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La Bce vuole per la Grecia durezza prima di tutto

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IL WSJ: ASTA DEI BTP, TEST DECISIVO PER L’EUROPA.

Italia e Spagna affrontano l’esame dei bond. Questa la notizia d’apertura di The Wall Journal on line dedicata all’asta dei titoli di Stato per 8,5 miiardi in Italia e di 3,5 miliardi per la Spagna. In realtà, lo stesso quotidiano di Murdoch smonta il clima di preteso allarme: le ultime aste del Tesoro sono andate in maniera soddisfacente, il 57 per cento delle emissioni di titoli di Stato resta nelle mani di famiglie e di istituzioni tricolori. “L’economia italiana non desta preoccupazioni particolari – si legge in una nota di Rbc Capital markets riferita nell’articolo – salvo che non esplodano i tassi di mercati”. Ma il contesto, cioè la tenuta dei Paesi periferici dell’area euro , resta ad alto rischio. Il “Sunday Times” di ieri ha riportato le preoccupazioni del ministro dei trasporti irlandese Leo Varadkar: è molto difficile che l’Irlanda possa riprendere, come previsto dal programma, ad offrire bond sul mercato già dal 2012, come da programma. Inizio di settimana negativo per il Nikkei (-0.19%) mentre sia Hong Kong che Shanghai chiudono in terreno positivo (+0,49% e 0,51%). Oggi restano chiusi per il Bank Holiday le borse americane e del Regno Unito.

PRESTITI PER LA GRECIA: LE CONDIZIONI SARANNO SEVERISSIME E BINI SMAGHI, IN ODORE DI DISOCCUPAZIONE, SI DA’ DA FARE

La diplomazia delle cannoniere venne inaugurata, nel 1850, da una missione della Royal Navy rivolta verso il Pireo. I cannoni di Sua Maestà, in quell’occasione, spiegarono con le maniere forti ai greci che i debiti si pagano. Non è molto diverso l’orientamento attuale della “trojka” (ministri dell’area euro, Bce e Fmi) che è alle prese con il dossier Grecia. Per erogare nuovi prestiti nell’ordine dei 30-35 miliardi, necessari per evitare il collasso dell’economia ellenica verranno imposte condizioni inedite e severe. Una task force internazionale, in particolare, vigilerà sull’andamento delle privatizzazioni e sui risultati della riforma fiscale. Una sorta di limitazione della sovranità nazionale che va a complicare una situazione politica già molto tesa dopo che venerdì scorso l’opposizione ha rifiutato di condividere il piano del governo Papandreou. Intanto i tempi stringono: entro il 12 giugno occorre dare al Fmi una risposta credibile sui programmi di risanamento dell’economia greca, per evitare che il fondo ritiri il suo sostegno già promesso. A complicare le cose, poi, ci si mette il forte dissenso tra i capi di Stato e la Bce. Quest’ultima è in netto disaccordo con chi predica la necessità di procedere alla ristrutturazione del debito. Un atteggiamento che trae origine dal fatto che la Bce, assai più degli Stati membri, ha sostenuto il peso del finanziamento alla Grecia. In caso di abbattimento del valore degli hellenic bond, il bilancio della stessa Bce ne risulterebbe gravemente compromesso. E sarebbe necessaria una ricapitalizzazione della banca da parte dei governi, a scapito della sua indipendenza. E così la Bce reagisce con un colpo da novanta: se i governi sceglieranno questa via sappiano che la la banca non potrà più accettare i titoli greci come collaterali a garanzia dei suoi prelievi presso la banca di Francoforte. A quel punto, però, Atene sarebbe virtualmente fuori dall’area euro. A dar voce alla posizione della Bce ci pensa, sulle colonne del Financial Times,, il membro italiano del direttorio dell’istituto, Lorenzo Bini Smaghi, che, interpellato dall’intervistatore in merito alla sua prossima uscita dal vertice di Francoforte, si limita ad un secco “di questo non parlo”. Ma Bini Smaghi, con l’attivismo di questi giorni, tiene a far sapere che per il dopo Draghi in via Nazionale, c’è pure la sua candidatura. Lui, del resto, corrisponde abbastanza all’identikit del banchiere centrale tracciato dal Guido Rossi sul Sole 24 Ore: “una persona stimata internazionalmente e che quindi possa dialogare alla pari con i colleghi stranieri e conosca inoltre il sistema creditizio e i mercati finanziari, nonché i problemi economici delle imprese e dei cittadini”.

UNICREDIT: CAMBIANO I CASH, LIGRESTI CHINA IL CAPO

Pare inevitabile che la modifica delle caratteristiche dei cashes, che Unicredit si accinge oggi a varare sulla base dei suggerimenti della Banca d’Italia, debba passare per forza dall’assemblea speciale degli obbligazionisti. Ma non sarà un’assemblea affollata: tra i soci che all’inizio del 2009 corsero in soccorso della banca sottoscrivendo cashes per 3 miliardi figuravano, oltre alle Fondazioni (Verona esclusa) anche la Central Bank of Lybia le cui quote sono congelate per le note sanzioni anti Gheddafi e la Fonsai di Salvatore Ligresti, nel frattempo salvata da Unicredit con un massiccio intervento “a tutela del credito”. Insomma, a far buon viso a cattivo gioco , ovvero ad una drastica riduzione del rendimento dei cashes, ci saranno in pratica solo le Fondazioni. Al contrario, mancheranno i libici, per cause di forza maggiore. I rappresentanti di Fonsai, invece, ostenteranno indifferenza: ciò che Unicredit risparmia agganciando il rendimento dei cashes al dividendo invece che alla formula attuale (tasso euribor più 450 b.p.), in qualche maniera lo dovrà riconoscere alle compagnie affamate di “cash” più che di cashes. D’altronde, l’intreccio tra la banca e il gruppo del costruttore siciliano è di vecchia data. Basti ripensare a quei giorni drammatici, tra sabato 4 e domenica 5 ottobre 2008, quando il consiglio Unicredit si riunì due volte per varare “una serie di interventi che ne rafforzeranno significativamente la base patrimoniale”. Tra queste misure, la più importante fu proprio il ricorso per 3 miliardi ai cashes che Fonsai, per la verità, sottoscrisse in modica quantità. Ma pochi giorni dopo, in data 15 ottobre, Premafin finanziaria stipulò con Unicredit un contratto di equity swap sul 2,8% di Fonsai che è stato da allora più volte prorogato. Il favore che Fausto Marchionni fece ad Unicredit, insomma, ebbe una contropartita immediata. Stavolta, invece, l’assemblea degli obbligazionisti sui cashes si incrocerà con l’aumento di capitale di Fonsai, in cui Unicredit assumerà una partecipazione del 6,6 per cento, mossa obbligata per salvare il debitore e, di riflesso, tutelare il proprio credito. Un’operazione che non convince tutti gli azionisti: Unicredit, nell’interesse dei suoi soci, avrebbe dovuto chiedere il rientro al debitore e, in caso di inadempienza, spingersi anche al default e, se del caso, alla successiva cessione ad un compratore interessato (Groupama, ad esempio). Si è preferita, al contrario, una sorta di sostegno “soft”, che prevede l’intervento diretto di Piergiorgio Peluso , dirigente bancario “prestato” al gruppo Ligresti, per cercare di raddrizzare i conti del gruppo. Sperando che l’uomo delle banche non sia inghiottito dalla galassia del costruttore.

PRADA, L’OBIETTIVO E’ QUOTA UNDICI MILIARDI

Prima la vernice di Venezia, dove venerdì prossimo Patrizio Bertelli e Miuccia Prada presenteranno al pubblico la loro stupenda collezione d’arte contemporanea, poi un’altra anteprima più impegnativa: l’Ipo lla Borsa di Hong Kong lunedì 6 giugno.Prada sbarca in un mercato affollato che, per quest’anno, si propone di accogliere 54 matricole nonostante che la situazione finanziaria mostri segni di rallentamento, sia nella ex colonia che nella madrepatria cinese. Ma l’attesa per la griffe italiana è tale che Mizuho Financials, uno degli advisor dell’operazione, sostiene che Prada può essere collocata ad un valore attorno agli 11 miliardi di euro. Più modesto l’obiettivo di Samsonite che, dall’Ipo in programma sempre ad Hong Kong il 16 giugno, si ripromette di raccogliere 1,5 miliardi di dollari.

OGGI IN BORSA. ORE CRUCIALI PER METROWEB

Facile prevedere che i consiglieri saranno distratti. Il cda di A2A, dedicato alle trattative per la cessione di una quota di Metroweb (il 23,5%), si terrà in contemporanea con lo spoglio dopo la combattuta campagna elettorale di Milano. Dificile che si possa arrivare ad una scelta definitiva in un momento così delicato per la città. Ma sta di fatto che sono pervenute quattro manifestazioni di interesse, per l’esattezza da parte di: Intesa/F2i, che disporrebbero di un’esclusiva per il deal; Axa Private (dietro cui s’intravede l’ombra di Mps e di Caltagirone); Antin Infrastructure e il consorzo tra Wind e Vodafone.

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