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Imprese: l’innovazione creerà lavoro, ma servono competenze

Pixabay

L’innovazione e le nuove tecnologie, se ben sfruttate, possono diventare un volano per la crescita delle imprese, ma anche della forza lavoro. A dimostrarlo ci sono i dati contenuti nello studio di Deloitte dal titolo “L’innovazione in Europa”. L’indagine, che ha coinvolto 760 aziende situate in 16 paesi europei, si concentra sul modo in cui le tecnologie digitali e l’innovazione possono rappresentare un investimento strategico per le imprese. Un punto di vista che sembra essere condiviso anche da chi queste aziende le guida, tant’è che l’88% delle imprese prevede di aumentare il budget dedicato all’innovazione e il restante 12% intende mantenerlo allo stesso livello.

Quando però si parla di tecnologia e innovazione, spesso nei lavoratori suona un campanello d’allarme. I timori possono essere riassunti in una sola domanda: la tecnologia e i cosiddetti robot ci ruberanno il lavoro? La risposta, secondo quanto si evince dallo studio di Deloitte, è No. Ma dobbiamo essere ben preparati.

“La maggior parte delle aziende europee ritiene che le tecnologie avanzate non incideranno negativamente sulla forza lavoro in essere. Infatti, il 41% delle imprese prevede un aumento dell’organico a tempo pieno e il 29% ritiene rimarrà invariato. Italia e Regno Unito sono i paesi più ottimisti: il 60% delle realtà italiane e il 58% delle inglesi immaginano un incremento delle risorse umane impiegate in azienda”, spiega lo studio.

Solo il 23% prevede infatti una possibile riduzione dei dipendenti a causa dell’innovazione tecnologica. La tendenza si acuisce soprattutto in settori come quello  bancario e finanziario dove i pareri a favore di un aumento e di una contrazione delle risorse umane si bilanciano (42% in entrambi i casi). Il maggior numero di esuberi è previsto in campo energetico e assicurativo, con percentuali che rispettivamente si attestano al 40% e al 30%.

“La tecnologia rappresenta solo una parte del costo della rivoluzione digitale”, spiega Cristiano Camponeschi, partner di Officine Innovazione di Deloitte. “Come testimonia la nostra analisi, la mancanza di competenze tecniche e manageriali costituisce un ostacolo forte all’innovazione. Le aziende, in Europa, sono consapevoli che i dipendenti dovranno essere formati per utilizzare nuovi strumenti e gestire nuovi processi: il 49%, prevede, infatti, di dover investire in formazione del personale. Per favorire l’innovazione, l’investimento, quindi, deve essere doppio: in primo luogo in tecnologia e in secondo luogo nel miglioramento delle competenze della forza lavoro.”

Risorse umane e risorse tecnologiche possono dunque convivere, ma le prime devono riuscire a sfruttare e a dominare le potenzialità offerte dalle seconde. Al momento però è proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare uno dei principali ostacoli e pericoli per il futuro. Secondo i dati il 34% delle aziende intervistate individua nella resistenza culturale il principale ostacolo alla promozione dell’innovazione, particolarmente sentito in settori quali l’assicurativo (39%), il bancario e finanziario (36%), l’automotive (29%). Risultati che si traducono anche nella mancanza di competenze tecniche e di fornitori in grado di implementare soluzioni tecnologiche avanzate.

“Il 32% delle aziende italiane – spiega Deloitte –  evidenzia la difficoltà di accesso a personale con competenze tecniche utili a innovare e il 22% sente la mancanza di sostegno da parte del governo”. Cercare di colmare questo “buco” è una sfida non solo per le imprese, ma anche per i lavoratori che intendono farsi strada in settori dove la concorrenza diventa sempre più spiegata. 
“Per creare valore ci sono alcuni elementi da tenere in considerazione: a fianco delle nuove tecnologie servono competenze e un network aziendale che favorisca l’integrazione di nuovi sistemi e idee. Eppure i dati indicano che le aziende europee non si sono ancora rese conto dell’importanza degli ecosistemi per il loro futuro”, afferma Andrea Poggi, Innovation Leader di Deloitte Central Mediterranean. “Solo il 28% delle imprese europee investe in start-up o collabora con università e centri di ricerca, mentre appena il 31% interagisce con start-up attraverso acceleratori aziendali. Se implementati, gli ecosistemi aziendali offrono rapido accesso alle nuove conoscenze velocizzando i processi innovativi e accrescendo le capacità di innovazione interne.”

Il rapporto di Deloitte coincide con alcune rilevazioni del Sistema Excelsior-Unioncamere raccolte in collaborazione con Anpal. Innanzitutto si confermano le previsioni di circa 1,6 milioni di contratti fra i diplomati e di ulteriori 550 mila contratti fra i laureati richiesti dalle aziende per fine anno.

Tra i diplomi più richiesti dalle imprese spiccano quelli ad indirizzo amministrativo, finanziario e marketing, seguiti dall’indirizzo meccanico e meccatronico, dal settore turistico ed enogastronomico, dall’elettronica ed elettrotecnica e dall’informatica e telecomunicazioni. Tra le professioni di sbocco per i diplomati, il 51,8% dei disegnatori industriali è difficile da reperire; difficoltà anche superiori si registrano per i tecnici elettronici (57,7%) e per gli elettrotecnici (71,5%).

Per quanto riguarda i laureati, la richiesta da parte delle imprese interessa principalmente gli indirizzi economico e, a seguire, ingegneria, insegnamento e formazione e sanitario e paramedico. Anche in questo caso le difficoltà di reperimento per i profili di sbocco dei laureati sono spesso elevate: 48,4% per gli specialisti nei rapporti con il mercato, il 52,5% per gli ingegneri energetici e meccanici e il 64,8% per gli analisti e progettisti di software.

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