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Inventing Anna al primo posto tra i film di maggior successo di Netflix: ecco quel che c’è da sapere

Netflix

La protagonista di “Inventing Anna, la vera storia di Anna Sorokin”, oggi al primo posto nella classifica dei film di maggior successo di Netflix, sembra prendere spunto da Totò, quando nel suo capolavoro Tototruffa diceva “lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro”. Infatti, il senso generale di un imbroglio consiste semplicemente nel fatto che da una parte c’è chi froda e dall’altra chi vuole essere frodato. Non c’è spazio e non c’è oggetto di inganno per i primi se non ci sono i secondi. Allora è mai possibile che una giovane donna di quasi 25 anni sia stata in grado di truffare potenti uomini d’affari, avvocati di chiara fama e grandi banche multinazionali con assoluta disinvoltura? Si, è possibile, è realmente avvenuto e la vicenda è raccontata proprio in “Inventing Anna”.

Inventing Anna: la trama

Riassumiamo la storia, che è rigorosamente accaduta ed è nota da tempo (giocoforza, sveleremo come andrà a finire, ma prima di farlo vi avvertiremo per evitare spoiler). La vera Anna è nata e cresciuta nella periferia di Mosca nel 1991 in una famiglia modesta. Dopo pochi anni, si trasferiscono in Germania in cerca di miglior fortuna, che in qualche modo gli arriva. Anna va a studiare a Londra con scarso successo, mentre intuisce l’ambiente dove vuole lavorare: la moda. A 22 anni si trasferisce a New York, assume il falso nome di Anna Delvey e inizia frequentare il bel mondo dell’Upper West Side, del fashion, dell’arte moderna e di Wall Street.

Intuisce che c’è uno spazio vuoto da occupare: il progetto per la creazione di un super esclusivo e prestigioso Club privato del costo di 60 milioni di dollari. Si tratta di una operazione che suscita molto interesse per tutti coloro che intravvedono lauti, immediati e facili guadagni, ricche commissioni, interessi e fatture professionali da 3 mila dollari l’ora. Come un gioco di scatole cinesi, Anna assume le sembianze della figlia di un ricco industriale tedesco che gli garantirebbe una copertura finanziaria di pari valore del suo progetto e con molte persone riesce benissimo nel suo inganno. Il gioco regge fintanto che le carte di credito sempre garantite da qualcun altro sono in grado di coprire conti a 6 cifre in alberghi e ristoranti a 5 stelle.

(Allarme Spoiler)

Ad un certo punto, sul filo dell’arrivo di una importante copertura di credito, il giocattolo si rompe, Anna viene arrestata e condannata a diversi anni di prigione. Jessica Pressler, una giornalista del New York Magazine, scrive e pubblica questa storia che poi diventerà la base della sceneggiatura del film proposto da Netflix che ha fruttato alla protagonista Anna Sorokin 320 mila dollari coi quali ha ripagato una parte dei suoi creditori. A questo proposito, intervistata dal New York Times, Anna Sorokin ha dichiarato: “Quando la BBC mi chiese “Il crimine paga?”, non potevo onestamente dire “no”, nella mia situazione, perché sono stato pagata. Avrei semplicemente negato l’ovvio”.

Inventing Anna: la menzogna, l’inganno, l’apparenza

Il film si presta a diversi angoli di lettura. Il primo è tutto interno ai diabolici meccanismi della menzogna e dell’inganno: molte persone sono abilissime nel farli funzionare e altrettanto capaci nell’individuare le vittime predisposte ad essere ingannate. Per esercitare questa antica arte/professione è necessaria una capacità forse innata, non c’è scuola al mondo in grado di fornire le nozioni base, non ci sono libri da studiare e non c’è modo di fare pratica o tirocinio. Come ha potuto la figlia di un semplice camionista della periferia di Mosca diventare “Anna” ed entrare dalla porta principale del Jet Set newyorchese? È proprio quello che cerca di capire la giornalista che indaga sul suo passato senza venirne a capo.

Anna ne è stata capace ed ha avuto il grande intuito di capire subito come gestire la dinamica della menzogna a partire dal suo anello iniziale: la forma, la rappresentazione di se stessa con il suo atteggiamento, il suo linguaggio, il suo abbigliamento costosissimo, la capacità di riscuotere fiducia al primo colpo. Anna investe nel suo modo di apparire ricca, cioè anteponendo sempre la sua sembianza di status nonché la fantomatica figura del padre in grado di garantire ogni suo investimento. Il tutto condito da quel tanto di rara arroganza, protervia e maleducazione che fanno tanto “glamour” al punto giusto da soggiogare le sue vittime.

Inventing Anna: il giornalismo investigativo nell’epoca dei social

Un altro angolo di lettura riguarda il giornalismo investigativo nell’epoca dei social, di Facebook (ormai per “anziani” del Web), di Instagram, dei Clickbait, dei “socializer” ovvero “a person who takes part in social activities” che è ben diverso dall’Influencer. Inventing Anna è anche un film su come la giornalista del New York Magazine ha intuito lo spessore della storia, del personaggio Anna, ed è riuscita dargli la veste da prima pagina e farla diventare un caso giudiziario e sociale. Cosa tutt’altro che facile: una storia per essere raccontata bene deve almeno essere credibile, deve superare le barriere del “fact-checking”.

Inventing Anna: un saggio delle capacità di Netflix

A questo punto si aggiunge il terzo livello: Netflix è in grado di intercettare le storie e, ancor più, le sa raccontare e, dobbiamo convenire, lo sa fare bene. Sono centrati i personaggi, ottimi gli attori, eccellente la scrittura e di buon livello la regia. Il tema di Inventig Anna è del tutto simile ad un altro recente successo di Neflix: Il Truffatore di Tinder, che racconta la storia di un individuo che parassitava le sue vittime attraendole con l’inganno di una vita amorosa e lussuosa ai confini del credibile. Siamo sempre nel solco del grande territorio della sicurezza pubblica e privata, delle Istituzioni, delle aziende o delle persone che affidano alla rete i loro dati sensibili o la loro identità. Per i nuovi criminali Versione 4.0 c’è solo l’imbarazzo della scelta nello scegliere le vittime predestinate. A chi “racconta storie” spetta il compito di smascherarli per poi sperare che la Giustizia faccia la sa parte.

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Categories: Cultura