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Iran, l’Eni pronto al ritorno e per l’export balzo da 3 miliardi

FIRSTonline

 E ora? Il faro è puntato sull’Eni e sul petrolio. L’accordo sul programma nucleare dell’Iran è giustamente considerato una svolta storica ma il suo impatto sul greggio e sul mercato dell’oro nero ha bisogno di tempo per produrre i suoi frutti. In compenso, già ieri il Cane a Sei Zampe ha fatto sapere di considerare l’intesa  “una tappa incoraggiante” . Tanto che, hanno osservato fonti del gruppo, “potremmo considerare nuovi investimenti del Paese”. Ad alcune condizioni, però: l’effettiva sospensione delle sanzioni e una rinegoziazione dei contratti su standard internazionali e più remunerativi rispetto al modello attuale di “buy back” sono la condicio sine qua non. D’Altra parte sia l’Iran, che ha bisogno delle tecnologie occidentali per rilanciare il suo settore petrolifero, sia l’Eni sono interessate a fare in modo che ciò avvenga. E la missione dell’Ad Claudio Descalzi in maggio è servita proprio a gettare le premesse per una  rinegoziazione dei crediti (circa 800 milioni) con Teheran e per preparare il dopo-sanzioni. “Se Teheran fa questo passo, e credo che ne abbia l’interesse, potrebbe essere la svolta” diceva allora il numero uno dell’Eni intervistato da Repubblica. Ma sul piatto dell’accordo del 5+1 (Cina, Russia, Regno Unito, Germania, Francia, Usa), sugellato dall’Unione europea con l’Iran, c’è anche di più in termini di business con il nostro Paese: secondo l’ultimo rapporto Sace, pubblicato proprio ieri, sono in ballo 3 miliardi di esportazioni possibili entro il 2018 e un  raddoppio delle vendite rispetto ai livelli del 2014, scesi al record negativo di 1,15 miliardi. I settori più interessati a questa crescita sono l’oil & gas, ma anche l’auto, la difesa, i trasporti e le costruzioni.

TORNA SUL MERCATO IL TERZO ESPORTATORE MONDIALE

 L’Iran è secondo solo all’Arabia Saudita per riserve di petrolio convenzionale. Si stimano 140 miliardi di barili contro circa 260 miliardi del regno wahabita. Una competizione storica tra titani, da sempre in concorrenza tra loro sia per l’egemonia produttiva che per la leadership geopolitica dell’area mediorientale. Prima dell’embargo Teheran produceva circa 3,5 milioni di barili/giorno, crollati a 2,5 milioni lo scorso anno.L’Eni è l’ unica compagnia occidentale presente ancora oggi in territorio iraniano dove operano anche due compagnie cinesi (Sinopec e Cnpc-PetroChina). La presenza del Cane a sei zampe è legata ai contratti di “buy back”sottoscritti nel 2000 (forme di rimborso degli investimenti sostenuti dalle compagnie in barili di petrolio) e ancora in corso di recupero. Per questo l’Europa ha autorizzato il nostro gruppo petrolifero a restare. Ma cosa può succedere adesso? La sospensione delle sanzioni è un primo passo, ma non l’unico. L’Eni è sicuramente interessata come qualsiasi compagnia a mantenere i piedi in un area dove è presente, a fasi alterne, dal 1957. Così come sono interessati gli iraniani a utilizzare l’avanzata tecnologia occidentale. Potrebbe dunque essere vicina la svolta anche, prevedibilmente, nulla succederà prima di fine anno.Le stime realistiche indicano infatti che Teheran potrà aumentare il suo export, nel breve periodo di circa 300 mila barili o forse 500 mila entro fine 2016, grazie soprattutto allo stoccaggio accumulato. Perché la produzione riprenda, invece, servono forti investimenti e questi non arrivano dal cielo, soprattutto in un periodo di prezzi bassi del petrolio. Servono contratti diversi e più in linea con le prassi internazionali (i Psa, Production sharing agreement,sono tra i più applicati) e serve una montagna di investimenti per  recuperare 10 anni di embargo che hanno “congelato” il settore. Oggi l’Iran ha una capacità produttiva molto ridotta e si prevede che dopo un primo recupero per tornare almeno a 3 milioni di barili/giorno, servirà qualche anno per rilanciare davverola produzione. Negli anni ’70 l’Iran produceva fino a 6 milioni di barili, dopo la crisi non ha mai più recuperato questo livello.

I PREZZI

Il Wti americano ieri perdeva il 2% a 51 dollari oggi sta recuperando a 53 dollari. Il greggio è diventato un prodotto finanziario a tutti gli effetti e la correzione di ieri sembrava scontare già la previsione di un maggiore approvvigionamento dall’Iran. Bisognerà poi vedere se, quando fisicamente le quatità saranno disponibili, la reazione sarà la stessa o se nel frattempo il mercato si sarà già riallineato coon un aumento dei consumi. In ogni caso sui prezzi inciderà comunque la produzione shale Usa e la volatilità dei mercati legata alle variabili Cina e Grecia.

UN MONDO PIU’ SICURO

Gran parte dei commentatori sono concordi: con l’intesa sul nucleare iraniano il mondo imbocca una strada di maggiore sicurezza e stabilità. Ma c’è anche chi fa osservare che l’accordo di Vienna è focalizzato sul nucleare. Non cancella perciò  l’Iran,  dalla lista dei “Paesi canaglia” e non elimina le sanzioni relative all’accusa di finanziamento del terrorismo. Non è scontato, anche se è verosimile, che l’Iran diventi una controparte politica per gli Usa. Bisognerà dunque vedere come sarà concretamente applicato l’accordo e capire quale poltica adotteranno di Stati Uniti nell’area Mediorientale dove prima l’America contava sull’appoggio di Arabia Saudita e Israele e oggi può lavorare anche con un terzo protagonista, l’Iran. Quali saranno i nuovi equilibri? Teheran, punto di riferimento del mondo sciita, rivendica una leadership nell’area, in aperta concorrenza con l’Arabia Saudita, ed è considerato un Paese fondamentale per la lotta all’Isis, un sostengo irrinunciabile per l’Iraq, un giocatore importante sulla Siria. Rimangono dunque delle incognite, ma non c’è dubbio che l’accordo di Vienna sia un fondamentale passo avanti che permetterà di voltare pagina e affrontare uno alla volta,con basi più solide, i tanti nodi ancora aperti in una delle aree più turbolente del pianeta.


Allegati: focus-on—iran (1).pdf

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