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“Manovra 2020 costa 25 miliardi senza Flat Tax”

FIRSTonline

La manovra 2020 che il governo dovrà affrontare in autunno parte già da un costo di 25 miliardi: poco più di 23 per evitare l’aumento dell’Iva e poco meno di due per aumentare gli investimenti dello 0,1%. E tutto questo senza considerare la Flat Tax, che costerebbe un’altra quindicina di miliardi da trovare con “ulteriori misure compensative”. A sottolineare questi numeri è il presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, intervenuto martedì nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato per un’audizione sul Def.

Senza l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia, spiega l’Upb, l’anno prossimo il deficit arriverebbe al 3,4% (61,7 miliardi di euro), quindi per scendere al 2,1% fissato dal Def (38,4 miliardi) e finanziare il piano di investimenti (1,8 miliardi) serve una correzione di circa 25 miliardi nella prossima manovra. Negli anni successivi, calcola l’Upb, la correzione necessaria per disinnescare le clausole di salvaguardia salirebbe a 35,7 miliardi nel 2021 e a 43,07 miliardi nel 2022. Un conto stellare, che probabilmente alla fine renderà inevitabile l’aumento dell’Iva.

Anche Eugenio Gaiotti, capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, ha sottolineato in audizione che “il raggiungimento degli obiettivi richiederà l’individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l’attivazione delle clausole di salvaguardia, aumentare la spesa per investimenti pubblici, avviare una graduale riduzione della pressione fiscale, rafforzare gli incentivi all’investimento e all’innovazione: queste misure, se non compensate da razionalizzazioni di altri programmi di spesa e da effettivi risultati nel contrasto all’evasione, condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con l’avvio di un credibile percorso di riduzione duratura del peso del debito”.

Per tutte queste ragioni, secondo Pisauro“la manovra autunnale si prefigura come un puzzle complesso, che richiederà una chiara definizione delle priorità politiche, una attenta riflessione sul disegno delle politiche stesse per evitare effetti distorsivi sull’economia e una adeguata trasparenza delle dinamiche redistributive insite nelle misure da adottare”.

PRIVATIZZAZIONI: IL PROGRAMMA RISCHIA DI ESSERE INATTUABILE

Nel frattempo, continua Pisauro, c’è il rischio che “il programma di privatizzazioni possa rivelarsi in tutto o in parte inattuabile”. L’obiettivo del Governo è incassare da questa voce un punto percentuale di Pil nel 2019 e a 0,3 punti nel 2020, pari rispettivamente a circa 17,8 e 5,5 miliardi.

“Se si confrontano le dismissioni mobiliari previste dai Def 2015-2018 e i corrispondenti dati di consuntivo – ha spiegato – si ricava tuttavia che l’unico anno nel quale i risultati coincidono con le aspettative è il 2015 (le dismissioni attuate sono ammontate a 6,6 miliardi). Negli anni prima del 2015 solo in tre occasioni si sono registrate dismissioni di importo superiore a 10 miliardi (1997, 1999 e 2003), mentre in quelli successivi al 2015 i risultati ottenuti sono stati largamente inferiori alle attese: nel biennio 2017-2018, a fronte di dismissioni attese di 0,3 punti di Pil l’anno, si sono conseguiti incassi pari a 58 milioni nel 2017 e 2 milioni nel 2018”.

REDDITO DI CITTADINANZA, BANKITALIA: ATTENZIONE AI CENTRI PER L’IMPIEGO

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, Gaiotti ha spiegato che “l’impatto della misura sulla crescita dell’occupazione presuppone un sostanziale miglioramento di efficacia dei centri per l’impiego”. A questo proposito, Gaiotti rileva che “l’aumento del numero di utenti può ostacolare il miglioramento dell’efficacia delle azioni poste in essere dai centri” e che “un maggiore numero di addetti è una condizione necessaria per mirare a evitare questo rischio”.

SPREAD: L’AUMENTO PERMANENTE PESA SUL PIL

Gaiotti ha poi espresso preoccupazione per l’andamento dello spread Btp-Bund: “Il differenziale rispetto ai titoli tedeschi è diminuito – ha detto – ma supera ancora di oltre 100 punti base il livello prevalente un anno fa. Secondo le simulazioni pubblicate nel Bollettino Economico della Banca d’Italia di gennaio, un aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base determinerebbe, con la trasmissione alle condizioni finanziarie, una riduzione rispetto alla baseline del livello del Pil pari a 0,1 punti percentuali dopo un anno e a 0,7 dopo tre. L’effetto sarebbe più ampio se ai più elevati tassi di interesse si associassero un calo della fiducia e un aumento dell’incertezza delle imprese”.

MERCATO LAVORO: SEGNALI NEGATIVI PER PROSSIMI MESI

Sul versante del lavoro, il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha avvertito nel corso della sua audizione che “i segnali per i prossimi mesi assumono un’intonazione lievemente negativa. Dopo l’incremento del tasso di posti vacanti registrato nel quarto trimestre, nei primi mesi dell’anno le aspettative delle imprese sull’occupazione sono diminuite sia nella manifattura sia nei servizi di mercato. Con riferimento alla dinamica occupazionale nei primi mesi del nuovo anno, i dati di febbraio hanno confermato la presenza di una fase di sostanziale stazionarietà del mercato del lavoro. Nel trimestre dicembre-febbraio il numero degli occupati è rimasto invariato, in presenza di una diminuzione dei dipendenti a termine (-0,6%), e di un aumento di quelli permanenti (+0,2%). Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione si è mantenuto sugli stessi livelli del trimestre precedente, principalmente a seguito del peggioramento osservato proprio nel mese di febbraio (10,7%, 1 decimo di punto in più rispetto a gennaio)”.

Leggi il commento: “Def: la realtà smentisce i sogni grilloleghisti

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Categories: Economia e Imprese