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Il presidente Eni Enrico Mattei fu ucciso in un attentato 50 anni fa ma la sua lezione resta attuale

L’eccezionale rilevanza internazionale della figura di Mattei ci obbliga a inquadrare il suo ricordo nell’agone mondiale. La globalizzazione, oggi, cambia di passo. Non è più quel cammino lineare e privo di contraddizioni quale si intravedeva dopo la caduta dell’impero sovietico, il quieto emergere della Cina come potenza di contrappeso quale era sta immaginata da Kissinger e il dispiegarsi del mercato a cui non avrebbe potuto mancare la costruzione di democrazie laddove il mercato medesimo ne aveva più bisogno. E riflettere sulla geostrategia mondiale è essenziale per comprendere la distintività dell’opera di Enrico Mattei. La scelta strategica del mercato mondiale è, per lui, netta sin dall’inizio della creazione dell’Eni. E’ una politica diretta all’alleanza con i paesi produttori. Questa è l’originalità e l’universalità del messaggio di Mattei. L’industria petrolifera e gasifera è un’industria unica al mondo perché una parte importante del suo processo produttivo è destinata all’esaurimento: non sono risorse irreversibili, sono risorse limitate.

Inoltre: queste risorse per come si è dipanata la storia mondiale, ci piaccia o meno, sono proprietà di stati nazionali. E oggi molto più di quanto non fosse ai tempi di Mattei, quando le majors possedevano ancora la maggior parte delle riserve mondiali, a differenza di oggi, quando esse sono per l’80%circa nelle mani degli stati nazionale. La maggioranza di questi stati, soprattutto nell’immediato secondo dopoguerra del Novecento, erano o l’Unione sovietica che era un paese a regime economico diverso da quello capitalistico, quindi a economia statizzata e burocratizzata dove era essenziale il comando politico sull’economia, o Paesi – come si usava a dire allora – in via di sviluppo, dominati o da caste militari o da regimi semidittatoriali. Alcuni di questi paesi erano investiti da quel grande moto liberatorio, ai suoi inizi, che fu la decolonizzazione. Esempi preclari: l’Algeria, l’Iran, l’ Egitto, la Libia.

Mattei comprende che la questione essenziale per garantire all’Eni, “il parente povero” tra le majors, un vantaggio competitivo era creare – grazie a quelle basi atipiche dell’industria energetica che ho ricordato prima – un legame organico tra paesi produttori e Paesi consumatori. L’Eni doveva creare più stretti collegamenti tra produzione, fabbricazione e consumo, collegamenti che non fossero dettati da una politica di dominazione dei Paesi produttori.

È un’idea, questa, come tutta l’opera di Mattei, che deve molto al pensiero cattolico internazionale. Il Vaticano, del resto, era allora un centro intellettuale di primissimo ordine e uno dei problemi di fondo della politica vaticana era – come oggi, del resto – quella di preservare le minoranze cristiane nel medio oriente. E questo poteva essere fatto solo con una politica di pace, tanto più dopo la creazione dello stato d’Israele che aveva scatenato conflitti in medio oriente e con Paesi rivieraschi dell’Africa del Nord.

Mattei interpreta questo disegno. E grazie a questo disegno e all’appoggio politico che ne deriva e che sostiene Lui e la Sua politica energetica diretta ad agire in forme rivoluzionarmene innovative nel contesto internazionale medio orientale egli co-definisce potentemente la politica estera dell’Italia per un lungo periodo. Questa spinta propulsiva dura ancor oggi.

Mattei fonda il collegamento tra produzione, fabbricazione e distribuzione grazie a dei contratti privilegiati che stipula con i paesi produttori, contratti che comprendono lo scambio di oil contro servizi essenziali per la modernizzazione dei paesi produttori. Appoggia la rivoluzione di Mossadek in Iran, si collega fortemente all’Egitto di Nasser, che diventa una delle piattaforme fondamentali storiche dell’Eni. L’Eni non esisterebbe senza la stabile alleanza creata in 40 anni di indefesso lavoro in Egitto e con l’Egitto. Come, del resto, in Libia, in Angola e in Congo e soprattutto in Nigeria.

Mattei esprime un pensiero e un’azione imprenditoriale molto moderna: capisce che un’industria con quelle caratteristiche strutturali, ripeto, che ho ricordato prima, non può agire se non crea dei rapporti stabili e di lunga durata con i paesi produttori.

Quindi l’Eni apparve come un attore internazionale diverso dal solito. Perché? Perché cerca di rompere il monopolio internazionale dell’oil. Su questo ci sono state molte leggende, molte leggende storicamente false. Una di queste è quella che sostiene che questa politica avesse, negli anni in cui Mattei operava, come principali avversari le imprese americane. Quest’asserzione è il frutto di una colossale ignoranza dei processi che avvengono nel Mediterraneo dopo la seconda guerra mondiale, dove assistiamo a un cambiamento colossale: finisce l’egemonia britannica e inizia l’egemonia nord-americana grazie al ruolo anticoloniale che gli Usa svolgono in quel contesto storico.

Questo cambiamento di prospettiva era ben compreso da Mattei e dai Suoi eccezionali, per levatura intellettuale, consiglieri strategici. Mattei gioca le sue carte e lo scontro è quindi durissimo con le grandi potenze coloniali europee. L’Italia fa una politica diversa da queste ultime solo grazie al ruolo svolto dall’Eni.

Mattei, in definitiva, persegue una politica di approvvigionamento nelle aree a controllato rischio politico, ma a sicuro sviluppo minerario. La stessa cosa farà, infatti, in Urss, con la sua politica di accordi a lungo termine che ancora oggi sono uno dei tratti distintivi e vitali dell’Eni. Ma compiere quella scelta ai tempi in cui visse e operò significava avere uno straordinario coraggio politico e intellettuale prima che imprenditoriale.

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