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La packaging valley va teatro: a Bologna la storia del “dado da brodo”

Il dado da brodo, come lo conosciamo oggi, non è sempre stato così. A “inventarlo”, nella classica forma a cubetti e confezionato in scatolette di cartone, fu una signora bolognese stanca di perdere per la strada il glutammato appena acquistato, sfuso e sbriciolato, in un cartoccio. Era il 1957 e la signora Maria chiese al marito Natalino Corazza, operaio e tecnico diplomato, di darle una mano a migliorare la situazione. Da quella scintilla nacque la “Corazza”, florida impresa di packaging con cui dovettero misurarsi tutti i marchi alimentari del mondo, azienda acquistata nel 2010 da uno dei colossi contemporanei del settore, il gruppo Ima, sempre di Bologna.

Questa storia è diventata uno spettacolo teatrale, dal titolo “La Maria dei dadi da brodo”, firmato, diretto e interpretato da Marinella Manicardi, artista che insieme al compagno Luigi Gozzi (ora scomparso) anima la scena teatrale locale da più di 30 anni. E’ una storia esemplare, una delle tante che si possono raccogliere nella packaging valley, ma attraverso la quale Marinella Manicardi vuole dare corpo e voce a una sorta di predisposizione “genetica” alla meccanica del territorio petroniano.

“Ho pensato di fare come Troisi – spiega l’attrice – e cioè di ricominciare da tre. In un momento economicamente desolante, ho deciso di mettere in scena quanto di buono c’è a Bologna. In primo luogo il packaging, ma prima i motori e prima ancora la seta, sono successi importanti, perché  frutto di quel ‘saper fare’ che appartiene da sempre alla città. Per parlare della signora Maria sono partita da lontano: dall’epopea della seta, dei mulini e della filatura meccanica con cui Bologna anticipò di secoli la nascita dell’industria tessile”. Bologna fu capitale mondiale della seta dal 1200 fino al 1700. Per lavorare il prezioso filato aprì canali e mulini e per commerciare il prodotto rese questi canali navigabili fino a Milano e Venezia, aprendosi le porte d’Europa e d’Oriente. Contemporaneamente liberò gli schiavi e fu probabilmente la prima città al mondo, nel 1256, a mettere nero su bianco l’abolizione della schiavitù nel documento Liber Paradisus.

“A parte altre ragioni, Bologna aveva bisogno di operai per la seta – sostiene Manicardi – mentre i servi erano lavoratori delle campagne e non potevano nemmeno entrare in città. Così il Comune abolì la schiavitù ed esentò dal pagamento delle tasse per 8 anni quanti si compravano un telaio e cominciavano a tessere”. Il declino arrivò diversi secoli dopo, quando il “velo bolognese” divenne così famoso che la Francia decise di mettersi a farlo in proprio e, visto che i ricchi francesi reclamavano l’originale, i cugini d’Oltralpe misero sulle loro imitazioni il marchio “Velo di Bologna”, dando vita al primo plagio di griffe.

Per la città vennero momenti difficili, ma tutto non fu mai perduto. C’era comunque l’Università e un tal erudito, Ferdinando Marsili, vissuto fino al 1730, che fondò l’Istituto delle scienze ed ebbe l’idea di unire laboratori scientifici e pittura, un seme da cui germogliò il disegno tecnico e progettuale. Il sapere si unì di nuovo al fare soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, quando si cominciarono a costruire motori e motorini per un trasporto povero che poi divenne ricco (si pensi alla Lamborghini).

La storia è gustosa e la morale è che la passione per la meccanica affonda le sue radici nei secoli, niente arriva per caso. Se la motor valley non ruggisce più come prima, la packaging valley invece prolifica e Bologna da anni “confeziona” tutto il mondo. Ma può imparare ancora parecchio di se stessa ascoltando la storia della signora Maria che, per dare vita al suo sogno e far costruire le prime macchine dal marito, si fece prestare un milione e seicentomila lire dallo stesso salumiere che le vendeva il glutammato. L’accesso al credito in quel caso era sotto casa.

Le repliche sono fino al 22 di aprile ed è probabile che a teatro vada anche Maria Corazza, che oggi ha 92 anni, gode di ottima salute e pare conservi nel cassetto qualche idea.

In scena, con Marinella Manicardi, c’è l’autore delle musiche originali Daniele Furlati che suona il pianforte; l’allestimento è di Davide Amadei. Al testo ha collaborato Federica Jacobelli. La produzione è Arena del Sole-Nuova Scena, repliche fino a domenica 22 aprile.

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Categories: Cultura