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Litio, dal Cile al Congo la guerra per l’auto elettrica

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La prima batteria al litio di produzione europea ha visto la luce martedì scorso in quel di Skelleftea, centro industriale della Lapponia nell’estremo Nord della Svezia. Northvolt, la start up fondata sei anni fa da due ingegneri di Tesla, lo svedese Peter Carlsson ed il torinese Paolo Cerruti, ha così rispettato la promessa di avviare la produzione entro il 2021, in attesa di aprire un secondo impianto in Germania, al servizio soprattutto di Volkswagen, grande azionista dell’azienda che, una volta sfornato il prototipo, già vale 12 miliardi di euro. Ma, così come ha promesso Emmanuel Macron, più che mai compreso nel ruolo di presidente di turno della Ue, questo non è che l’inizio: l’Europa dell’auto ha bisogno di almeno dieci fabbriche per le batterie, oltre agli altri componenti necessari per alimentare il piano europeo per l’auto elettrica, quella che dovrà sostituire dal 2035 l’intero parco delle vetture del Vecchio Continente. Grazie ad uno sforzo colossale, visto che, secondo i conti della Banca Mondiale, l’aumento della domanda per le batterie provocherà entro il 2050 un aumento del 1000 % o anche più dei metalli necessari per la loro produzione: alluminio, cobalto, ferro, piombo, litio, manganese e nickel. Per l’Europa, in particolare, si pone il problema di far fronte ad un aumento dei consumi di litio, che cresceranno di 18 volte entro il 2030, e di cobalto, cinque volte, che già oggi scarseggia.

Si ha la sensazione, insomma, che le strategie europee sulla mobilità a quattro ruote siano state impostate facendo i conti senza l’oste di turno, ovvero l’offerta di materia prima, vuoi sotto il profilo degli equilibri geopolitici che, soprattutto, della compatibilità ambientale, emersa con l’insorgere delle proteste in Serbia per il progetto di aprire una miniera per estrarre il litio in quel di Liztina, nel sud del Paese. Per ora, di fronte all’ostilità della popolazione che può contare sull’appoggio (anche finanziario) di Novak Diokovic il colosso Rio Tinto ha dovuto rinviare l’inizio dei lavori. Né ha avuto miglior fortuna un analogo tentativo in Germania. L’Europa, pur sensibile al tema delle emissioni di CO2, si limita ad approvvigionarsi altrove delle materie prime per ora insostituibili: in Cina per la grafite ed altre terre rare, in Cile più che altrove per il litio mentre per il cobalto ci si rivolge alle riserve del Congo. 

Ma fino a quando sarà possibile procurarsi le materie prime necessarie? E a che prezzo? Il quadro non è dei più rassicuranti, vuoi per l’Europa che per gli Stati Uniti che rischiano di pagare a caro prezzo la sudditanza alla lobby del carbone che ha distolto l’attenzione dalle commodities delle batterie. Il risultato è che oggi la Cina, dietro la promessa di investimenti per ora più sulla carta che reali, controlla 15 delle 19 più importanti miniere nel territorio della Repubblica Democratica del Congo, dove si lavora in condizioni ambientali estremamente precarie. Intanto, sia nel Paese africano che in Cile la questione litio è al centro del dibattito politico. Vediamo come.

IL CONGO: INDUSTRIE, NON SOLO MINIERE. 

Le potenzialità del sottosuolo del colosso africano sono in pratica infinite. Finora le ricerche di si sono limitate ad una porzione minima del territorio, ma già così sono state accertate riserve per 132 milioni di tonnellate di litio di estrazione relativamente facile nei pressi della città di Manono, feudo della famiglia dell’ex presidente Kabila. Ad ottenete la concessione per la miniera che aprirà o battenti nel 2023 è stata l’australiana AVZ, alleata per l’occasione con i cinesi di CATL, l’attuale leader mondiale delle batterie al litio che investirà almeno 400 milioni nel progetto. 

Ma, una volta tanto, un Paese africano vuol mirare in alto. Il Congo è la terra promessa del mondo delle batterie: primo produttore di cobalto (necessario anche per le pale eoliche), quarto nell’estrazione di rame, ora grande potenza del litio. Perché non sviluppare qui un’industria delle batterie, si è chiesto il presidente Felix Tshisekedi?  Uno studio di Bloomberg  sostiene che il Congo ha i numeri per essere la piazza più competitiva per questo tipo di industria, grazie a costi assai inferiori sia all’Occidente che alla Cina. Ma, di fronte alla prospettiva di finanziare un impianto industriale nel cuore dell’Africa, i cinesi si sono tirati indietro perché a loro interessa solo la materia prima, mica porre le basi per quella che potrebbe essere una fastidiosa concorrenza. Anche se le ambizioni di Kinshasa sembrano appartenere ad un libro dei sogni, viste le condizioni delle strade e la cronica mancanza di elettricità. Per non parlare della corruzione e della violenza endemica che accompagna da sempre la tragica storia di un Paese condannato dalle sue ricchezze naturali ad essere depredato dall’imperialismo.

CILE, LA DEMOCRAZIA PASSA DALL’AMBIENTE   

La questione ambientale è al centro del dibattito per la nuova Costituzione che vedrà la luce nel 2022 cancellando il vecchio testo del 1980, documento chiave della stagione della dittatura di Pinochet. “In questi anni – si legge sul New York Times – lo sfruttamento delle ricchezze narurali del Paese ha creato enorme valore: rame, carbone, litio ma anche allevamenti di salmone e piantagioni di avocados. Ma non solo questa ricchezza non è stata distribuita in maniera equa: il patrimonio minerario è stato sacrificato senza alcuna preoccupazione per l’ambiente, con ricadute drammatiche per le riserve idriche”.  

E così la richiesta di una Costituzione “verde” è diventata una delle bandiere del programma di Gabriel Boric, l’attivista diventato presidente della Repubblica con un programma che prevede l’aumento delle royalties sul rame, la proprietà pubblica sulle riserve d’acqua e la crezione di una società statale per il litio. Non stupisce perciò che la vittoria elettorale di Boric abbia coinciso con un tonfo del 15% della Sociedad Química y Minera de Chile, impresa di fertilizzanti fino al 1983 quando Pinochet in persona decretò la vendita al nipote, Julio Ponce Lerou, che oggi ne controlla il 30 per cento. SQM, che produce un quinto circa del litio in circolazione nel mondo, spunta nel cuore di un paesaggio davvero surreale: il deserto di Atacama, all’ombra degli antichi vulcani tra cui il più antico ed ancora attivo Lascar.  Il litio veine estratto assieme ad un liquido salmastro che viene depositato sul suolo ed innaffiato da poderosi getti d’acqua. A far asciugare il metallo ci pensano le radiazioni solari, le più intense sulla crosta terrestre.  Ne viene fuori una poltiglia gialloverde da cui estrarre il carbonato di litio.

Il sospetto degli scienziati è che le tecniche estrattive a cielo aperto, in pratica senza controllo, abbiano un grosso impatto ambientale, favorendo la desertificazione del territorio e la distruzione delle riserve d’acqua. Insomma, per una batteria che si costruisce in Lapponia ad un passo dal circolo polare Artico, si sottrae acqua al deserto Australe più arido del pianeta. 

PER APPROFINDIRE: Auto elettrica: nel 2030 sarà più venduta di quella tradizionale

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