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Inghilterra, caldo anomalo e vendemmia record: lanciata la sfida dello champagne alla Francia

Come il clima può sconvolgere anche l’economia e, magari, cambiare il corso della storia. La calda (e prolungata) estate d’Oltremanica ha infatti ringalluzzito i produttori vinicoli inglesi, che stanno già pregustando una vendemmia da record. E che soprattutto sognano di eguagliare e, perché no, superare la tradizione degli eterni rivali francesi.

Sul loro terreno preferito, da sempre fiore all’occhiello di un’eccellenza francese a livello mondiale: lo champagne. A Chapel Down, infatti, quest’anno la vendemmia parte con due settimane di anticipo ed è pronta alla grande sfida: “Il millesimato 2011 sarà uno dei migliori della storia”, dice addirittura Frazer Thomson, proprietario del più grande vitigno inglese, nel Kent, dove in uno splendido paesaggio si producono eccellenti vini frizzanti: chardonnay, pinot neri, pinot bianchi.

L’estate in effetti da queste parti ha fatto registrare un caldo anomalo, sintomo di un evidente riscaldamento climatico globale che potrebbe lasciar presagire un futuro roseo per i viticoltori d’Oltremanica.

La produzione vinicola nel Regno Unito ha raggiunto il record di 4 milioni di bottiglie lo scorso anno, segnando un +27% rispetto al dato precedente. Ancora troppo poco per impensierire gli orgogliosi francesi, forti dei loro 5 miliardi di bottiglie, ma se non altro abbastanza per aiutare le oltre 400 aziende inglesi (che ad oggi a malapena soddisfano il fabbisogno interno) a scrollarsi di dosso complessi di inferiorità in materia. Soprattutto, come si diceva, in tema di champagne: i vini frizzanti infatti rappresentano il 50% della produzione totale, mentre un terzo è dedicato ai bianchi fermi e solo il 12% al rosso.

“Non siamo novizi in quanto a viticoltura – sottolinea Brian Lockie dell’English wine center – basti pensare che pratichiamo questa attività dai tempi dell’invasione romana. Dal rinascimento in poi, questo segmento di economia è stato purtroppo appannaggio della sola aristocrazia, che così sfruttava i suoi sconfinati terreni. Il che ha reso difficile una diffusione, anche a livello culturale e di abitudini, del vino in Inghilterra. Ma da qualche anno a questa parte – conclude Lockie – il riscaldamento terrestre sta permettendo di migliorare la qualità”.

Lo stesso Lockie rivela anche una chicca: “Mi risulta che diverse aziende del nord della Francia, quelle appunto specializzate nello champagne, stanno pensando di trasferire parte della loro attività proprio in Inghilterra, poichè da loro, sempre per via dei cambiamenti climatici, inizia per assurdo a fare troppo caldo. Qui, di media, c’è un grado o due in meno, e per loro è l’ideale”.

Comunque, sta di fatto che la sfida di superare i francesi sul loro terreno preferito non è persa in partenza. Anzi. Negli ultimi 25 anni nel Regno Unito la superficie dedicata alla viticoltura è triplicata. Chapel Down è addirittura quotata in Borsa, dove nel primo semestre di quest’anno  ha visto salire il proprio valore del +41%. “Molto meglio di quanto fanno le società francesi. La verità è che abbiamo copiato il loro modello, ma stiamo diventando più dinamici e innovativi di loro: li stiamo superando”.

La conferma arriva dalla recente assegnazione dello Sparkling Wine Trophy, il premio per le migliori bollicine assegnato dalla rivista Decanter. Un bianco inglese, il Ridgeview, se l’è aggiudicato mettendosi alle spalle tre gloriosi vini francesi, il Thiènot, lo Charles-Heidsieck e il Taittinger. 

E a differenza del prosecco italiano, che viene venduto per pochi euro, i “bubblies” inglesi pensano in grande e affiggono prezzi degni dei loro rivali, con bottiglie che arrivano a 50 euro. “Più è caro, più i clienti si fanno l’idea che il prodotto è di qualità – spiega ancora Thomson, che fornisce anche qualche dato -: nel 2001 vendevamo 20mila bottiglie del nostro “brut” a 5 sterline, l’anno scorso ne abbiamo vendute dieci volte tanto, a 18 sterline l’una”.

La sfida è lanciata: gli inglesi, abituati ad acquistare vini d’oltremanica (è il secondo mercato dopo quello francese), stanno iniziando a scoprire il “made in UK”.

Leggi l’articolo su Le Figaro

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