assunzione per ogni part time attivato, previsto invece dal meccanismo della solidarietà espansiva del Jobs Act.  

LE REAZIONI DEI SINDACATI

“Siamo molto arrabbiati e non rinunciamo a questo obiettivo”, ha detto ai microfoni di Radio Anch’io Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, commentando la mancanza di misure che garantiscano una maggiore flessibilità in uscita. 

Per ammorbidire in questo senso le regole imposte dalla legge Fornero “le proposte in campo sono diverse – ricorda la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan, in un’intervista al Gr1 Rai –, noi abbiamo detto che elementi positivi ci sono nella proposta Damiano-Baretta, cioè fissiamo un’età anagrafica e un’età contributiva, raggiunta la quale i lavoratori e le lavoratrici possano accedere alla pensione. Credo sia davvero impossibile immaginare che oggi per tutti i lavori quest’età sia 65, 66 o 67 anni. Ancora più improponibile in un Paese in cui le stesse imprese chiedono di poter fare rinnovo generazionale, perché ovviamente l’innovazione si accompagna al lavoro giovanile”, mentre oggi “il 40% dei giovani è disoccupato”.

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