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Lo scoop del NYT. “Tremonti il più furente con i greci”

Italia e Spagna non s’illudano: l’austerità può giocare brutti scherzi. E comunque non porta lontano. E’ la preoccupazione che emerge dal New York Times di oggi, 24 maggio, che dà grande risalto a uno scoop su un retroscena del vertice riservato dei 17 membri dell’eurozona del 6 maggio scorso. “I greci – si legge sul giornale Usa – erano rassegnati a subire una lavata di capo dai soliti tedeschi per i ritardi e le inadempienze nel cammino delle privatizzazioni e della riforma fiscale. Ma, con loro sorpresa, i più severi sono stati italiani e spagnoli, letteralmente imbestialiti per il comportamento di Atene”. Secondo la fonte del Nyt, presente alla riunione, i “periferici” (sic) “si sono scagliati contro i greci, accusandoli di trasmettere, con le loro mancanze, il contagio nei loro Paesi”. La morale, conclude il giornale, è che il conflitto non oppone più il Sud Europa alle aree più forti del Nord, bensì esiste un’Europa aggrappata all’austerità che cerca di “chiudere la porta al contagio della recessione” e che risponde più alla dittatura dei mercati obbligazionari che non alle scelte della politica o della stessa Bce. Ma si dovrebbe spiegare a Giulio Tremonti e ai socialisti di Madrid, conclude il New York Times, “che la storia finanziaria ci insegna che non è possibile ridurre il deficit a suon di tagli in tempi di recessione”. Forse, però, sarebbe necessario spiegarlo anche ai signori dei mercati, ovvero le grandi realtà finanziarie anglosassoni che con la regolarità di un agricoltore, ogni mese di maggio s’allontanano dai listini azionari per speculare su Btp, Bonos e simili. Invocando l’austerità, of course.

LA SCURE DI MOODY’S SULLA CITY

La notizia, anticipata da Sky news in edizione australiana ha provocato una frenata dei titoli finanziari a Sidney. L’agenzia di rating Moody’s si appresta a render pubblico, nel corso della seduta, un report dedicato al settore bancario inglese. Il risultato è il downgrading di 14 società, tra istituti di credito e gruppi immobiliari collegati. Una retrocessione legata alla riduzioen della garanzia pubblica sulle banche in questione. Facile prevedere un’altra giornata difficile sulle rive del Tamigi.

LUNEDI’ NERO: INVERSIONE DI TENDENZA?

I listini asiatici hanno invertito la rotta nella seconda seduta della settmana. Con l’eccezione della Borsa di Shangai (-0,68%), i mercati orientali hanno registrato chiusure positive: il Nikkei 225 (+0,01 alle sette di stamane, ora taliana), l’Hang Seng di Hong Kong (+0,50%) e il Kospi coreano (+0,2%). Ma il peso delle conseguenze del lunedì nero si capirà solo all’apertura dei listini del Vecchio Continente, il vero focolaio della crisi. Solo un episodio o un’inversione di tendenza? Nella serata di ieri, dopo aver archiviato il lunedì nero, molti operatori hanno improvvisato sondaggi-lampo per cogliere gli umori della piazza. A prevalere, mentre si susseguivano notizie negative in arrivo dalle Borse Usa, erano, senz’ombra di dubbio, i segnali Orso. Troppe indicazioni del resto, andavano in quella direzione: il warning di S&P sull’Italia, che ieri sera ha fatto sapere che potrebbe rivedere presto anche l’outlook di Enel e Terna, visto che la revisione del giudizio sul Paese potrebbe “avere un effetto negativo sull’affidabilità creditizia delle utilities italiane”; il balletto degli spread su Btp e Bonos, per non parlare degli hellenic bonds; i rumors sui buchi che i nuovi amministratori troveranno nei conti pubblici spagnoli. Per non parlare delle indicazioni macro in arrivo dalla Cina, che sta rallentando la corsa, e dagli Usa. E del vuoto politico dell’Europa: Zapatero quasi disarcionato, la Francia sotto lo shock Strauss Kahn, l’Italia impegnata in baruffe di vario tipo e il Belgio, senzaGgoverno da più di un anno, destinato a subire il prossimo warning, stavolta a cura di Fitch. Insomma, uno scenario ostico che ha messo le ali al franco svizzero, la “pillola” più efficace per placare le ansie degli investitori. A poco a poco ha preso il sopravvento il partito “catastrofista”. Anche perché la caduta dei listini, a partire da piazza Affari (in netto ribasso anche a tener conto dell’effetto dello stacco delle cedole) è di quelle che lasciano il segno. In questa cornice, appesantita dall’aumento di capitale di Banca Intesa, non è difficile prevedere che verranno altre giornate “nere”. Soprattutto di qui a metà giugno , a meno che l’emergenza non spinga i Paesi dell’eurogruppo a stringere i tempi dell’esame del dossier Grecia che ha comunque fatto ieri in serata un bel passo in avanti con il varo del testo di legge per le privatizzazioni. Non è affatto escluso, replicano al proposito gli ottimisti, che nelle prossime settimane alcuni elementi del puzzle dei mercati vadano al loro posto. A partire dagli Stati Uniti, che già stanno scontando l’effetto della fine del quantitative easing fino all’Europa, “condannata” ancora una volta a trovare una soluzione, seppur parziale, alla sindrome greca. La frana della Borsa, che probabilmente non resterà un episodio isolato, potrebbe perciò preparare il terreno ad una stagione di saldi per chi saprà muoversi in maniera tempestiva. Non è affatto escluso che, a luglio, il listino non trovi l’ossigeno sufficiente per invertire la rotta. Magari spinta dall’esito soddisfacente degli stress test bancari. Fino ad allora facile che si debba ballare. Ma il mondo non è finito il 21 maggio, come sosteneva una famiglia di ultraconservatori protestati accampata fino al week end scorso in Times Square, giusto davanti la porta del Nasdaq che è sopravvissuto anche stavolta.

AIG, IL TESORO USA INCASSA 6 MILIARDI DAL MERCATO

Nonostante il recupero nel finale chiudono in territorio negativo sia il Dow (- 131 punti) che il Nasdaq (- 44 punti) e l’S&P 500 (+16). Ma, nonostante l’intonazione negativa dei listini, il Tesoro ha deciso di procedere lo stesso a fissare il prezzo del mega collocamento di Aig, il colosso delle assicurazioni travolto dalla crisi dei subprime. Oggi, infatti, saranno comunicati i termini dell’operazione: il prezzo dovrebbe oscillare tra i 29 e i 30 dollari, al di sotto delle attese iniziali del Tesoro (che farà comunque un grosso affare) . L’operazione, infatti, comporterà un valore complessivo di 9 miliardi di dollari per i 300 milioni di titoli offerti (200 milioni dal governo Usa, il resto dalla compagnia). Le previsioni sono positive; il pacchetto è già stato tutto opzionato, e non si esclude che l’offerta sarà incrementata di altri 45 milioni di titoli.

E 7,5 MILIARDI DA MARCHIONNE

Il tonfo di Fiat (-3,38%) e di Industrial (-3,14%) ha evitato a Banca Intesa (-2,71%) l’onere di risultare la blue chips peggiore nel giorno del debutto dell’aumento di capitale. Ma Sergio Marchionne era così di buon umore da essere in vena di cortesie: stamane, anticipa the Wall Street Journal, Sergio Marchionne annuncerà ufficialmente il rimborso dei 7,5 miliardi di dollari ricevuti da Chrysler dai Governi Usa e del Canada. L’occasione sarà la visita di Ron Bloom, il consigliere della Casa Bianca per il settore auto, allo stabilimento di Sterling Height nel Michigan, in cui viene assemblata la Chrysler 200.

BREMBO, LUXOTTICA, EUROTECH: LO SHOPPING CONTINUA

L’operazione non è delle più rilevanti perché l’acquisto del 75% dell’argentina Perdriel vale solo 3,3 milioni di euro. Ma l’operazione targata Brembo ha un preciso valore strategico perché segna un nuovo tassello nella strategia di crescita della multinazionale dei freni nel mercato del Sud America, con un occhio ricolto all’espansione ininterrotta della domanda brasiliana. Guarda al Sud America anche Luxottica che ieri ha anticipato l’esercizio dell’opzione call per l’acquisto del 97% della Multiopticas, cui fanno capo 470 negozi in Cile, Perù, Ecuador e Colombia. Eurotech, invece ha fatto shopping mirato in California, acquistando la Dynatem. Insomma, anche in un giorno di straordinario pessimismo in Piazza Affari, sotto il peso dell’outlook negativo di S&P, va avanti il rafforzamento del quarto capitalismo di casa nostra, deciso a consolidare le sue basi internazionali. La Borsa, per ora, non se ne è accorta. Domani chissà.

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